Il talk al festival di Celico con Gratteri e Nicaso
INDICE DEI CONTENUTI
- 1 MAFIA HI TECH E GLOBALIZZATA
- 2 SE LA MAFIA DIVENTA ESTETICA
- 3 IRONIA SUI BOSS PER DEMITIZZARLI
- 4 ‘NDRANGHETA POCO RACCONTATA
- 5 IL CASO AEMILIA
- 6 IN CALABRIA NUOVA GENERAIONE DI REGISTI
- 7 IL FILM SU BORSELLINO
- 8 MITIZZAZIONE DEL POTERE MAFIOSO
- 9 IL MEZZO IMPLICA IL CONTENUTO
- 10 NIENTE FILTRI CRITICI
- 11 DANNO EDUCATIVO
- 12 SFIDA COMPLESSA
Talk con Nicaso, Gratteri, Carlei, Bocci e Girelli al festival di Celico: «Ridefinire i linguaggi dei film sulla mafia»
CELICO – «Mancano film che spieghino la nuova mafia, una realtà che purtroppo rimane sconosciuta ai più. Noi magistrati dobbiamo fare un profondo mea culpa, perché per troppo tempo abbiamo continuato a raccontare una criminalità organizzata esclusivamente violenta, un’immagine parziale legata a spari sulle serrande, auto bruciate e omicidi. Questa era una rappresentazione corretta fino a dieci anni fa, ma oggi la realtà processuale ci dice tutt’altro». Non usa giri di parole Nicola Gratteri, procuratore di Napoli, nell’aprire il suo atteso intervento al Teatro delle Arti di Celico. È l’atto conclusivo del Celico International Arts Festival, che ha chiuso i battenti con un talk su “Mafia tra realtà e rappresentazione”. Un dibattito serrato per analizzare come i linguaggi della fiction e del grande schermo possano talvolta distorcere o, al contrario, aiutare a comprendere il reale e complesso sistema del fenomeno mafioso contemporaneo. Un focus mirato a scindere i falsi miti delle narrazioni commerciali da quei racconti capaci, invece, di offrire strumenti autentici di analisi e contrasto culturale alla criminalità organizzata.
MAFIA HI TECH E GLOBALIZZATA
Davanti a una platea gremita, Gratteri ha portato la concretezza delle ultime indagini per tracciare il profilo di una criminalità tecnologica e globalizzata, di cui il cinema non sembra essersi ancora accorto. «Quando insieme ad Antonio Nicaso abbiamo scritto Il Grifone – ha spiegato il procuratore – abbiamo messo in evidenza, carte alla mano, come una famiglia di ‘ndrangheta di Crotone fosse perfettamente in grado di estrarre bitcoin o di penetrare nel darkweb. Parliamo di contesti in cui, nel giro di appena venti minuti, gli intermediari della cosca riescono a eseguire transazioni finanziarie a sei zeri che attraversano simultaneamente tre diversi continenti. Questo specifico aspetto economico non viene narrato dal punto di vista cinematografico, eppure parliamo di flussi finanziari di proporzioni notevoli. Basti pensare che di recente, intercettando un solo hacker, abbiamo proceduto al sequestro di ben 36 milioni di euro alla Procura di Napoli». Da qui l’esplicito appello del magistrato ai professionisti del settore audiovisivo ad approfondire come si è spostato realmente l’asse del potere criminale. «La cinematografia è importante, ti trascina, ti aiuta a conoscere la storia. Ma proprio per questo inviterei gli autori, i registi e gli sceneggiatori a leggere con attenzione gli atti giudiziari».
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SE LA MAFIA DIVENTA ESTETICA
Al fianco di Gratteri, il co-direttore artistico del festival Antonio Nicaso – tra i massimi esperti di mafie a livello internazionale – ha spostato l’analisi sui meccanismi semiotici e sul pericolo dell’assuefazione visiva. «Ogni rappresentazione cinematografica o televisiva è, intrinsecamente, una scelta. Il vero problema non è solo ciò che si mostra, ma soprattutto cosa si decide di lasciare fuori campo», ha ammonito lo studioso. «Il rischio reale, quando il racconto visivo è potente, è che la mafia si trasformi in pura estetica. E quando il male diventa estetica, la denuncia sociale scivola pericolosamente verso la mitizzazione. Non dobbiamo mai dimenticare che le mafie vivono e prosperano grazie al consenso e all’immaginario». Il cinema, insomma, può essere uno straordinario «luogo di comprensione», ma se non è governato dal rigore etico rischia di essere il luogo in cui «il mito mafioso viene involontariamente rafforzato». Nicaso ha quindi sollevato la questione cruciale di «come raccontare le mafie senza semplificarle o renderle seducenti», evitando di trasformare il dolore in spettacolo d’intrattenimento. «Bisogna dare spazio non solo ai boss, ma anche a chi resiste, a chi indaga». Bisogna, insomma, ridurre la distanza che oggi separa l’immaginario pop dalla realtà processuale.
