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Si tratta di Nicolino Sarcone, due mesi fa condannato a 15 anni di reclusione

CUTRO (CROTONE) – E cinque. Si è pentito anche il capo della cellula emiliana del “locale” di ‘ndrangheta di Cutro. L’imputato principale di uno dei processi più importanti contro la ‘ndrangheta al Nord, quello scaturito dalla mega operazione Aemilia. Ha scelto di collaborare con la giustizia anche il 51enne Nicolino Sarcone (nella foto in basso), a un paio di mesi dalla sentenza con cui la Corte d’Appello di Bologna ha confermato la condanna a suo carico a 15 anni di reclusione. La più elevata tra quelle inflitte nel troncone processuale svoltosi col rito abbreviato.

Ma la Dda di Bologna non gli crederebbe e avrebbe interrotto l’iter che era stato avviato da qualche giorno. Forse avrebbe tentato di inquinare le prove introducendo elementi per smontare quanto sta dichiarando il pentito Antonio Valerio, che sta dilagando nel processo Aemilia? Sono soltanto ipotesi.

 

Ieri, nel corso di un’udienza, nell’aula speciale allestita a Reggio Emilia, a carico di 150 imputati e alla quale Sarcone non era presente perché già giudicato nel filone del rito abbreviato, a confermare la collaborazione sarebbe stato dalle gabbie il fratello Gianluigi. Si era udito un brusìo dopo che lo stesso Valerio, controesaminato dalle difese, ha fatto il nome del nuovo pentito. Ma i pm Beatrice Ronchi e Marco Mescolini non lo riterrebbero attendibile. Con lui, se fosse confermata la notizia della collaborazione, salirebbero a cinque i pentiti, nel giro di un anno, nell’ambito di un’organizzazione criminale, quella capeggiata dal super boss di Cutro Nicolino Grande Aracri, che prima si riteneva impenetrabile.

Proprio di Sarcone ha di recente parlato il pentito Valerio, nel corso di una delle ultime udienze del processo col rito ordinario, indicandolo come colui che tuttora reggerebbe le fila della cellula emiliana della super cosca, nonostante il carcere duro e i guai giudiziari che si susseguono a raffica. Inoltre, gli avrebbe attribuito un ruolo nell’uccisione di Raffaele Dragone, figlio del boss Antonio, avvenuta a Cutro nell’agosto ’99. Proprio sulla base delle rivelazioni del pentito Valerio, nelle settimane scorse Sarcone era stato tra i destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per gli omicidi di Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero, commessi rispettivamente il 21 settembre e il 22 ottobre ’92 in Emilia. Ma sono cinque i “cantanti”, e il nervosismo tra gli affiliati e i detenuti è all’apice. Di fronte alla prospettiva di una lunghissima detenzione, con il rischio di beccarsi qualche ergastolo, Sarcone, evidentemente, non ha resistito. L’aggressione antimafia è stata anche patrimoniale. Nell’agosto scorso il colpo al suo tesoretto messo a segno dalle Dia di Firenze e Bologna che eseguirono un decreto di confisca di beni emesso dalla Corte d’Appello del capoluogo emiliano.

Il provvedimento si riferiva ad accertamenti avviati in seguito al processo Edilpiovra, nell’ambito del quale Sarcone fu condannato a 10 anni con una sentenza emessa dalla Corte d’appello di Bologna e divenuta irrevocabile nel giugno 2016. Gli furono tolti un appartamento, un’auto, due motocicli ma anche disponibilità finanziarie per un valore di circa 500mila euro. Nel processo Edilpiovra Sarcone era accusato di un incendio doloso (al bar River di via Dalmazia) e di atti estorsivi (a Giancarlo Vanini e a Mauro Coriani, ma anche al circolo Corallo di Parma che per gli inquirenti era una vera e propria bisca). A insospettire gli inquirenti il fatto che la moglie di Gianluigi Sarcone, uno dei fratelli di Nicolino imputati in Aemilia, aveva richiesto la monetizzazione dei titoli detenuti presso una banca e voleva prelevare una somma di 370mila euro, scadenziata in più operazioni, la prima delle quali per 35mila euro. Il nome di Sarcone, però, è emerso anche dalle inchieste sulla zona grigia reggiana, in quanto sarebbe stato uno dei promotori delle cene tra politici e clan e della strategia mediatica che puntava a “legalizzare” le famiglie di ‘ndrangheta in antitesi alle interdittive antimafia alle imprese cutresi emanate a raffica dalla Prefettura reggiana. “Promotore, dirigente ed organizzatore dell’attività dell’associazione, in particolare per il territorio della città di Reggio Emilia”, così è descritto nel capo d’imputazione del processo Aemilia, poiché, mantenendo i rapporti con la “casa madre” Cutro e il boss Grande Aracri, avrebbe avuto un’autonomia operativa mettendo a disposizione degli affiliati anche denaro reinvestito. Ma, soprattutto, avrebbe intrattenuto rapporti con professionisti e imprenditori avvicinatisi alla super cosca, avrebbe condizionato le elezioni amministrative a Bibbiano nel 2009 e gestito i rapporti con le altre organizzazioni criminali, persino con i casalesi, per spartirsi l’Emilia.

Insomma, un indiscusso ruolo di vertice pur con l’avallo del capo supremo, quel boss la cui ambizione, stroncata nel gennaio 2015 con una manovra a tenaglia da tre Dda – quelle di Catanzaro, Bologna e Brescia – che misero a segno le operazioni Kyterion, Aemilia e Pesci, era quella di fondare una “provincia” di ‘ndrangheta addirittura paritetica a Reggio e con audace rivendicazione di autonomia. Una rivoluzione nella geografia mafiosa che però non si compì del tutto. E ora il declino è segnato da un’aggressione giudiziaria senza precedenti a cui fanno da appendice l’incremento delle collaborazioni con la giustizia.

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