Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri

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I carabinieri hanno eseguito una ordinanza di arresto nei confronti di 58 persone ritenute facenti parte del clan Muto di Cetraro. Al centro dell’inchiesta il “re del pesce” Francesco Muto

COSENZA – Mentre a Reggio Calabria la Procura mette in scacco il clan Raso-Gullace-Albanese e Parrello-Gagliostro (LEGGI LA NOTIZIA) a Cosenza i Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Cosenza hanno dato esecuzione nelle province di Cosenza e Salerno e in altre località italiane ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro presso la procura diretta dal procuratore Nicola Gratteri, nei confronti di 58 persone indagate, tra l’altro, per associazione di tipo mafioso, traffico di stupefacenti, estorsione e rapina e ritenute facenti parte del clan Muto.

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Le indagini per l’operazione “Frontiera” sono partite da un troncone dell’inchiesta sull’omicidio di Angelo Vassallo, il sindaco-pescatore di Pollica (Salerno) ucciso nel 2010. É quanto é emerso dalla conferenza stampa svoltasi a Cosenza per illustrare i particolari dell’operazione. Vassallo denunciò, tra l’altro, un traffico di stupefacenti nel territorio di Pollica che poi si é scoperto era gestito proprio dai Muto.

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«Pensiamo – ha detto il Procuratore della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri – di aver toccato i vertici della ‘ndrangheta sul territorio dell’alto tirreno cosentino. E quindi, se la gente vuole, adesso può anche ribellarsi per evitare che i pescatori vengano vessati con ulteriori richieste estorsive».

«I Muto – ha aggiunto Gratteri – rappresentano una cosca antica della ‘ndrangheta, ma allo stesso tempo moderna». Un gruppo criminale, é stato riferito nel corso dell’incontro, tra i più violenti e pericolosi e che avrebbe monopolizzato, per oltre 30 anni, le risorse economiche del territorio curando al dettaglio la commercializzazione dei prodotti ittici e, in un’area tra l’altro a forte impatto turistico, i servizi di lavanderia industriale delle strutture alberghiere e della vigilanza nei locali d’intrattenimento della fascia tirrenica cosentina e del basso cilento. «Una cosca antica – ha detto ancora il procuratore Gratteri – perché sotto l’aspetto giudiziario è riconosciuta da decenni come associazione mafiosa. Ma anche moderna perché ha diversificato le proprie attività criminose come una multinazionale».

Dalle indagini è emerso, in particolare, che la cosca Muto gestiva tutto il pescato dell’alto tirreno e anche la distribuzione del prodotto nella rete commerciale. Il pm della Dda Vincenzo Luberto ha fatto specifico riferimento alla Conad, «che non si é assoggettata – ha detto – all’imposizione della gestione della pescheria all’interno del supermercato, subendo per questo motivo un attentato ad un punto vendita di Sant’Arsenio, nei pressi di Sala Consilina. I Muto hanno fatto del mare un latifondo per assicurare la soddisfazione economica di pochissimi».

Tra gli indagati anche quattro curatori fallimentari, nei confronti dei quali la Dda ipotizza l’accusa di avere favorito gli interessi della cosca omettendo di denunciare le ingerenze nella gestione delle imprese dei Muto e avvisandoli di indagini in corso da parte della Dda di Catanzaro. Per i curatori fallimentari, però, il gip non ha concesso l’interdittiva. «A tale proposito – ha detto, a tale proposito, il procuratore aggiunto della Dda Giovanni Bombardieri – abbiamo già preparato il ricorso perché proprio i curatori fallimentari hanno avuto una condotta gravissima, consentendo, tra l’altro, ai Muto di mantenere la gestione di un bene confiscato».

Parallelamente le indagini dei carabinieri del Comando provinciale di Cosenza hanno documentato un traffico di stupefacenti che, sotto il controllo del clan Muto, inondava di cocaina, hascisc e marijuana le principali località balneari della costa tirrenica calabrese, tra cui le note Diamante, Scalea e Praia a Mare. Nel corso dell’operazione sono anche stati sottoposti a sequestro beni per circa 7 milioni di euro.

 

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