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L'indimenticato Mario Dodaro

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COSENZA – «Dagli atti di causa emerge in modo a dir poco evidente che l’omicidio di Mario Dodaro costituisca un fatto delittuoso commesso per il perseguimento delle finalità delle associazioni mafiose e che l’imprenditore debba essere considerato una vittima della criminalità organizzata», si legge nelle motivazioni della corte di Appello di Catanzaro che il 10 novembre scorso, a quarant’anni dalla sua morte, ha accolto il ricorso di Lisa Canonico, moglie di Dodaro, e dei figli Francesco, Antonella e Maria Gabriella, contro il ministero degli Interni che a più riprese aveva tentato di derubricare il reato di omicidio mafioso a un semplice tentativo di rapina finito male.

Mario Dodaro, 43 anni, titolare di un salumificio, fu ucciso la sera del 18 dicembre 1982, davanti alla sua casa di Castrolibero. Tre colpi di pistola posero fine alla sua esistenza davanti ai figli, allora adolescenti, che sentirono le sue urla e una volta fuori, videro il padre ferito e in una pozza di sangue. L’imprenditore fu subito trasportato in ospedale ma morì durante il tragitto.

Il successo imprenditoriale di Mario Dodaro aveva richiamato l’attenzione della criminalità organizzata che a più riprese gli aveva intimato di pagare la tangente. L’ultima richiesta risale a due giorni prima della morte. Il 16 dicembre 1982 cinque persone andarono a trovarlo nel suo salumificio per chiedergli di pagare 200 milioni di lire perché «a Cosenza comandiamo noi», precisarono.

Dodaro – e lo testimoniarono in tribunale molti dei suoi dipendenti – ebbe una reazione molto decisa e dopo aver affermato che non avrebbe mai dato loro quei soldi, li invitò ad andare via e non ritornare mai più. Il giudice Gabriella Portale e i consiglieri Rosario Murgida e Antonio Cestone della corte d’Appello di Catanzaro, nel motivare il riconoscimento di Dodaro quale vittima innocente di criminalità organizzata, ricostruiscono con dovizia di particolari tutti i passaggi della morte di Dodaro, a partire dall’informativa della Questura di Cosenza redatta il 20 dicembre del 1982, dalla quale emergeva con chiarezza come nei primi anni ’80 la delinquenza cosentina, particolarmente aggressiva, utilizzava la propria forza intimidatrice per costringere commercianti e imprenditori a pagare il pizzo.

Nel 1982, infatti, furono cinque gli episodi, molto gravi, di attentati nei loro confronti. Subito dopo la morte di Dodaro, dall’escussione di alcuni testimoni, la polizia giudiziaria apprese che pochi giorni prima della sua morte, l’imprenditore aveva confidato ad un parente che si erano recati presso il suo salumificio per chiedere la “tangente”, cinque nomi importanti della criminalità cosentina e che lui si era mostrato irremovibile davanti alle loro richieste. In particolare, e in una circostanza precisa, le persone che si erano presentate al salumificio chiedendo di poter parlare con Dodaro, appreso della sua assenza, avevano riferito a uno dei dipendenti, di far sapere all’imprenditore che sarebbe stato meglio «per il suo bene» farsi trovare.

Gli uomini che avevano contattato Dodaro furono identificati, arrestati e processati grazie al riconoscimento fotografico di alcuni dipendenti del salumificio, ma furono assolti dal reato di omicidio con le sentenze della Corte di Assise di Cosenza, della Corte di Assise di Appello di Catanzaro e della Corte di Cassazione, e condannati in via definitiva solo per i reati di associazione mafiosa finalizzata alla commissione, tra gli altri, dei delitti di estorsione e per il reato di tentata estorsione aggravata ai danni di Mario Dodaro. In sede giudiziale, poi, era stato ampiamente accertato che gli imputati, almeno fino al 16 dicembre del 1982, avevano chiesto a Dodaro «la corresponsione a tempo indeterminato di somme di denaro», e che volevano intimorire la vittima facendogli presente di far parte della più potente organizzazione criminale di Cosenza e che nulla avrebbe potuto fare per fermarli.

Il giudice Portale rileva ancora come nonostante la richiesta di archiviazione del procedimento penale della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro a carico di un imputato per l’omicidio di Mario Dodaro e il successivo decreto di archiviazione adottato dal Gip distrettuale di Catanzaro nel 2013, siano ben otto i collaboratori di giustizia che nel 2009 riferirono che la morte dell’imprenditore avvenne perché alcuni appartenenti al clan Perna-Pranno avevano deciso di punire l’imprenditore per non essersi sottomesso alle richieste estorsive. Venne dunque organizzata una rapina ai suoi danni e Dodaro rimase ucciso perché si rifiutò di consegnare il suo borsello.

«È vero che tali collaboratori hanno riferito non di un omicidio premeditato, ma di una rapina trasmodata in omicidio a seguito delle resistenze opposte da Dodaro – si legge nella sentenza – ma ciò che interessa in questa sede è che le versioni emerse in sede giudiziale e dalle dichiarazioni dei collaboratori sono accomunate dal fatto che l’uccisione dell’imprenditore sia stata la conseguenza di una rappresaglia posta in essere da un’associazione mafiosa che aveva deciso di punirlo per non essersi piegato a plurime richieste estorsive rivolte nei suoi confronti. Questo è il dato certo che emerge dagli atti di causa e questo è l’elemento che impone di riconoscere a Mario Dodaro lo status di vittima di mafia». Bene avrebbe fatto, dunque, il ministero degli Interni a seguire i ripetuti pareri espressi dalla Prefettura e dalla Questura di Cosenza.

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