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Tirreno Festival: Paolo Crepet a teatro con “Mordere il cielo”. Tutti i dettagli nell’intervista al celebre psichiatra e sociologo. Ecco le prossime tappe in Calabria: il 19 marzo 2025 al Teatro Politeama di Catanzaro e il 20 marzo 2025 al Teatro Rendano di Cosenza.


COSENZA E CATANZARO – Viviamo in un’epoca in cui tutto scorre a una velocità vertiginosa, eppure mai come oggi ci sentiamo smarriti. Guerre, migrazioni, solitudini e ansie quotidiane compongono un mosaico di incertezze e paure che ci avvolge, mentre l’omologazione soffoca la nostra unicità. In questo scenario, Paolo Crepet ci lancia una sfida: fermarsi, riflettere, interrogarsi. Che fine hanno fatto le emozioni che ci rendono vivi? Perché la normalità sembra diventata una gabbia invisibile? Come possiamo riscoprire il senso autentico della nostra esistenza? Domande scomode, ma necessarie.

Il celebre psichiatra e sociologo non si limita a osservare il mondo: lo sviscera, lo scuote, lo mette a nudo. Con la sua inconfondibile lucidità e passione, porta sul palco un invito audace: “Mordere il cielo”. È questo il titolo del suo nuovo spettacolo-conferenza, un appuntamento imperdibile all’interno della ricca programmazione del Tirreno Festival, con la direzione artistica di Alfredo De Luca, il sostegno della Regione Calabria e degli enti locali. Dopo il successo del 20 febbraio al Teatro Cilea di Reggio Calabria, sono due le prossime tappe calabresi per ascoltare dal vivo il suo viaggio nelle emozioni contemporanee: il 19 marzo 2025 al Teatro Politeama di Catanzaro e il 20 marzo 2025 al Teatro Rendano di Cosenza.

“Mordere il cielo” è un invito a osare e a ribellarsi alla mediocrità di un’esistenza standardizzata. Perché oggi, più che mai, il rischio più grande è perdere noi stessi.  Un dialogo schietto, intenso, capace di mettere in discussione certezze e di accendere nuove consapevolezze. Perché, come Crepet ci insegna, il futuro non è di chi si adegua, ma di chi ha il coraggio di guardare oltre. Le sue parole risuonano come un monito in un’epoca che sembra aver smarrito il senso profondo delle relazioni umane, in cui la solitudine si fa sempre più ingombrante nonostante la falsa illusione della vicinanza virtuale. Per saperne di più, abbiamo intervistato Paolo Crepet.

“Mordere il cielo” è un titolo evocativo e potente. Qual è il significato più profondo?

«È un appello, un’esortazione a guardare con consapevolezza la vita che stiamo conducendo e ciò che potrà accadere. Le regole su cui si fondavano le generazioni passate stanno scomparendo, sostituite da principi labili. Il vero pericolo non è la guerra, per quanto atroce, ma ciò che avanza in maniera più subdola e globale: l’intelligenza artificiale. Sono tra i preoccupati, mentre c’è chi fa spallucce dicendo che è inevitabile, che questo è il futuro».

Paolo Crepet, cosa la preoccupa di più?

«L’assoluta superficialità con cui stiamo rinunciando ai principi fondamentali della libertà, pilastri della democrazia».

Parla di un’umanità sempre più smarrita, vittima di un’“eclissi della ragione”. Quali sono le cause principali di questo fenomeno?

«Cerco di ragionare su una parola che non si usa mai ma che è uno dei cardini della libertà: il diritto all’oblio. È sempre stato una delle richieste principali del processo di civilizzazione. Le grandi città offrivano agli individui la possibilità di sottrarsi allo sguardo costante degli altri, a differenza dei piccoli borghi, dove tutto è noto a tutti. Oggi, però, questa invisibilità non esiste più. Viviamo in un’epoca in cui essere visti, tracciati è diventato inevitabile, spesso contro la nostra volontà».

Eppure, spesso, siamo noi stessi ad alimentare questo meccanismo…

«Esatto. L’avevo anticipato già dieci anni fa nel mio libro “Baciami senza rete”. Mi accusavano di essere un conservatore, di non stare al passo con i tempi. Qualcuno lo pensa ancora oggi. Certo, un individuo può decidere di cancellarsi dai social, di non lasciare tracce digitali, ma questo basta? No, perché il problema è più grande: non possiamo impedire che gli altri continuino a esporci, a cristallizzare la nostra esistenza in rete. L’unico modo per essere davvero “invisibili” sarebbe non aver fatto mai nulla. E questo è inquietante, perché accade senza il nostro consenso. Il libero arbitrio è morto! E ciò che mi spaventa ancora di più è l’indifferenza generale: nessuno sembra preoccuparsene, e chi se ne accorge spesso si rassegna».

