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Un pastore con i suoi cani

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A Camigliatello Silano il VI raduno cinofilo del Cane Pastore della Sila, razza autoctona calabrese in via di riconoscimento da parte dell’Ente Nazionale della Cinofilia Italiana (ENCI)


Il pelo lungo (tra il fulvo e il nero con tratti di bianco), le orecchie all’ingiù, l’aria attenta, intelligente e piena di dignità e consapevolezza. Così, domenica 12, ventuno esemplari di Cane da Pastore della Sila, si sono radunati nel bellissimo Centro Sperimentale Dimostrativo di Molarotta a Camigliatello Silano. Era il VI Raduno Nazionale di questa razza autoctona calabrese in via di riconoscimento da parte dell’Ente Nazionale della Cinofilia Italiana (ENCI).

PASTORE DELLA SILA, RADUNO CINOFILO A CAMIGLIATELLO

I ventuno pastori, sono passati all’attento vaglio degli esperti giudici Pietro Marino, Manola Poggesi e Pierluigi Buratti, e sono stati registrati come capostipiti di razza nel Registro Supplementare Aperto (RSA). I cani, provenienti principalmente da mandrie e piccoli allevamenti sparsi sul territorio calabrese, sono stati sottoposti a misurazione cinometrica e al prelievo del tampone salivare per gli studi genetici. Il loro nomi racchiudono in sé simboli dell’identità calabrese. Così, uno dopo l’altro sono entrati nel ring, al cospetto degli esperti giudici, Ampollino, Ciccilla, Bruzia, Malatesta, Magara… Nomi che evocano luoghi e personaggi leggendari, fieri e coraggiosi, della Calabria. Tra tutti, il più diffuso resta Brigante, insieme a Leone, appellativo che di solito spetta al capobranco della muta che protegge il gregge.

SAVERIO STRATI E IL PASTORE DELLA SILA

Anche Saverio Strati, nei suoi romanzi, pone lo sguardo sul Pastore della Sila. Già in “Tibi e Tascia” i protagonisti “giocavano, giocavano e camminavano assieme per la strada di campagna e lui le parlava di pecore e di capre e di cani che erano più forti dei lupi”. Ma è ne “Il selvaggio di Santa Venere”, romanzo di formazione che nel 1977 valse a Strati il Premio Campiello, che lo scrittore di Sant’Agata del Bianco si sofferma sui cani di mandria. Leo Arcadi, il protagonista, quando parlava dei cani dei pastori “Il cuore gli usciva dalla bocca dall’ansia, dal piacere. Quando raccontavano di quei cani enormi, neri, dal pelo fitto e ricciuto che erano più forti dei lupi, che stavano sempre all’erta pronti a lanciarsi veloci come il vento contro gli sconosciuti. Di quei cani che lottavano fra loro come guerrieri”.

BRIGANTE, IL CAPOBRANCO DEL MASSARO

Di Brigante, il capobranco della muta dei cani del massaro Macrì, scriveva “Nessuno si poteva manco accostare allo stazzo, se prima da un chilometro lontano non chiamava massaro Biasi; e con tutto ciò, Brigante rizzava orecchie e pelo e correva come un fulmine verso il visitatore, a coda ritta e ferma come fosse di ferro. Bastava però che massaro Biasi s’infilasse due dita in bocca e mandasse un fischio che rimbombava per tutta la contrada, perché Brigante tornasse indietro con la coda fra le gambe, giacché capiva che si trattava di un amico del padrone”.

IL PASTORE DELLA SILA DESCRITTO PER LA PRIMA VOLTA NEL 1906

Citato già nell’Ottocento dai viaggiatori del Grand Tour, il Pastore Calabrese venne descritto per la prima volta nel 1906 dallo storico naturalista Armando Lucifero, che nel suo saggio Mammalia Calabra dedicato ai mammiferi calabresi narra di un cane “alto di statura quasi quanto un Terranova, con il pelo lungo e appena ondulato, coda fioccata, muso aguzzo, orecchie corte ma penzolanti, mantello bruno-fulvo uniforme nella parte superiore e biancastro in quella inferiore, che talvolta si tramuta in bianco […]”.

CANI RUSTICI E FRUGALI

Da sempre votati alla custodia dei greggi transumanti, i Pastori della Sila, chiamati in dialetto calabrese cani e mandra, sono cani rustici e frugali che, grazie al tempo e alla natura, si sono adattati al territorio, riuscendo a svolgere la loro funzione di guardiani sia in ambiente montano sia in pianura. La secolare pratica della transumanza, che da sempre caratterizza l’allevamento in Calabria, ha contribuito a formare cani agili, forti e capaci di competere contro lupi e altri animali selvatici.
Ciò che lo distingue è soprattutto il carattere: equilibrato con l’uomo, ma determinato con i predatori.