IRONIA SUI BOSS PER DEMITIZZARLI
A tal proposito, lo studioso ha lanciato una proposta spiazzante, che rompe i cliché tradizionali del genere drammatico. «Perché dobbiamo interpretare i mafiosi solo in modo serioso? Se si cominciasse a rappresentarli con ironia, si riuscirebbe finalmente a demitizzarli». Nella serialità americana di alto livello, ad esempio, «Tony Soprano va dallo psichiatra esattamente come faceva nella realtà Frank Costello, anche se all’epoca nessuno lo sapeva». Insomma, è l’idea di Nicaso, che ha citato anche dei precedenti come Pif, dobbiamo iniziare a farci beffa dei mafiosi, a raccontare le loro ridicole miserie umane, le loro fobie e le loro ipocrisie. Smontare il loro pulpito attraverso lo scherno e la satira è un’arma culturale potentissima. Nicaso ha poi ricordato un illuminante aneddoto legato al grande regista Francesco Rosi, il quale, durante le riprese del celebre film sul bandito Salvatore Giuliano, scelse deliberatamente di non inquadrare mai il protagonista in primo piano, ma di filmarlo esclusivamente da lontano, proprio per evitare che la macchina da presa ne decretasse una mitizzazione visiva.
‘NDRANGHETA POCO RACCONTATA
Il dibattito ha assunto una sfumatura ancor più stringente quando lo sguardo si è posato sulla ‘ndrangheta, una mafia storicamente poco raccontata dai grandi circuiti cinematografici nazionali. Ivan Carlei, vicedirettore di Rai Fiction, peraltro di origini lametine, ha ammesso i ritardi dell’industria audiovisiva su questo fronte. «La complessità della società di oggi, che non è decisamente più quella dei vecchi film in bianco e nero, ci impone il dovere morale di raccontarla. È vero, la ‘ndrangheta non è stata raccontata molto. Molti fatti di Cosa Nostra siciliana sono diventati pubblici e televisivi perché ci sono stati grandi pentiti». La ‘ndrangheta, al contrario, ha una struttura familiare blindata, è più «sotterranea», e per gli sceneggiatori è «meno facile raccoglierne le storie dall’interno».
IL CASO AEMILIA
Carlei ha però evidenziato come le cose stiano cambiando, spingendo verso produzioni che ne svelano la pervasività globale. «La ‘ndrangheta è ormai da esportazione. Il docufilm Aemilia dimostra chiaramente che la mafia calabrese non è più un fenomeno circoscritto, ma si innesta profondamente in territori lontani. Servirebbero storie che catturino questa complessità. L’economia mafiosa e quella legale non sono due mondi distinti e separati, si compenetrano continuamente. Dobbiamo avere il coraggio di raccontare queste cose. Non si possono raccontare solo i banditi».
IN CALABRIA NUOVA GENERAIONE DI REGISTI
Il vicedirettore di Rai Fiction ha poi rivendicato alcune scelte editoriali recenti. «Mi è piaciuto moltissimo fare un film su Matteo Messina Denaro perché in quel racconto, alla fine, non vince la mafia, ma lo Stato. Così come trovo straordinaria la bellissima storia diretta da Michele Placido sulla figura del giudice Rosario Livatino. Della Calabria – ha concluso Carlei – bisogna raccontare anche le cose buone. Sta venendo fuori una generazione eccezionale di registi e attori locali. Se la narrazione filmica cresce sul territorio, si creano posti di lavoro. Un tempo, per fare questo lavoro, io stesso sono dovuto partire; oggi, fortunatamente, i giovani possono farlo anche qui».
IL FILM SU BORSELLINO
L’attore Cesare Bocci ha portato l’esperienza diretta di chi calca il set, ricordando il peso emotivo dell’interpretazione di figure storiche. «Per il film su Paolo Borsellino la scelta era scontata quando me l’hanno proposto. Allora si studia, ci si documenta, conosci la famiglia e scopri una persona umana che non immaginavi fosse così. Giovanni Falcone comunicava di più con l’esterno, Borsellino appare mediaticamente soprattutto dopo la morte dell’amico. Io immaginavo un personaggio cupo; quando poi abbiamo avuto accesso alle foto di famiglia era sorridente, era il primo a fare scherzi durante le riunioni di famiglia. Lì ho capito quanto poteva soffrire internamente un uomo che sapeva perfettamente che sarebbe toccato a lui. Un mio mito, un nostro mito, sembrava l’ultimo baluardo di legalità».