Crede che la pandemia abbia accelerato questo senso di spaesamento e apatia di cui parla?

«La pandemia è stata solo un catalizzatore. Avevamo già deciso di “non vedere più”. Se chiudono i cinema, le edicole, le biblioteche, diventiamo ciechi. Non siamo più liberi. Un’umanità cieca è un’umanità ignorante. Vuole un esempio? Un mio amico, insegnante in un conservatorio, ha mostrato ai suoi studenti i ritratti di grandi musicisti della storia. L’unico che hanno riconosciuto è Mozart. Perché? “Perché è quello dei cioccolatini”. Ecco il mondo in cui viviamo».

Cosa si può fare per invertire la rotta?

«Dobbiamo agire singolarmente, il cambiamento dipende da noi, dalle scelte quotidiane che facciamo. Esiste una sorta di neocolonialismo. Un tempo, il colonialismo si basava sullo sfruttamento di intere popolazioni da parte di una minoranza privilegiata. Oggi, non è così diverso. Ordiniamo una pizza a domicilio e diamo per scontato che qualcuno, magari di pari età ma non con pari diritti, la consegni per pochi spiccioli, sfidando traffico e intemperie. Questo è il neocolonialismo».

Paolo Crepet, quale messaggio vuole mandare con questo esempio?

«Ribellarsi! Prendere coscienza delle conseguenze delle nostre azioni. L’unico vero strumento di cambiamento è combattere il sistema con le sue stesse armi, ma rovesciandone la logica. Oggi, la ricchezza si concentra in mani sempre più ristrette, a livelli che nessun capitalista del Novecento avrebbe mai immaginato. Se usa un portale per affitti brevi, contribuisce a mantenere dei signori trilionari che senza muovere un dito incassano ogni frazione di secondo migliaia e migliaia di dollari. Se vogliamo un cambiamento, dobbiamo invertire il meccanismo: non usare più determinati servizi. È semplice. Se non è possibile cambiare, allora inutile lamentarsi. Teniamoci ciò che abbiamo».

L’insensibilità e l’appiattimento emotivo sono una difesa o un sintomo di una società in crisi?

«Essere a disagio in questo agio credo che sia “talentuoso”. È allarmante non essere a disagio in questo mondo».

Ha spesso parlato della fragilità dei giovani di oggi. È un problema di contesto sociale, di educazione familiare o di entrambi?

«Di entrambi. L’educazione si riceve in famiglia, a scuola, in piazza. Tutto è educativo. L’esempio degli altri è fondamentale ma gli altri sono ovunque».

Crede che la paura del fallimento impedisca alle persone di “mordere il cielo”?

«Abbiamo già smesso di mordere il cielo. Stiamo mordendo la terra!».

Cosa potrebbe aiutarci a tornare a “mordere il cielo”?

«Basterebbe addormentarsi leggendo un libro anziché guardando uno schermo. Già questo sarebbe rivoluzionario».

Qual è il ruolo dell’arte, del teatro e della letteratura nel risvegliare il coraggio di sentirsi vivi oggi?

«Credo sia fondamentale perché portano speranza, consolazione, trasformano la coscienza in coraggio».

Quali sono gli strumenti di ribellione che le nuove generazioni dovrebbero riscoprire?

«Non fare necessariamente quello che fanno gli altri. Questo è un atto di ribellione».

Paolo Crepet, sostiene che le emozioni sono state “neutralizzate”. È possibile recuperarle? Se sì, in che modo?

«Basta fare una passeggiata al mare o nel bosco».

Gli errori più comuni che genitori ed educatori commettono nell’insegnare ai ragazzi a vivere le proprie emozioni?

«Non fare una passeggiata al mare o nel bosco».

Molti dei suoi pensieri circolano sui social. Crede che possano essere uno strumento utile per amplificare il suo messaggio?

«C’è da dire che io non uso i social. Se ho del tempo libero, preferisco sdraiarmi su un divano e ascoltare musica. Certo, qualcuno può pubblicare un frammento di ciò che dico … E non mi consentirà l’oblio, questo è sicuro».

Dopo il successo di “Prendetevi la Luna”, cosa ha voluto aggiungere o approfondire con questa nuova conferenza-spettacolo?

«È un ulteriore appello. Credo che il compito di ciascuno di noi sia avere il coraggio di dire ciò che pensa. Non dobbiamo dimenticare che siamo venuti al mondo per avere delle opinioni».

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