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Gli immobili sequestrati nella località Reina

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In Appello prescritta lottizzazione abusiva a Crotone, cancellate 6 condanne per imprenditori, progettista e funzionari


CROTONE – Tutto prescritto. Nessun colpevole per un tentativo di speculazione edilizia che consisteva nello spacciare per casolari agricoli delle villette che si affacciano su un panorama con vista mozzafiato, con conseguente deturpamento dello skyline. Lo ha deciso la Corte d’Appello di Catanzaro accogliendo la richiesta della Procura generale che, essendo passato troppo tempo dai fatti contestati, non ha potuto far altro che rilevare l’estinzione dei reati.

Cancellate sei condanne inflitte dal Tribunale di Crotone per quei quattro capannoni non ancora ultimati, costruiti sulla sommità della collina nella località Reina, immersa in un golfo che è un incanto. Sequestrati nel gennaio 2018, quei capannoni tutto sembrano tranne che casolari. Somigliano di più a deliziose villette, molto appetibili per danarosi acquirenti.

PRIMO GRADO

La tesi della Procura crotonese trovò conferma nella sentenza con cui furono disposte sei condanne, anche se più miti rispetto a quelle sollecitate dall’accusa, e fu ordinato il sequestro ai fini della confisca delle opere abusivamente lottizzate. Erano stati condannati a un anno di arresto ciascuno gli imprenditori Armando e Salvatore Scalise, il loro progettista e direttore dei lavori, Gioacchino Buonaccorsi, tutti e tre peraltro già condannati per lo scempio urbanistico a Punta Scifo dove fu sequestrato il costruendo, contestatissimo villaggio turistico Marine Park, l’imprenditore Orlando Fantasia.

Il Tribunale aveva comminato sei mesi di arresto a testa a due funzionari comunali. Si tratta di Gaetano Stabile, responsabile del procedimento, e Sabino Domenico Vetta, già dirigente del settore Pianificazione e gestione del territorio. Pena sospesa per tutti tranne che per Armando Scalise. L’accusa di lottizzazione abusiva però è ormai prescritta.

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L’ACCUSA

Secondo l’accusa, gli Scalise e i Fantasia, titolari del permesso di costruire e committenti dei lavori, avrebbero chiesto le licenze per gli interventi formalmente autorizzati per la lavorazione di prodotti agricoli ma destinati a una futura trasformazione in appartamenti con vista strepitosa. I lavori erano fermi sin dal 2010. Nelle carte dell’inchiesta si parlava di «ecomostro», poiché non ci sono altri edifici intorno e pertanto l’omogeneità del paesaggio viene bruscamente interrotta.

Se si volge lo sguardo all’orizzonte, sia dal mare che dalla strada statale 106, l’effetto è quello di un pugno all’occhio, infatti. L’escamotage, secondo l’accusa, consisteva nel richiedere il permesso, rilasciato nel 2006 dal Comune, pur in assenza di “piano di utilizzazione aziendale”, indispensabile per l’autorizzazione a nuove costruzioni in zona agricola. Sotto la lente presunte incongruenze tra la mole di quei corpi di fabbrica non terminati e la presunta conduzione agricola dei fondi.

LE ANALOGIE

Le analogie con la vicenda Scifo corrono e s’intrecciano. Tanto più che il permesso di costruire fu concesso ad uno degli Scalise, noti soprattutto come imprenditori turistici, che ottenne la qualifica di imprenditore agricolo, poi revocata. La difesa ha sempre insistito per un’assoluzione nel merito in quanto non si sarebbe trattato di lottizzazione abusiva ma di meri capannoni agricoli. È l’argomento che ha accomunato gli interventi degli avvocati Giovanni Allevato, Francesco Laratta, Pasquale Nicoletta, Mario Nigro, Francesco Scalzi, Francesco Verri.

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