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Cocò Campolongo

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ERANO bambini, piccoli, gioiosi, inconsapevoli. Sono morti mentre giocavano come Gianluca Canonico e Dodò Gabriele o in attesa di prendere un gelato come Mariangela Anzalone. Il piccolo Cocò Campolongo era in macchina con suo nonno, un familiare che avrebbe dovuto proteggerlo e che, invece, lo portava sempre con sé per fargli da scudo, per inibire eventuali attacchi. Ma la ‘ndrangheta – e ormai lo sappiamo bene – non si ferma neanche davanti a un bambino di tre anni che viene, addirittura, visto come un potenziale testimone capace di riconoscere e accusare.

È lungo l’elenco dei bambini uccisi dalla mafia, costretti a pagare per essere nati nella famiglia sbagliata, come Michele Arcangelo Tripodi di Rosarno. Aveva 12 anni e scomparve il 18 marzo del 1990. Fu rapito e ucciso per vendetta nei confronti del padre, un commerciante in odore di mafia.

Domenico e Michele Facchineri avevano 12 e 9 anni quando furono uccisi a colpi di lupara a Cittanova. Raccontò un testimone che vide Domenico mettersi in ginocchio davanti ai suoi assassini, pregandoli di non ucciderlo, ma non servì a niente.

Mariangela Anzalone, uccisa a 9 anni

«Noi eravamo cinque persone ma a casa ne siamo tornate una e mezza. Due sono morte e le altre tre dopo, non erano più persone intere. Quelle rimaste erano mezze persone». Francesca Biccheri, mamma di Mariangela Anzalone, 9 anni, e figlia di Giuseppe, si trovava in quella Croma grigia, l’8 maggio del 1998, a Oppido Mamertina, quando cinque uomini scaricarono addosso a lei e alla sua famiglia, una pioggia di proiettili. La sua bambina e suo padre non si salvarono. Lei, sua madre Annunziata e suo figlio Giuseppe di 8 anni, furono ridotti in fin di vita.

Aveva 31 anni Francesca, tre bambini, e fino ad allora una vita piena, serena. Poi arrivò quel giorno di maggio e tutto cambiò inesorabilmente.

«Purtroppo siamo passati da un posto dove c’erano delle bestie sanguinarie che stavano fuggendo dopo aver già ucciso delle persone -racconta -. Erano all’incirca le 19. La nostra macchina era uguale a quella di qualcuno che pensavano potesse essere un loro nemico, e senza esitazione alcuna, appena siamo entrati nel loro spazio visivo, hanno iniziato a spararci addosso. Erano in cinque e ce li siamo visti davanti all’improvviso dietro la piazzetta del paese. All’interno della macchina le urla dei bambini, le mie e quelle di mia madre. E tutto questo senza ancora renderci conto di nulla. Sentivamo solo il dolore e vedevamo il sangue uscire da tutte le parti».

Francesca apprese della morte della sua bambina e del padre solo un mese dopo la strage, quando era ancora ricoverata a Polistena.

«Non so chi mi abbia dato la forza di andare avanti – continua -. Penso che ci sia qualcuno sopra di noi che ci aiuta. Non so spiegare come abbiamo fatto. Perché non abbiamo avuto il tempo di piangere i morti, non abbiamo partecipato ai loro funerali. Non sapevamo neanche che c’erano stati dei funerali. Mia figlia e mio padre li ho visti l’ultima volta su quella macchina. Siamo usciti da casa tranquilli e siamo ritornati crivellati di colpi. Non lo so perché si va avanti e non lo so come si fa ad andare avanti. C’è sempre il pensiero fisso a quello che è successo. Questi dolori non scompaiono, non potrai mai cancellarli».

Gianluca Canonico, ucciso a 10 anni

Nella bara del piccolo Gianluca Canonico il papà Pietro ha messo il suo gioco preferito: il robot Mazinga. Un ultimo gesto di tenerezza verso quel bambino morto ammazzato in una sera d’estate mentre giocava con la sua nuova bici avuta in regalo solo qualche giorno prima. Un colpo di pistola destinato ad altri lo ha raggiunto e ucciso. Una tragica fatalità figlia della violenza che si consuma per le strade, incurante delle regole, che non teme giudizi, né sentenze di colpevolezza. Era il 3 luglio del 1985. Gianluca Canonico, 10 anni, quel giorno avrebbe dovuto andare a prendere la nonna a Palermo con il papà. Ma venne rimandato tutto al giorno dopo.