MITIZZAZIONE DEL POTERE MAFIOSO
Bocci ha poi analizzato il rovescio della medaglia della fiction contemporanea. «In serie come Gomorra c’è una palese mitizzazione del potere mafioso, manca totalmente il contraltare dello Stato. Slogan come “Prendiamoci la città nostra” fanno presa sui giovani. Purtroppo veniamo da stagioni storiche in cui abbiamo avuto al potere chi diceva che pagare le tasse era da coglioni. Quando eravamo ragazzini noi l’eroe indiscusso era il poliziotto, ma con una simile cultura al potere non si fa un bel servizio alla collettività. Quando uccisero Falcone e Borsellino fu la stupidaggine più grande che potesse fare la mafia, perché fu la fiamma che fece partire un falò nelle coscienze di siciliani e calabresi che si sono ribellati a un sistema che non dà nulla e toglie soltanto la libertà».
IL MEZZO IMPLICA IL CONTENUTO
Sull’evoluzione dei linguaggi si è soffermato lo sceneggiatore Paolo Girelli. «Il mezzo implica inevitabilmente la struttura del contenuto, è così dai tempi del teatro greco. Quando arrivano la tv a pagamento e le piattaforme streaming inizia un processo di mitizzazione esasperata dell’antagonista, una figura più affascinante rispetto al “buono” lineare della vecchia tv generalista».
NIENTE FILTRI CRITICI
Girelli ha evidenziato la pericolosa carenza di filtri critici. «Nella rappresentazione fittizia moderna salta completamente il patto sociale. A livello psicologico ci sentiamo autorizzati a saltare alcune regole civili e il cattivo si eleva a mito. La tragedia greca svolgeva una funzione catartica e c’era un inizio e una fine. Oggi, invece, fruiamo di tutto questo da soli, isolati davanti agli schermi. Lo si vede chiaramente anche dai testi di certe canzoni dei trapper, dove si ripetono concetti come i soldi dentro la borsa di Fendi per fare sei stipendi in un solo giorno. Con lo streaming vediamo tutte le puntate di fila. Un personaggio come Savastano non muore dopo la prima puntata o la prima stagione, cresce sempre di più, si espande e fidelizza il pubblico fino a che non si decide di chiudere la serie per ragioni commerciali. Nella tragedia greca l’eroe moriva subito per i suoi peccati». Insomma, un modello narrativo completamente diverso, perché l’eroe tragico fa riflettere e lancia un monito morale. Mentre nell’eroe negativo della serie ci si immedesima perché non ci sono figure alternative.
DANNO EDUCATIVO
Il dibattito è tornato ad infiammarsi sui fenomeni giovanili e di costume con il procuratore Gratteri. «Un trapper con la maglia dei Narcos viene ufficialmente invitato a parlare in un’università mentre, attraverso i suoi testi, inneggia apertamente alla camorra. Questo dimostra che non si capisce affatto il danno educativo che si fa ai ragazzi. Lo stesso soggetto lo si vede chiaramente in un filmato mentre abbraccia un noto camorrista». Una critica netta, condivisa da Nicaso, che ha definito la narrazione di serie come Gomorra «una Napoli cupa, dove il sole non si vede mai e in cui il conflitto non è tra male e bene ma tra male e peggio. Una rappresentazione parziale che non tiene minimamente conto dei tantissimi ragazzi di Scampia che fanno resistenza culturale ogni giorno sul territorio».
SFIDA COMPLESSA
La chiosa finale è stata affidata a un ultimo monito di Nicaso, che ha ricordato la complessità della sfida odierna. «La guerra dello Stato contro il brigantaggio è stata vinta, quella contro il terrorismo politico è stata vinta. Quella contro la mafia no perché è strutturalmente capace di stringere fitte reti di relazioni istituzionali». Nicaso ha ricordato anche che quando i corleonesi agirono militarmente contro lo Stato segnarono la loro fine strategica, mentre le mafie di oggi vivono e prosperano nel silenzio dei mercati finanziari. Una drammatica realtà. Le mafie, come spesso accade, sono più avanti. Anche la loro rappresentazione nel campo audiovisivo sconta ritardi.
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