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Emanuela Gionfriddo

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COSENZA – Ha 31 anni Emanuela Gionfriddo, si è laureata in Chimica all’Unical e da gennaio 2018 prenderà servizio come docente presso l’università di Toledo, in Ohio. L’incarico è quello di assistant professor e corrisponde nel nostro Paese alla figura, oggi ad esaurimento, di ricercatore a tempo indeterminato o a quella di ricercatore di tipo B, dunque con prospettiva di assunzione come professore associato – se abilitato – dopo un triennio. «In Italia sarebbe ancora e per molto tempo nell’elenco dei disoccupati» scrive Giovanni Sindona, il professore che all’Unical l’ha seguita durante il dottorato di ricerca.

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E in effetti, se si intreccia l’età media dei professori universitari italiani (53, secondo i dati Anvur, con quella dei ricercatori che non scende sotto i 46) con la difficoltà di veder bandito nel nostro Paese un posto da ricercatore, si può concludere che la previsione di Sindona non è troppo distante dalla realtà. Lei, Emanuela Gionfriddo, non si considera – dice – un cervello in fuga. «Lo sviluppo del percorso professionale, che mi ha portato in nord America, non è stato un voler rinnegare l’Italia. Lavorare e vivere qui implica molteplici sacrifici e rinunce, quindi qualora anche nel nostro Paese si presentassero opportunità professionali altrettanto qualificanti non esiterei a prenderle in seria considerazione».

Nata a Soveria Mannelli nel 1986, si è appassionata alla chimica durante gli anni del liceo scientifico e non l’ha più lasciata.

Dottoressa Gionfriddo, quali sono i suoi interessi di ricerca?

«Dopo la laurea specialistica ho fortemente voluto continuare l’attività di ricerca in ambito accademico partecipando alle selezioni per dottorato di ricerca per poter approfondire le positive esperienze maturate durante le tesi triennale e specialistica nell’ambito della chimica analitica, sotto la supervisione dei professori Giovanni Sindona e Antonio Tagarelli, nel campo delle analisi alimentari effettuate mediante la tecnica di microestrazione in fase solida e gas-cromatografia abbinata alla spettrometria di massa».

Poi è andata in Canada per il post-doc. Come mai all’Università di Waterloo e di cosa si è occupata in questi tre anni?

«La storia del postdoc all’Università di Waterloo è strettamente collegata al mio dottorato di ricerca. Ero stata vincitrice di una borsa di dottorato finanziata dal Fondo Sociale Europeo che imponeva di trascorrere, durante il periodo di dottorato, almeno un anno presso un ente di ricerca estero. Avendo già un po’ di esperienza con la microestrazione in fase solida e volendo approfondire la tematica presso un gruppo di ricerca con specifiche competenze in ambito internazionale, scelsi di fare domanda per un periodo di stage di un anno e mezzo nel il gruppo di ricerca diretto dal professor Janusz Pawliszyn presso l’Università di Waterloo. La domanda fu accolta e le attività di ricerca svolte durante questo periodo trascorso in Canada mi hanno talmente coinvolto da indurmi ad approfondirne i contenuti. Per cui quando il professor Pawliszyn, una volta conseguito il dottorato, mi ha prospettato l’opportunità di continuare l’attività di ricerca intrapresa presso il suo gruppo, ho accettato con entusiasmo».

Dal primo gennaio diventerà docente presso l’Università di Toledo, in Ohio. Ci racconti com’è nata questa opportunità.

«Durante i lavori di un convegno ho saputo del bando di concorso per l’assegnazione del posto di assistant professor nel settore di ricerca di Chimica Analitica presso l’Università di Toledo. Ho deciso, quindi, di partecipare alla selezione per mettermi in gioco e tentare un tipo diverso, ma altrettanto qualificante, di esperienza professionale, in altre parole ho pensato di provarci pensando che ne sarebbe valsa la pena. In seguito ho sostenuto i colloqui di selezione presso la sede del Dipartimento di Chimica dell’Università di Toledo e, a distanza di qualche settimana, ho ricevuto la notifica che il posto era stato assegnato a me».

Il professor Sindona, molto orgoglioso dei suoi risultati, ha parlato di «un caso emblematico della situazione accademica italiana e la dimostrazione purtroppo del grave declino a cui essa va incontro se giovani ricercatori che acquisiscono nella tanto bistrattata Calabria formazione a livello internazionale, debbano poi trovare opportunità di lavoro qualificanti all’estero». Cosa rende il nostro sistema accademico così chiuso e rigido rispetto agli altri Paesi?

«Credo che il sistema universitario italiano non sia chiuso, specialmente se si considera come, negli ultimi anni, l’internazionalizzazione dei corsi di dottorato e il programma di mobilità studentesca dell’Unione Europea (progetto Erasmus) abbiano aperto le porte a molti scambi culturali con i Paesi esteri, dando l’opportunità a molti studenti e ricercatori (compresa me) di stabilire collaborazioni e acquisire competenze in Università o Centri di Eccellenza all’estero. Non posso negare, però, che la situazione a livello di reclutamento di giovani ricercatori e professori universitari sia abbastanza congestionata nel nostro Paese e molti sono i fattori che rendono impossibile riassumerne i motivi in poche parole: sono convinta, però, che la chiave per promuovere la ricerca con la creazione di nuove opportunità per giovani ricercatori sia un maggiore stanziamento di fondi per lo sviluppo scientifico a livello accademico e rigidi controlli sull’utilizzo degli stessi. Il sistema universitario italiano, checché se ne dica, non ha niente da invidiare ad altri, in quanto offre ai propri studenti elevati livelli di preparazione fortemente apprezzati all’estero. Questo è quanto ho potuto constatare io stessa per la mia esperienza ma, per quanto ne so, anche per tanti nostri connazionali la formazione universitaria acquisita in Italia ha rappresentato un vero e proprio trampolino di lancio per distinguersi e avere successo all’estero».

Ha ancora rapporti di collaborazione con l’Unical?

«Certo, attualmente sono in corso delle collaborazioni con il Dipartimento di Chimica dell’Unical, nello specifico con il professor Tagarelli ed il professor Sindona, sulle analisi di fluidi biologici tramite microestrazione in fase solida. Per il futuro, la mia intenzione e il mio auspicio è quella di poter mantenere e approfondire i rapporti collaborativi tra l’Unical ed il mio nuovo gruppo di ricerca presso l’Università di Toledo».

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