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Il depuratore di San Nicola Arcella

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PAOLA (CS) – La nuova inchiesta del procuratore Pierpaolo Bruni, abbattutasi su vari Comuni del Tirreno cosentino, ha svelato, tra l’altro, gli intrecci tra pubblici amministratori, personale di ditte private di smaltimento rifiuti e pubblici ufficiali che portavano all’inquinamento del mare e dell’ambiente al fine di ottimizzare risorse economiche, ossia per risparmiare denaro.

Un dipendente Arpacal “colluso”, in particolare, alteravano i risultati delle analisi delle acque reflue al fine di far risultare parametri chimici e valori microbiologici rientrati nei limiti di legge, ma la situazione era totalmente diversa.

In un caso, ad esempio, due indagati prelevavano fanghi di depurazione senza sottoporli ad adeguato trattamento e li smaltivano non mediante ditta autorizzata In discarica, ma trasportandoli in località Puma del Comune di Buonvicino presso un terreno agricolo nella disponibilità di un dipendente comunale.

In altra circostanza i fanghi venivano invece smaltiti in località Scala, sempre presso un terreno agricolo e poi in un cassone sito all’interno del depuratore comunale di Diamante. Il dipendente Arpacal infedele avvertiva i privati della data in cui avrebbe eseguito i prelievi delle acque reflue e consentendole di scegliere l’impianto da sottoporre a controllo, falsando i risultati.

Dietro indicazione di titolari di ditte, veniva utilizzato acido peracetico, in assenza di un preciso dosaggio chimico, negli impianti di depurazione al fine di abbattere surrettiziamente la carica batterica prima dell’esecuzione concordata illecitamente con l’impiegato Arpacal dei prelievi.

E ciò avveniva in svariate circostanze. Ciò ho comportato verosimilmente l’inquinamento del mare e dell’ambiente circostante, in un territorio dove da decenni si registrano episodi di mare sporco e inquinato e fenomeni di abbandono delle coste da parte dei turisti.

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