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Un poliziotto tra le macerie di Amatrice

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Il racconto di quelle ore drammatiche di Luca Floro: «Mi sento un miracolato»

COSENZA – «Mi sento un miracolato: per la seconda volta sono riuscito a sfuggire al terremoto». Luca Floro, 31 anni e cosentino di origine, si sforza di parlare con calma, ma dalla sua voce trapela preoccupazione e agitazione. E’ molto provato, ma decide lo stesso di raccontare quelle ore di paura. Quelle che hanno scosso l’intero centro Italia. Ha già avvisato i suoi familiari: anche questa volta sta bene, sente solo «il dolore della gente che cerca tra le macerie i propri parenti».

Luca, proprio mentre la terra inizia a tremare, si trova a cinque chilometri da Amatrice. E’ lì insieme ad alcuni amici conosciuti durante il periodo universitario e con cui ha deciso di trascorrere gli ultimi giorni di ferie. E’ a casa loro, pronto per partire il giorno dopo per Norcia, quando inizia il dramma: «una scossa fortissima mi ha buttato giù dal letto. Ho subito capito che c’era il terremoto». Per lui è stato proprio come rivivere un incubo: «le scene che ho vissuto la scorsa notte le avevo già viste: il letto che trema, gli oggetti che cadono dalle mensole, la gente che urla e si riversa per strada… Una scossa fortissima dopo l’altra. Le stesse immagini di quando ero all’Aquila nel 2009». Luca si ritiene fortunato e lo ripete: «Non ci posso credere: anche questa volta ne sono uscito vivo».

Nelle sue parole però c’è tutto il dolore e l’angoscia di chi credeva di non dover più assistere a scene strazianti. «Di nuovo macerie, ancora sangue e di nuovo vittime. In soli 31 anni ho assistito a due disastri, sono certo che segneranno la mia vita». La linea telefonica si interrompe proprio mentre sta parlando. Dopo un’ora però riesce a finire il suo racconto: «Non so dire cosa ho fatto in quei minuti. E’ difficile da credere ma accade tutto in fretta. Sono uscito e sono andato con il mio amico verso casa della nonna. Era un’abitazione antica e credevamo fosse crollata, ma per fortuna ha resistito alla prima scossa e allora siamo entrati per aiutarla ad uscire». Poi intorno a sé ricorda solo lo smarrimento di tante famiglie. «Non penso che il destino stia giocando con me. Non può essere un caso che fossi qui».

Luca si guarda indietro e vede case crollate e gente disperata. Si sente sollevato: lui è salvo, però pensa al terremoto d’Abruzzo e a quanto sarà difficile per queste città ricominciare. Aveva ventiquattro anni e studiava fisioterapia quando all’Aquila le case iniziavano a crollare e con il passare delle ore saliva il bilancio dei morti. «Era notte, ma io non stavo dormendo e sono subito sceso insieme ai miei coinquilini – racconta – Ho avuto davvero paura e ho sempre saputo che non avrei mai superato quell’episodio. I mesi a seguire però furono ancora più terribili: la città non riusciva più prendere forma». Allora è rimasto lì, stavolta invece ritornerà a Roma, dove ormai risiede da dopo la laurea. «Una parte di me vuole rimanere qui ad aiutare, ma l’altra non ci riesce e non mi vergogno a dirlo». Proprio mentre prova a raccontare nei dettagli cosa è accaduto la “notte del terrore” e come adesso i soccorsi stiano lavorando, il telefono si spegne. E non si riaccende più.

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