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Marcello Manna

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Nell’inchiesta Reset spicca la richiesta di 10 anni per l’ex sindaco di Rende Manna. Requisitoria dei pm nel processo contro le cosche cosentine


Oltre 1000 anni di carcere. A tanto ammontano, nel complesso, le richieste formulate dalla Dda di Catanzaro nei confronti delle cosche di ‘ndrangheta cosentine nell’ambito del processo con rito ordinario “Reset”, in corso nell’aula bunker di Castrovillari.

Ieri, giovedì 5 giugno, a margine della loro lunga requisitoria, i pm antimafia Vito Valerio e Corrado Cubellotti hanno invocato pene molto pesanti per gli oltre 100 imputati coinvolti, oscillanti da un minimo di 1 a un massimo di 30 anni.

RESET, LE PENE

Le pene più elevate sono quelle richieste nei confronti di Massimo D’Ambrosio, ritenuto al vertice dell’omonimo clan attivo nel territorio di Rende, e Antonio Presta, detto “Tonino” (30 anni), a seguire per Fiore Abbruzzese, detto “Ninuzzo”.

Rosaria Abbruzzese, detta “la Rumena”, Giovanni Abbruzzese detto “Cinese” (rispettivamente 21 anni e 4 mesi, 24 e 20 anni); a 22 anni la richiesta per Rosanna Garofalo, Sergio Raimondo, Sergio Del Popolo e Mario Perri, a 20 anni per Giuseppe Presta detto “Peppolo”.

Mentre 16 e 12 anni di carcere chiesti rispettivamente per Cosimo Bevilacqua detto “Mimì” e Antonio Bevilacqua.

RESET, RICHIESTI DIECI ANNI PER L’EX SINDACO MANNA

Dieci anni di reclusione è, quanto, invece, la Procura antimafia ha chiesto per l’ex sindaco di Rende Marcello Manna, figura cardine dell’inchiesta “Reset”, a seguito della quale il Comune d’oltre Campagnano fu sciolto per mafia su decisione del Viminale.

Manna fu arrestato e posto ai domiciliari con l’accusa di aver stipulato un patto politico-mafioso con esponenti del clan D’Ambrosio, ai quali avrebbe promesso utilità in cambio di un pacchetto di voti alle elezioni comunali.

Tali accuse furono notevolmente ridimensionate in fase cautelare dal Tribunale del Riesame, che dopo poco gli revocò la misura, rimettendolò in libertà.

RICHIESTA DI DIECI ANNI PER PINO MUNNO, EX ASSESSORE AI LAVORI PUBBLICI

Analoga richiesta avanzata nei confronti di Pino Munno, ex assessore ai Lavori pubblici della giunta Manna. Anch’egli arrestato ai domiciliari con l’accusa di essere tra i principali artefici del patto con il gruppo criminale D’Ambrosio che, col proprio sostegno, avrebbe garantito la rielezione ai due amministratori rendesi in cambio dell’aggiudicazione di gare (in primis l’affare del “Palazzetto dello Sport”) e favori.

Una decina sono state, invece, le richieste di assoluzione. La maxi operazione a cui, il 1 settembre 2022, parteciparono carabinieri, polizia e guardia di finanza, la più imponente mai eseguita sul territorio cosentino, portò all’applicazione di 202 misure cautelari (di cui 139 in carcere, 50 ai domiciliari e 12 obblighi di dimora).

LA NATURA DELL’INCHIESTA RESET

L’inchiesta smantellò una presunta “Confederazione” di ‘ndrangheta composta da 7 gruppi, con al vertice i due clan egemoni ovvero quello degli “italiani” con a capo il boss Francesco Patitucci e il suo “braccio destro”, Roberto Porcaro (entrambi già giudicati con rito abbreviato) e quello degli “zingari”, i quali gestivano insieme gli affari illeciti i cui proventi confluivano nella “bacinella comune”. Un’impostazione ribadita punto per punto dalla pubblica accusa nel corso della requisitoria, durante la quale sostanzialmente confermato l’impianto accusatorio iniziale.

RICOSTRUITI EPISODI RELATIVI AL NARCOTRAFFICO

Ricostruiti, anche, numerosi episodi relativi al narcotraffico, al settore del gaming, estorsione, usura riciclaggio, autoriciclaggio e trasferimento fraudolento di beni e valori, tutti aggravati dalle modalità e dalle finalità mafiose.

Due anni la durata del dibattimento, al ritmo di due udienze per settimana, nel corso dei quali non sono mancati i colpi di scena, primo fra tutti il pentimento, seguito dal clamoroso dietrofront, da parte di alcuni ex collaboratori di giustizia, tra cui Roberto Porcaro e Danilo Turboli. La sentenza del processo “Reset” è attesa intorno alla metà di luglio, dopo le arringhe degli avvocati che compongono il collegio difensivo.

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