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Da sinistra: Pierpaolo Capovilla nei panni di Doriano, Filippo Scotti nei panni di Giulio e Sergio Romano nei panni di Carlobianco.

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Francesco Sossai, in “Le Città di Pianura” avvolge lo spettatore nei margini della Pianura Padana; un film che racconta la solitudine, un benessere sgretolato ed estetica paesaggistica che accompagna chi lo guarda nei meandri della resistenza.


C’è un’Italia che resta invisibile, esclusa dalle patinate rotte turistiche e dai filtri rassicuranti di Instagram. È la Pianura Padana viscerale, quella dei margini. Qui, l’orizzonte è segnato da capannoni industriali e dal fumo di un benessere. Dopo la scossa del 2008, quel benessere è svanito, lasciando solo scheletri di cemento.

In Le città di pianura, Francesco Sossai non si limita a inquadrare questo sfondo, ma lo trasforma nel respiro stesso del racconto. Qui la terra piatta smette di essere geografia e diventa stato d’animo. È un tempo sospeso. I minuti si allungano nel vuoto. La solitudine cresce, vasta come la nebbia che inghiotte i campi. Non è solo un posto dove vivere. è un modo di sentirsi: smarriti tra le vestigia di un progresso che ha smesso di correre.

CARLOBIANCHI E DORIANO RACCONTANO LA PIANURA

Al centro della storia non troviamo le solite vittime rassegnate. I protagonisti, Carlobianchi e Doriano, sono pecore nere in un sistema. Tutti gli altri sembrano spenti, schiacciati da un quotidiano senza sconti. La provincia affoga in una tristezza silenziosa. Questi due cinquantenni invece decidono di essere ottimisti. La loro è una follia lucida. Dove la massa si lascia trascinare passivamente, loro rivendicano il diritto di decidere per sé stessi. In un Veneto devastato dalla crisi, bere diventa una presa di posizione. Non è una fuga disperata, ma un atto di resistenza: Meglio scegliere una strada sbagliata che non scegliere affatto e restare a guardare la propria vita che scorre via.

Sossai evita ogni tentazione di abbellire la realtà. Non ci sono luci da cartolina, ma il respiro pesante di una terra che ha visto svanire la ricchezza degli anni ’90. I protagonisti viaggiano su una vecchia Jaguar S-Type, rovinata. È l’ultimo simbolo di un’epoca che ora è solo un sogno. I due amici incontrano Giulio, uno studente di architettura. Lui incarna la nuova generazione. Il film mette a confronto due modi opposti di stare al mondo. Carlobianchi e Doriano non hanno paura del presente perché hanno già smesso di credere nel futuro. Fanno le cose adesso.

Giulio sa analizzare, confrontare, posticipare. Costruisce l’ansia attorno a ogni decisione, anche la più semplice, come parlare a una ragazza. Il paradosso è chiaro: la generazione con più strumenti è anche la più bloccata. Invece, chi vive nel presente senza piani è l’unico capace di agire.

“LE CITTA’ DI PIANURA”, UN VIAGGIO DENTRO I MARGINI

La meta del viaggio è il Memoriale Brion di Carlo Scarpa. È un vero gioiello d’architettura, situato ad Altivole. Ma il vero viaggio è quello dentro la domanda che il film ci sbatte in faccia. È meglio autodistruggersi alle proprie condizioni o lasciarsi spegnere dal grigiore circostante?

Forse la generazione di Giulio sta riscoprendo quegli spazi “molli” e indefiniti della provincia. Forse, tra le rovine del mito del “produrre”, si può imparare a sognare di nuovo, anche se la rincorsa è faticosa. 

In un panorama cinematografico pieno di stereotipi, Le città di pianura si distingue. La sua estetica rigorosa e la verità scomoda hanno catturato l’attenzione della critica. Ben 16 candidature ai David di Donatello. Non sono solo un traguardo formale per Francesco Sossai. Ma la conferma che esistono un pubblico, e una critica, pronti a dare voce a quell’Italia “minore”. È un riconoscimento che la periferia, raccontata onestamente, diventa non più margine, ma il cuore del nostro cinema.

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