«Il 29 giugno, giorno del mio onomastico, partii per andare ad Aprilia e prendere il mio bambino che stava con la sua mamma – racconta il padre Pietro -. Gli onomastici e i compleanni nella mia famiglia si festeggiano e io non potevo farlo senza avere vicino mio figlio. Arrivato a destinazione il tempo di un caffè e ripartii subito. Gianluca amava molto Reggio Calabria. Già quando prendevo l’autostrada non vedeva l’ora di arrivare. Quell’anno gli feci trovare in regalo la Bmx, la bicicletta che lui desiderava molto perché all’epoca era molto conosciuta. Io a dire il vero ero stato molto indeciso tra la bici e il il Commodore 68. Ma poi parlando con mia moglie mi fece notare che forse era troppo piccolo il bambino per il computer e quindi decidemmo per il primo regalo. Quel pomeriggio del 3 luglio, era mercoledì, dovevo partire con Gianluca per andare a prendere mia madre a Palermo e portarla per quindici giorni a Reggio Calabria, perché sia io che mia moglie lavoravamo e la nonna avrebbe potuto prendersi cura di Gianluca quando noi non eravamo in casa. Ma dato che quel giorno dovevo montare delle zanzariere alle finestre, decisi di rimandare la partenza al giorno dopo. C’era in corso la festa del Sacro Cuore di Gesù. La sera, intorno alle 21, Gianluca era ancora in sella alla sua bici sul marciapiede vicino casa. Io non lo perdevo di vista un attimo e comunque tutti lo conoscevano nel quartiere e lo guardavano anche loro con attenzione. Io avevo fatto il turno di notte e quindi il giorno dopo sarei stato libero. Di fronte casa mia c’erano più di quindici persone sedute a prendere il fresco. Era una serata tranquilla, di festa, e il bambino chiaramente voleva stare un po’ di più fuori. Mi chiese se poteva fare qualche altro giro con la sua bicicletta. Gli diedi il permesso comprendendo intimamente il suo entusiasmo per il nuovo gioco. Poco dopo mi chiamò per dirmi che andava di fronte, dove erano seduti tutti i miei vicini».

Queste sono state le ultime parole di Gianluca dette al padre prima degli spari, della corsa in ospedale, del coma e della morte.

Pietro udii dei botti che gli sembrarono dei mortaretti e vide che c’era un ragazzo che saliva di corsa su una moto per allontanarsi in tutta fretta. Poi si sentì chiamare con insistenza da una signora che abitava vicino casa sua. Aveva in braccio suo figlio. Gianluca non si reggeva in piedi e aveva la fronte sporca di un liquido strano. In quel momento pensò che forse si era fatto male cadendo dalla bicicletta. Lo mise subito in macchina e lo portò in ospedale. Lo teneva in braccio sua moglie.

«Io lo chiamai – racconta Pietro – e lui una volta mi rispose: “Papà”. Poi si fece la pipì addosso e da quel momento non è più stato presente. Io non mi resi conto di niente. Solo in ospedale mi misero al corrente di cosa era successo a mio figlio. Dopo averlo messo sulla barella lo rividi solo i giorni successivi in sala rianimazione. Portarono subito il bambino in sala operatoria ma non intervennero, non serviva. Aveva un proiettile nel cervello e quel liquido che aveva sulla fronte era materia cerebrale fuoriuscita dal buco che aveva sulla fronte».

Dodò Gabriele, ucciso a 11 anni

«Fu la madre di Del Piero a informare il figlio che sulla bara di Dodò, il giorno dei funerali trasmessi nei telegiornali, c’era la sua maglia, quella col numero 10 e con il suo nome. E il calciatore già conosceva la nostra storia».

Francesca Anastasio, la mamma di Domenico Gabriele, il bambino di 11 anni, raggiunto da due proiettili destinati ad altri, la sera del 25 giugno 2009, mentre giocava a calcetto sul campetto di contrada Margherita, alla periferia nord di Crotone, e morto dopo due interventi e tre mesi di coma, il 20 settembre, racconta il suo bambino speciale e la sua tragica fine. Perché Dodò era coinvolgente e molto più maturo dell’età che aveva. Comprendeva i sacrifici di suo padre Giovanni, che dopo una parentesi lavorativa a Parma, era ritornato e non aveva ancora un lavoro stabile, e della sua mamma che si occupava di lui a tempo pieno. Non pretendeva regali ma i suoi genitori ce la mettevano tutta a dargli il giusto, ciò che gli consentiva di non sentirsi inferiore agli altri. E lui capiva e apprezzava tutto ciò che gli veniva dato col cuore.

«Era un bambino molto responsabile – racconta Francesca – ci dava grandi soddisfazioni. A scuola era bravissimo. Aveva avuto anche un riconoscimento dal Rotary come miglior studente della sua scuola. Ma mio figlio non era il classico secchione. Amava anche stare con i suoi coetanei, giocare con loro. A calcio soprattutto. Mio marito Giovanni e io ce l’abbiamo messa tutta per seguirlo ed educarlo con attenzione. Abbiamo condiviso con lui ogni momento della sua vita: dalle recite a scuola al catechismo, agli impegni calcistici. Noi gli siamo sempre stati accanto».

