X
<
>

Rosaria Diletto

Share
5 minuti per la lettura

CUTRO – «E’ come se avesse calpestato la dignità di tutte le donne». Ha la voce rotta dal dolore e gli occhi gonfi, Rosaria Diletto, la figlia di Vincenza Ribecco, uccisa con un colpo di pistola al petto dall’ex marito. Da suo padre, Alfonso Diletto, in carcere per il femminicidio dell’8 marzo scorso, compiuto in quella casetta nel pieno centro della frazione San Leonardo di Cutro, d’un colpo balzata all’attenzione mediatica nazionale.

Ma è lucida, Rosaria, nonostante la tragedia di proporzioni immani che sta ancora vivendo. E ha voglia di parlare di quello che è successo a lei e alla sua famiglia. Perché «tutti devono sapere che sono le donne quelle che ci rimettono sempre».

Ci accoglie nella casa di uno zio, nel via vai di parenti e conoscenti, un fiume mesto di umanità. La gente che vive nel piccolo borgo, che si affaccia su un golfo incantevole, ha reagito alla violenza. Con una fiaccolata, all’indomani della tragedia, e partecipando ai funerali in una chiesa gremita. Ma i nastri rossi non bastano. Perché quella donna aveva paura. Di denunciare, perfino di chiedere aiuto. E non ha detto tutto neanche ai figli, forse per proteggerli. Il femminicidio di San Leonardo di Cutro chiama in causa tutta una serie di agenzie che sono venute meno. O che non sono mai state attivate nella periferia estrema.

Tuo fratello Domenico esce di casa per comprare una mimosa per tua madre ma al rientro scopre la tragedia. La mimosa gli cade sul pavimento. E viene calpestata nel giorno in cui si dovrebbe riflettere sui diritti delle donne…

«E’ come se mio padre avesse calpestato la dignità di tutte le donne, oltre che quella di mia madre, che era una una donna fantastica».

Che ricordo hai di tua madre?

«Un angelo. Quel poco che aveva era disposta a darlo a tutti. Ha cresciuto due figli con quel poco che aveva, lui non aveva mai una lira, lei conosceva solo la casa e il lavoro, faceva le pulizie. Non conosceva il mare e ce l’aveva davanti».

Dalle indagini è emerso che tuo padre aveva un atteggiamento ossessivo…

«Il venerdì gli stirava le camicie e lui se ne andava a ballare e lei rimaneva a casa. Eppure lui era ossessionato, era convinto che lei avesse un altro e con la sua mente contorta voleva convincere anche noi figli, voleva convincerci che era lui quello buono. Ma in 30 anni è sempre stato violento, si comportava da padre padrone con noi, voleva decidere su tutto. E picchiava mia madre, l’ha colpita col martello, col ferro da stiro, le puntava il coltello, anche con me ha fatto questo. Aveva sempre lividi addosso e li nascondeva, agli altri diceva che si era fatta male cucinando o che era caduta dalle scale».

Eppure non ci sono state denunce e c’è stata rinuncia dopo la proposta di ammonimento che pure aveva avanzato insieme a voi figli…

«Lo abbiamo denunciato. Ma in Questura volevano un certificato medico che attestasse che lei era stata ferita. Una deve morire prima, praticamente… Ma ora che è morta non si può più difendere. Ci dissero anche che lo avremmo potuto denunciare per tentato omicidio per avviare un’indagine penale, ma che così si sarebbe potuto incattivire ancora di più. Mia madre non lo ha denunciato perché aveva paura. Perché le aveva detto che l’avrebbe uccisa. Perché aveva paura anche per mio fratello, perché una volta aveva detto che avrebbe ucciso anche lui. Perché aveva paura per suo fratello. Ha sempre avuto paura».

Forse il sacrificio di tua madre è servito a qualcosa, c’è stata una presa di coscienza a San Leonardo, la gente in quella chiesa gremita sembrava rispondere all’appello lanciato dal vescovo per il cambiamento…

«C’è stata questa partecipazione perché tutti sapevano che persona buona era mia madre. Anche le mie amiche di Genova, che l’hanno conosciuta, perché io vivo là, mi dicevano che ero fortunata ad avere una mamma così. Con i pochi soldi che aveva non mi faceva mancare nulla, mi diceva “comprati il materasso, comprati il lenzuolo”, quando veniva mi smontava la casa e si metteva a pulire dappertutto. Non ha mai chiesto niente a nessuno, se perfino la sorella le dava 10 euro il giorno dopo doveva restituirli, lavorava soltanto  da maggio a ottobre, al villaggio turistico, faceva le pulizie, il resto dell’anno percepiva in tutto 2000 euro di disoccupazione e con questo riusciva a mantenere me e mio fratello».

Era anche nonna…

«Ho 29 anni, ho una figlia di 3 anni e mezzo, lavoro in una salumeria che gestiamo col mio compagno. Mia figlia ha trascorso con lei l’ultimo Natale, mia madre impazziva per lei, adesso chi glielo dirà a mia figlia che è morta?».

Ci sono dei punti oscuri in questa vicenda. La tragedia si sarebbe potuta evitare?

«Lo sentiva che l’avrebbe uccisa, perché la pedinava e la minacciava. La sua morte si sarebbe potuta evitare se lo Stato avesse fatto il suo dovere, se si fossero presi cura di lei».

Pensi che abbia pesato l’assenza a San Leonardo di uno sportello dei servizi sociali del Comune di Cutro che avrebbe potuto accompagnare tua madre in un percorso verso la denuncia?

«Sì, è vero che qui non c’è uno sportello, ma anche se ci fosse stato non è detto che lei l’avrebbe denunciato. Mia madre aveva paura perfino di farsi aiutare, qui le donne hanno paura a farsi aiutare. Per il bene di noi figli, non ci ha detto tutto. Questo articolo fai in modo che lo leggano tutti, perché devono sapere che sono le donne quelle che ci rimettono sempre».

Share

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

Share
Share
EDICOLA DIGITALE