X
<
>

Share
4 minuti per la lettura

COSENZA – L’Asp di Cosenza continua ad affidarsi ai medici “gettonisti” per il servizio di guardia medica pediatrica in diversi ospedali. Dal punto nascita di Cetraro (ancora oggi chiuso), a quelli di Castrovillari e Corigliano. E ancora i Pronto soccorso di Rossano, Corigliano e Trebisacce. La Pediacoop, società di Domodossola, c’è ormai diversi anni. L’ultimo contratto, rinnovabile fino al 2025, è stato siglato il primo gennaio 2023. I dottori della società privata sono chiamati a svolgere i turni h24 di guardia medica pediatrica ospedaliera. La spesa complessiva per l’anno in corso supera i 924mila euro.

Le ragioni? Carenza di dottori e dottoresse. Una situazione atavica e sostanzialmente irrisolta. E i concorsi? «Devo dire che li stanno facendo, però molti vanno deserti», racconta la dottoressa Stefania Zampogna, pediatra calabrese e presidente Simeup, la Società italiana di medicina di emergenza e urgenza pediatrica. «Vanno deserti nei piccoli ospedali, negli spoke, dove invece sarebbero necessari». Questo perché i pediatri «preferiscono andare a lavorare negli hub», i grandi ospedali. «Quando in realtà a mio avviso un pediatra che lavora nello spoke impara molto di più, perché le responsabilità sono maggiori, c’è una minore disponibilità di specialisti». In altre parole si lavora in maniera intensa. «Negli hub – continua – si può avere il dermatologo di pomeriggio, o i fine settimana, il chirurgo-pediatra, l’otorino. Nello spoke il pediatra deve avere un’esperienza maggiore perché questo approccio multidisciplinare ovviamente non è sempre possibile, anche se c’è nella gran parte degli spoke c’è un valido supporto disciplinare».

Stefania Zampogna, pediatra calabrese e presidente Simeup, la Società italiana di medicina di emergenza e urgenza pediatrica

E’ vero pure che ci sono quelle «situazioni borderline dove, soprattutto nei fine settimana, gli specialisti non sono presenti ventiquattro ore su ventiquattro. E quindi o è bravo il pediatra o la qualità delle cure diminuisce». A Crotone per esempio, racconta Zampogna, su un avviso «si è presentata una sola pediatra. Meno male – dice – che abbiamo il supporto del presidente che ha garantito l’arrivo di pediatri cubani. Io ne ho uno valido. I dottori cubani professionalmente sono molto bravi, grandi lavoratori, non posso assolutamente lamentarmi».

Però «il vero dramma è questa disuguaglianza tra Nord, Sud e centro». La presidente fa riferimento al “libro bianco” dell’emergenza pediatrica elaborato poche settimane fa da Simeup in collaborazione con Società Italiana di Pediatria (Sip) e Società Italiana di Pediatria Ospedaliera (Sipo). Mercoledì scorso Zampogna era al ministero proprio per esporre questi dati. Sei anni fa l’accordo stato-regioni, quasi cinque anni passati dalle linee guida che avrebbero dovuto ridisegnare la rete dell’emergenza urgenza pediatrica. In che modo: nuovi codici (cinque numerici al posto dei vecchi codici-colore), zone dedicate ai minori nei Pronto soccorso con percorsi separati e spazi idonei soprattutto a chi è vittima di violenza, Osservazione breve intensiva pediatrica e personale infermieristico altamente specializzato. Al Nord quasi tutti gli ospedali sono pronti, al Sud pochissimi. «A Catanzaro, poi a Lamezia e infine a Crotone sono riuscita ad attivare l’Obi. Nel resto della Calabria non so se nei piani di ristrutturazione dei Pronto soccorso sono stati previsti degli spazi per la guardia medica pediatrica, gettonisti o no». A Cosenza, per esempio, nel progetto di ristrutturazione questo non è stato previsto. «Eppure è necessario, non si può pensare di lasciare un bambino in un pronto soccorso. Magari esposto a possibili traumi psicologici in mezzo a pazienti adulti in condizioni estremamente gravi».

E poi gli spazi per potenziali malattie infettive, quelle per possibili maltrattamenti. E soprattutto «personale altamente specializzato». In altre parole non è solo un problema di medici, ma soprattutto di spazi. «In media il 20% degli accessi in pronto soccorso sono pediatrici – continua Zampogna – però non ci sono i luoghi idonei. L’Osservazione breve intensiva nasce per questo: bisogna ragionare il più possibile nel riportare il bambino a casa il prima possibile. Per questo servono posti letto dove si può osservare il paziente qualche ora, anche 24». Paradossalmente «più che terapie intensive servono spazi Obi e subintensive». E poi c’è il problema dei medici, sempre pochi e in condizioni estremamente complesse, turni massacranti e soprattutto l’imprevedibilità assoluta dell’utenza. Più di un Pronto soccorso per adulti i casi di violenza nei confronti del personale medico pediatrico sono una realtà concreta. Insomma, per la Calabria è arrivato il tempo di cambiare strada.

Share

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

Share
Share
EDICOLA DIGITALE