E i suoi genitori sono stati i suoi interlocutori privilegiati, le persone con le quali Dodò si confrontava continuamente lasciandoli tante volte perplessi per la maturità delle sue riflessioni e per la generosità che mostrava nei confronti dei più deboli.

«Quella sera arrivammo nel rione Margherita verso le 20 e 30 e iniziammo subito a giocare – spiega Giovanni -. Come facevamo sempre, ci alternavamo nel campo. Dato che Dodò stava facendo una dieta io cercavo di fargli fare più attività fisica possibile ma senza stancarlo eccessivamente. A un certo punto sentii dei botti, come dei mortaretti, e vidi mio figlio a terra. Mi precipitai verso di lui, gli sollevai la testa con la mano e vidi che perdeva molto sangue. Nell’immediato non capimmo cosa fosse successo ma poi vedendo la gente che correva e urlava: «Hanno sparato, hanno sparato», e le altre persone ferite, siamo riusciti a collegare le cose. I soccorsi arrivarono immediatamente e portammo il bambino all’ospedale di Crotone. Fu un medico a chiamarmi subito dopo e a dirmi che la vita di mio figlio era appesa a un filo perché era stato colpito anche alla testa».

Quando Dodò morì, tre mesi dopo, il medico non volle fare l’autopsia.

«Il dottore mi ha detto che si vedeva che era un bambino tenuto bene – ricorda Francesca – e che non voleva tagliarlo. Ha rispettato il suo corpo. Il mio Dodò non è stato sottoposto ad altri tormenti fisici».

Nicola Coco Campolongo, ucciso a 3 anni

«Io vedo nella morte di questo bambino l’umiliazione della ragione in senso laico perché la ragione accomuna i credenti e i non credenti, gli uomini e le donne. Tutti».

Sono parole dure quelle pronunciate dal vescovo di Cassano, monsignor Francesco Savino, nel tentativo di spiegare la morte del piccolo Nicola Campolongo, Cocò, di appena tre anni, giustiziato insieme al nonno Antonio Iannicelli e alla compagna marocchina di 25 anni, Touss Ibtissam, a Cassano, il 16 gennaio del 2014. Il bambino fu dapprima ucciso con un colpo di pistola alla testa e poi bruciato nell’auto del nonno quando era ancora seduto nel suo seggiolino. Un’esecuzione avvenuta per interessi legati al mercato della droga nel quale il nonno del piccolo, pare avesse un ruolo di primo piano.

La madre e il padre di Cocò, Antonia Iannicelli e Nicola Campilongo, e la stessa nonna, Maria Rosaria Lucera, erano già in carcere per reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti, quando avvenne il triplice omicidio. E scoprirono nel modo peggiore ciò che era avvenuto. Fu la nonna ad entrare in sala e accendere la televisione. In quel momento al telegiornale si dava la notizia del ritrovamento di un’auto carbonizzata con tre corpi all’interno. Anche Antonia entrò per sentire le notizie. E in quel momento apprese che suo figlio era stato bruciato insieme al nonno e a una ragazza straniera. L’istituto penitenziario fu scosso dalle sue urla di disperazione.

Cocò era nato in una famiglia problematica, da una madre che gli aveva ben presto fatto conoscere i ritmi lenti del carcere. Con lei, infatti, da quando era nato aveva condiviso l’esperienza della detenzione. E quando comparve in un’aula di tribunale accanto alla mamma, nella gabbia dei detenuti, l’indignazione che provocò l’immagine di quel bambino dietro le sbarre fu molto forte. Al punto tale che Franco Corbelli del movimento “Diritti civili”, portò avanti una dura battaglia per consentire ad Antonia di ottenere gli arresti domiciliari e crescere quel bimbo di pochi anni, lontano da quella realtà. Ma la donna, probabilmente insofferente alle regole, ritornò ben presto in carcere perché aveva trasgredito alle disposizioni del giudice di sorveglianza.

E il piccolo Cocò questa volta non seguì la mamma. Si decise per lui l’affidamento al nonno Antonio, nonostante i precedenti penali e le informative che lo caratterizzavano come soggetto attivo nel mercato dello spaccio, ma era l’unico in quel momento, tra i parenti più stretti, a essere ancora in stato di libertà. Una decisione che alla luce degli accadimenti che seguiranno, peserà come un macigno sulle azioni e le coscienze degli uomini. Perché Cocò, da quanto emerse dalle indagini, fu addirittura utilizzato dal nonno come scudo umano. Il bambino lo seguiva ovunque perché la sua presenza, secondo una legge criminale non scritta, avrebbe impedito qualunque azione di violenza nei suoi confronti. Ma così non è stato. E il piccolo Cocò, alla stregua di un adulto, è stato ucciso e dato alle fiamme perché non riconoscesse gli autori di quella mattanza. Nessuno tutelò quel bimbo di tre anni da una condizione di degrado morale e di pericolo, che era sotto gli occhi di tutti e che oggi pesa sulla coscienza di ognuno di noi.

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