IL CARATTERE EQUILIBRATO CON L’UOMO

Cresciuto fin da cucciolo accanto agli animali che dovrà custodire, sviluppa un forte senso di appartenenza al gregge di cui si sente parte della struttura sociale. Sulle Alpi, dove numerosi allevatori lo hanno impiegato in contesti turistici, il rischio di incidenti con i visitatori si è notevolmente ridotto. La sua capacità di interpretare il comportamento umano gli consente di distinguere quali sono le reali minacce per il gregge che custodisce, evitando così di percepire un semplice turista come un pericolo.

IL RICONOSCIMENTO DELLA RAZZA CANE PASTORE DELLA SILA

La volontà e il desiderio dei calabresi di vedere riconosciuta, al pari delle altre, la propria razza autoctona come razza italiana è iniziata più di cinquant’anni fa. La prima opera di selezione avvenne a partire dagli anni Settanta grazie al lavoro di ricerca sul campo del dottor Ferdinando Sala, medico di Tiriolo, supportato dal conte Giovanni Bonatti, appassionato cinofilo e docente di zootecnia.
Dopo una serie di tentativi da parte di appassionati e studiosi calabresi, nel 2010 si compì finalmente un passo decisivo: furono individuati e recuperati diversi soggetti morfologicamente omogenei, non imparentati tra loro e distribuiti in varie aree del territorio calabrese. In quell’occasione, grazie al club diretto dalla dott.ssa Isabella Biafora, si procedette all’apertura del Registro Supplementare Aperto (RSA) presso l’ENCI.

UN SOGNO LUNGO 50 ANNI

Dal 2019, a proseguire questo sogno lungo cinquant’anni e a curare i rapporti con l’ente nazionale, nonché il lavoro di selezione, tutela e promozione del cane, è l’ATPS (Associazione per la Tutela del Cane da Pastore della Sila), formata da allevatori, veterinari, ricercatori e appassionati calabresi, uniti nel completare il percorso di riconoscimento della razza e diffondere la conoscenza del cane.
Un passo fondamentale per il futuro della razza compiuto nel 2022, quando l’Università Statale di Milano, in collaborazione con l’ENCI, ha condotto uno studio genomico su trentadue soggetti capostipiti. I risultati sono stati sorprendenti: nessun cane presentava patologie ereditarie, il tasso di consanguineità era molto basso e la variabilità genetica ottima.

LA TESI DI LAUREA

Questa ricerca, confluita nella tesi di laurea della ricercatrice Marta Cambiaghi, ha confermato l’importanza di continuare a valorizzare il Pastore della Sila come patrimonio di biodiversità. Come sottolinea la studiosa:
“Il Cane da Pastore della Sila è stato, ed è tuttora, uno strumento insostituibile per la difesa da lupi e predatori. È innegabile il suo valore a livello di biodiversità ed efficienza. La possibilità di utilizzare le informazioni genomiche di questa razza permette di valorizzarla, approfondirne la conoscenza e favorirne la conservazione.”

LE ANALISI MOLECOLARI

Grazie a Vetogene, laboratorio di diagnostica molecolare di proprietà dell’ENCI, è stato possibile effettuare i prelievi di materiale biologico su venti soggetti presenti al sesto raduno.
La dott.ssa Anna Palucci, presidente dell’Ordine dei Veterinari di Cosenza e membro del consiglio direttivo dell’ATPS, che insieme alla dott.ssa Amalia Bruno ha curato il servizio veterinario, non ha dubbi: «Il sesto raduno del Pastore della Sila è stato utile per ampliare il patrimonio genetico a vantaggio di futuri studi sulla razza».

PROTAGONISTA ANCHE IN ALTRE REGIONI D’ITALIA

Oggi il Pastore della Sila è protagonista non soltanto in Calabria, ma anche in diverse regioni d’Italia e all’estero. In Valtellina è impiegato con successo anche per la difesa dalle incursioni degli orsi, confermandosi un guardiano affidabile e versatile.
La razza in via di diffusione in Svizzera, Austria, Germania, Francia e Stati Uniti, dove viene utilizzata, oltre che con ovini e caprini, anche con bovini, avicoli, lama e alpaca.

UN CANE CHE È UN SIMBOLO PER LA CALABRIA

Il Pastore della Sila non è solo un cane: è un simbolo della Calabria, custode silenzioso della sua storia e protagonista di una pastorizia sostenibile, in armonia con la natura orientata alla tutela del territorio e della biodiversità.

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