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Quindici anni dopo l’inchiesta sui presunti falsi esami all’Unical, “Centodieci e Lode”, si chiude il processo in Appello. Vicenda chiusa per molti degli indagati «perché il fatto non sussiste»


COSENZA – “Centodieci e lode”: questo il nome dell’inchiesta che, nel 2011, fece scalpore intorno alla vicenda dei presunti “falsi esami” alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Calabria.
Ieri, lunedì 2 febbraio 2026, a distanza di ben 15 anni da quei fatti e a 6 anni dalla pronuncia dei giudici di primo grado, la Corte d’Appello di Catanzaro, presieduta da Giancarlo Bianchi (consiglieri Assunta Maiore, Carmela Tedesco) ha emesso la sentenza nei confronti di 22 imputati, assolvendone la gran parte con la formula «perché il fatto non sussiste» e dichiarando prescritti diversi capi d’imputazione.

FALSI ESAMI ALL’UNICAL, DOPO 15 ANNI, QUASI TUTTI ASSOLTI

Poco o nulla, quindi, resta in piedi dell’originario castello accusatorio, proprio in virtù del combinato disposto, in molti casi, tra assoluzioni e prescrizione.
La vicenda, che all’epoca sollevò una vera propria bufera mediatica sull’ateneo di Arcavacata, coinvolse oltre 70 tra studenti, laureandi, personale amministrativo, nonché il docente, Daniele Gambarara e il giornalista Rai, Pino Nano. Tutti accusati, a vario titolo, di falsità materiale e ideologica e frode informatica. Le posizioni degli ultimi due, in seguito, furono stralciate ed entrambi furono assolti in primo grado. Nel mirino dell’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Antonio Bruno Tridico, finirono decine di esami sostenuti alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Unical tra il 2004 e il 2011.

LA BUFERA MEDIATICA

Tutto partì dalla denuncia di un docente, Roberto Bondì, che non riconobbe come propria la firma apposta sullo statino di una studentessa; la notizia arrivò, dapprima, al preside della facoltà di Lettere e Filosofia, Raffaele Perrelli (oggi direttore del dipartimento di Studi umanistici) e, successivamente, all’allora rettore Giovanni Latorre che, a sua volta informò la Procura, dando il via all’apertura del fascicolo.

FALSI ESAMI ALL’UNICAL, LE INDAGINI

Migliaia gli statini passati al setaccio nell’ambito delle indagini che si concentrarono, in particolare, su tre membri della segreteria studenti e su una tutor che avrebbero operato materialmente le falsificazioni, aggiungendo ai piani di studio di alcuni iscritti esami, in realtà, mai sostenuti. All’esito del giudizio di primo grado, gli imputati avevano riportato condanne da uno a due anni con sospensione della pena e risarcimento da accordare in separata sede all’ateneo costituitosi in giudizio, a fronte delle richieste della Procura, che aveva chiesto nei loro confronti dai tre e quattro anni di reclusione.

LE ASSOLUZIONI

Assolte dalle accuse le tre funzionarie della segreteria, a differenza della tutor Angela Magarò, che ha incassato tre anni e nove mesi di reclusione, ma la cui condanna è ridimensionata nel giudizio d’Appello. Nel mezzo, alcune vicissitudini di natura procedurale che hanno rallentato notevolmente l’iter giudiziario: in primis, il passaggio di competenze, a dibattimento quasi ultimato, da Catanzaro a Cosenza a seguito dell’eccezione sollevata da un difensore, e il conseguente trasferimento di atti, con il processo da rifare ex novo, audizioni di testi comprese; in secondo luogo, l’avvicendamento tra il giudice Angela Lucia Marletta, nel frattempo trasferita alla Sezione civile del Tribunale di Cosenza, e il nuovo giudice, Urania Granata.

LA SENTENZA DI SECONDO GRADO

Circostanze che hanno portato a uno straordinario allungamento dei tempi fino alla sentenza di secondo grado che, ieri, lunedì 2 febbraio 2026, nello specifico ha riguardato: Maria Grazia Pitrelli, Emilio Nigro, Massimiliano Arena, Giuseppe Crescente, Domenico Sorrenti, Amedeo Greco, Maria Grazia Arena, Alfredo Ammirato, Emanuela Lentini, Rocco Lucà, Valeria Amisano, Giuseppe Mascaro, Francesco Crudo, Francesco Segreto, assolti perché il fatto non sussiste; Maria Biamonte, assolta; Vincenzo Abate, Francesco Leone, Emanuele Loisi, Cristian Palmer, Fabrizio Trieste, Teresa Marino, Angela Magarò, per i quali la sentenza è parzialmente riformata in quanto assolti per alcuni capi di imputazione e altri dichiarati prescritti.

CONFERMATA LA SENTENZA DI PRIMO GRADO DI PROSCIOGLIMENTO PER PRESCRIZIONE PER PAOLA ZUCCO

CON RIFERIMENTO ALLA POSIZIONE DI PAOLA ZUCCO RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO AI SENSI DELL’ART. 8 L. 47/1948:
La mia assistita è venuta a conoscenza del predetto articolo solo di recente, a seguito di numerosi messaggi ricevuti da conoscenti e amiche che, avendo letto la notizia, le rappresentavano la presunta “condanna” a suo carico, circostanza che la stessa aveva invece sempre escluso, avendo riferito di essere stata prosciolta.

Nel suddetto articolo viene testualmente riportato:

Paola Zucco, per la quale la condanna è confermata, unitamente al pagamento delle spese processuali.

Tale affermazione è oggettivamente falsa, gravemente diffamatoria e lesiva della reputazione della mia assistita, in quanto le attribuisce una condanna penale mai esistita. La verità dei fatti è la seguente:

– in primo grado non è stata pronunciata alcuna condanna, bensì un proscioglimento per intervenuta prescrizione;
– il giudizio di appello è stato promosso dal di lei legale di fiducia al fine di ottenere una assoluzione con formula piena;
– la Corte d’Appello ha confermato la decisione oggetto di impugnazione, senza che vi sia mai stata alcuna condanna.

Ne consegue che la frase sopra riportata costituisce una falsificazione integrale dell’esito processuale, idonea a generare un grave travisamento della realtà e a ledere in modo significativo l’immagine personale e sociale della mia assistita, come dimostrato dalle immediate reazioni dell’ambiente relazionale della stessa, anche lavorativo.

Sussiste, pertanto, una evidente violazione:

– del principio di verità della notizia;
– dei criteri di continenza e correttezza dell’informazione;
– nonché della normativa in materia di tutela della reputazione.

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