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L'imprenditore Antonio Lonetto

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Beni sequestrati dalla Guardia di finanza all’imprenditore di riferimento della cosca Bagnato di Roccabernarda


ROCCABERNARDA – Il monopolio assoluto sugli appalti pubblici, i contratti trasformati in «emolumenti bimestrali» senza controlli né collaudi, e quella «spavalderia mafiosa» spinta al punto da costringere l’amministrazione comunale a far scortare gli operai persino per sostituire una lampadina. C’è tutto il pesante retroterra investigativo dell’inchiesta contro la cosca Bagnato dietro un sequestro patrimoniale antimafia eseguito dai finanzieri del Comando provinciale di Crotone.

Longa manus economica del clan

Il provvedimento, emesso dalla Sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Catanzaro su proposta del procuratore antimafia Salvatore Curcio, ha colpito l’assetto finanziario di Antonio Lonetto, imprenditore nel settore dell’installazione e manutenzione di impianti elettrici, ritenuto la longa manus economica del clan. Sigilli a tre immobili e rapporti bancari intestati o riconducibili all’uomo e ai suoi familiari, per un valore di oltre 150 mila euro.

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Redditi irrisori

Il sequestro rappresenta l’epilogo di accertamenti condotti dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza. I militari hanno setacciato i flussi bancari e patrimoniali tra il 2010 e il 2022, portando alla luce una clamorosa «ingiustificata sproporzione» tra la ricchezza accumulata e i redditi formalmente dichiarati al fisco dall’imprenditore e dal suo nucleo familiare. Entrate talmente esigue da non essere sufficienti nemmeno a garantire il sostentamento quotidiano.

Condanna e pericolosità sociale

La misura poggia su una «pericolosità sociale qualificata» già suggellata, appena un mese fa, dalla condanna di Lonetto a 4 anni di reclusione emessa dal gup Mario Santoemma nel processo con rito abbreviato contro la consorteria mafiosa. Il processo è quello scaturito da un’inchiesta che portò all’operazione condotta dai carabinieri nel novembre 2023 con cui fu inferto un duro colpo al clan. Il gup ha inflitto pene severe anche ai vertici della ‘ndrina (4 anni al boss Santo Antonio Bagnato e 4 anni e 4 mesi al fratello Gianfranco) e ai collaboratori di giustizia Domenico Iaquinta (5 anni e 4 mesi) e Tommaso Rosa (8 anni).

Sistema clentelare

Il decreto di sequestro descrive un «diffuso sistema clientelare» attraverso cui la ditta “Elettric Service di Lonetto Antonio” ha blindato per dieci anni, dal 2009 al 2019, oltre 100 affidamenti diretti sotto soglia. Appalti artificiosamente frazionati nel tempo e pilotati grazie alla collusione di funzionari tecnici per evitare i bandi di gara. Un monopolio che ha esautorato ogni concorrenza. Chi osava inserirsi veniva colpito con la violenza, come accadde a Nicodemo Pulerà, a cui fu incendiato il furgone da lavoro Fiat Doblò. Secondo il pentito Iaquinta, una parte dei proventi finiva direttamente nelle tasche del cugino di Lonetto, il boss Santo Antonio Bagnato.

Il clima di terrore

Il meccanismo si è inceppato nel 2019, quando l’ex sindaco Nicola Bilotta ha tentato di ripristinare la legalità affidando l’appalto alla ditta “Iembo Impianti” di Cutro. Da lì è iniziato il calvario dell’amministrazione, tra operai terrorizzati sotto vigilanza dei carabinieri e una spietata campagna estorsiva. Prima una bottiglia di benzina nella casa estiva del sindaco, poi due cartucce sul cofano dell’auto. Infine, la telefonata alla moglie del primo cittadino: «dica al sindaco che a suo figlio tra poco capiterà un brutto incidente». Minacce pronunciate, secondo gli inquirenti, da Lonetto, mentre l’ordine arrivava dal capoclan. Un clima di terrore culminato nel tentativo di Lonetto di presentarsi in Comune per pretendere che il sindaco lo scagionasse. Quella spavalderia mafiosa che lo Stato ha privato dei suoi patrimoni illeciti.

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