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Una delle immagini scattate a Cavallerizzo tra le macerie dei luoghi interessati dalla frana del 2005 dalla fotografa Roberta Scardamaglia

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Venti anni dalla frana che si portò via una parte di Cavallerizzo, piccolo centro arbëreshë in provincia di Cosenza, trasformandolo in un borgo fantasma


CAVALLERIZZO non si muove. A muoversi sono stati soli i suoi abitanti, costretti a lasciarlo dopo quel terribile 7 marzo del 2005. Oggi, venerdì 7 marzo 2025, sono vent’anni dalla frana che si portò via una parte del piccolo centro arbëreshe in provincia di Cosenza.

Erano 581 a vivere nella frazione di Cerzeto. Adesso è diventato uno dei tanti paesi abbandonati di una Calabria da sempre abituata a convivere con una natura non sempre benevola. Nulla di nuovo da quelle parti. La frana era nota a tutti e da sempre. Nessuno, però, poteva immaginare che fosse di quelle proporzioni seppure interessando solo 30 case, circa il 13% dell’intero tessuto urbanistico col centro storico rimasto intatto.

IL GEOLOGO FABIO IETTO E IL LAVORO SU CAVALLERIZZO


Fabio Ietto, geologo e professore associato di Geologia Applicata del Dibest dell’Università della Calabria sin da allora si è occupato del caso. Spinto da una irrefrenabile curiosità scientifica, ha poi sposato la causa dei resistenti di Cavallerizzo e dell’associazione Cavallerizzo Vive (Kajverici Rron nella lingua arbëreshë).

Lo ha fatto cercando di fornire una via d’uscita sorretta dalla scienza rispetto a chi considerava spacciato quel posto, pensando di chiudere la pratica con una parola simbolo del burocratese italiano: delocalizzazione.

Era il periodo in cui le new town erano entrate nel lessico quotidiano, diventando una soluzione pratica per risolvere l’ennesima emergenza del Belpaese aggiungendo cemento al cemento. E così è stato anche a Pianette di Cerzeto, dove gli edifici bianchi ben visibili da lontano hanno sì dato una casa a chi lasciò la sua, tuttavia portando con sé tutti i danni collaterali dell’esodo forzato.

LO SPAESAMENTO

Lo spaesamento oggi è visibile come una ferita aperta sul viso di gente come Silvio Madotto, anche lui costretto a lasciare casa, piazza, campanile, rapporti di vicinato. Si commuove quando pensa al suo paese di qualche anno fa, a San Giorgio in processione, a parenti e amici che non potrà più incontrare in questo posto. Silvio è un resistente, perché proprio non ce la fa a non raggiungere Cavallerizzo ogni giorno.

IL NON LUOGO DELLA NEW TOWN A CAVALLERIZZO

È il suo modo per ricordare a se stesso chi è, quale è il suo posto nel mondo, dove sono custoditi i suoi ricordi.
Quasi tutti pomeriggi lo trovi a casa sua, intatta come prima di quel 7 marzo. Accudisce i cani, governa i pochi animali con amore, cura l’orto e un piccolo giardino, accoglie alla maniera meridiana offrendo vino, formaggio, buon salame e memoria. Tira fuori vecchie foto della festa patronale, con la statua del santo che esce dalla chiesa nella piazza principale a poche centinaia di metri da casa sua. Non si dà pace perché in cuor suo sa che qualcosa non quadra, che non tutto è stato tentato per trovare una soluzione alternativa al non-luogo della new town di Cerzeto.
Eppure ancora Cavallerizzo non si muove, la frana non ha continuato a morderlo, non ha chiuso la pratica definitivamente.

Lo spiega bene il prof Fabio Ietto, citando i risultati pubblicati nel 2022 su International Journal of Disaster Risk Reduction, una rivista scientifica di ambito geologico: «Tra i dati che abbiamo considerato e analizzato ci sono le indagini satellitari basate sull’acquisizione e analisi di 83 immagini dal 2019 al 2021 tramite satelliti di ultima generazione ad elevata precisione quali il Sentinel-1.

L’ANALISI DEI DATI

L’analisi dei dati ha evidenziato che il centro storico risulta praticamente stabile con tassi di movimento di appena 2 mm all’anno, valori molto vicini al margine di approssimazione della tecnologia utilizzata. Sulla base di tali dati uniti all’assoluta assenza al suolo di evidenze di frane attive che coinvolgono il centro storico, è possibile affermare che almeno il borgo antico di Cavallerizzo è da definirsi stabile».


Un buon termine di paragone – secondo il docente dell’Unical – è costituito dai paesi limitrofi: l’intera porzione centrale dell’abitato di Rota Greca si muove di 13,7 millimetri all’anno mentre buona parte dell’abitato di San Martino di Finita raggiunge picchi di movimento di 12 mm all’anno. Valori questi riportati nello stesso lavoro scientifico.

QUALI POSSONO ESSERE LE CAUSE DELLA FRANA


Fabio Ietto si è anche chiesto le cause di quella frana, ha analizzato numeri e fatto indagini sul campo senza risparmiarsi. «Ulteriori dati che abbiamo analizzato sono gli andamenti storici delle misure di falda, cioè dei livelli di acqua nel sottosuolo.

Opinione ampiamente condivisa dalla comunità scientifica è che l’innesco della frana sia stato dovuto a un elevato innalzamento della falda che secondo alcuni autori era determinato alle elevate piogge del periodo.

A tal riguardo nutro qualche dubbio. In questo studio del 2022 ho evidenziato l’anomalo andamento della falda che nei giorni precedenti all’attivazione della frana ha subito un improvviso innalzamento di oltre 6 metri proprio nell’area del dissesto. Pertanto tali dati non escludono che i primi movimenti della frana abbiano potuto causare una rottura della condotta idrica Abatemarco, le cui perdite hanno saturato d’acqua l’intero versante causandone il successivo improvviso collasso».

Fa riflettere un altro dato snocciolato dall’accademico: «Dopo la frana del 2005 la condotta idrica dell’Abatemarco è stata deviata tramite la realizzazione di un by pass che aggira l’area dissestata dal fenomeno gravitativo. Attualmente anche quest’area risulta pressoché stabilizzata con valori di movimenti anche qui prossimi ai 2 mm».

UN MIRACOLO CHE CAVALERIZZO SIA ANCORA IN PIEDI


Per alcuni suoi colleghi è un miracolo che Cavallerizzo sia ancora in piedi. Ma Ietto risponde «che dal punto di vista scientifico i miracoli non esistono». Il miracolo di questo paese a mezz’ora da Cosenza sono gli irriducibili come Liliana Bianco, l’insegnante in pensione che non ha mai lasciato questo posto. Vive ancora lì con suo figlio, i suoi gatti che l’aspettano in piazza, i suoi cani. Lei è il simbolo di questa resistenza.

Non molla di un centimetro e lamenta l’attenzione a corrente alternata dei media su questo piccolo centro che, malgrado tutto, continua ad esercitare fascino e interesse per studiosi, giornalisti, fotografi.

Liliana insegna che la forza delle radici è più forte di ogni zona rossa.

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