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Antonio Nicaso

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Intensa estrazione di criptovalute nel Crotonese, Antonio Nicaso: «Qui le cosche di ‘ndrangheta sono state lungimiranti»


CROTONE – «La ‘ndrangheta sta aggiornando il suo capitale sociale. Prima i contatti tra il mafioso e l’hacker erano mediati da uno schermo dietro il quale l’hacker restava anonimo. Adesso l’hacker viene in Calabria e lavora a stretto contatto di gomito col boss».

Lo afferma il professor Antonio Nicaso, che abbiamo interpellato sul dato anomalo e sorprendente che si ricava dal nuovo volume “The Dark Web Side of Mafias”, uno studio interdisciplinare da lui coordinato, che esplora come la nuova criminalità organizzata, in particolare la ‘ndrangheta, si sia adattata a operare nel cyber spazio e come sappia sfruttare le nuove tecnologie. Il dato, come già riferito dal Quotidiano, è che la provincia di Crotone è quella in cui si estraggono più criptovalute, con un picco altissimo a Isola Capo Rizzuto. In tutto il Crotonese, la presenza di Helium hotspot, indizio potenzialmente significativo dell’attività di “mining”, è dieci volte superiore rispetto a Roma.

‘NDRANGHETA E CRIPTOVALUTE, LA NUOVA FRONTIERA DEL CRIMINE

Le grafiche contenute nella sezione relativa a ‘ndrangheta e criptovalute, all’interno della pubblicazione uscita per i tipi di Zolfo Editore, sono impressionanti. In particolare, nelle aree socialmente più depresse della Calabria, il Crotonese e la Locride, zone ad alta densità mafiosa, viene rilevato un elevato know-how nel campo delle criptovalute. La presenza di hotspot correlati alla popolazione è di uno ogni 20mila abitanti, con concentrazioni più elevate nei grandi centri urbani, ma l’anomalia è rappresentata proprio dalla provincia di Crotone, dove c’è in media un hotspot ogni 4600 abitanti. A Isola addirittura si rileva un hotspot ogni 900 abitanti. Confrontiamo questi dati con quello di Roma, che conta due milioni e 873mila abitanti. Qui si registra 1.08 hotspot per 10mila persone. A Isola, con 17.312 abitanti, si contano 8,67 hotspot per 10mila persone.

Professor Nicaso, l’uso massiccio di una tecnologia recente per l’estrazione di criptovalute in una zona con gap tecnologico e caratterizzata dalla presenza pervasiva della ‘ndrangheta è un indizio di riconducibilità alle cosche?

«Rileviamo l’anomalia. Non riusciamo a dire chi c’è dietro l’hotspot. Ma sembra non esserci altra giustificazione se non quella che porta ad affermare che chi beneficia dell’estrazione di criptovalute investe su varie piattaforme di trading online, che richiedono grossa disponibilità finanziaria, un mondo che spesso esula da ogni tipo di controllo. Se si va a investire su fondi sovrani americani non c’è magistratura che possa cercare di mettere il naso. Queste piattaforme sono illegali in tutto il mondo ma sono disponibili a Toronto, Tokyo e Londra, dove è difficile che si possa aggredire quel tipo di capitale.
Gli indizi vengono dalla recente inchiesta Glicine, che ha svelato la lungimiranza delle cosche del Crotonese. Abbiamo visto che la ‘ndrangheta investe nelle piattaforme finanziarie clandestine, che il boss di Cutro Nicolino Grande Aracri diceva di averla lui una piattaforma, e c’è un pentito della sua cosca che parla di investimenti nei Black Eagles statunitensi. Chi lo avrebbe mai immaginato? A meno che non siano millanterie, sono operazioni da mezzo milione di euro, un mondo che sembrava lontano da questa terra. Durante le perquisizioni l’hacker tedesco viene trovato in possesso del vademecum delle piattaforme che spiega anche come intercettare capitali mafiosi senza esporre la banca. Magari esagerano, ma è un mondo che vale la pena esplorare».

Perché hacker stranieri dovrebbero venire nel Crotonese se possono svolgere l’attività di mining in qualsiasi parte del mondo?

«Lo spartiacque è sempre l’operazione Glicine, che contribuisce allo svecchiamento di certe categorie concettuali, ecco perché è una delle più importanti degli ultimi anni. Emerge un aggiornamento del cosiddetto capitale sociale della ‘ndrangheta. Prima, quando si pensava alle relazioni esterne, si pensava ad avvocati, commercialisti, broker o facilitatori vari, oggi troviamo gente che ha sempre più competenze tecnologiche o informatiche. Da altre indagini anche recenti erano emersi scenari diversi, nessuna sovrapposizione tra mafiosi e hacker e contatti mediati da uno schermo dietro al quale gli hacker restavano anonimi, quindi solo un rapporto fiduciario basato sulla reputazione della ‘ndrangheta che impone il rispetto degli accordi.
L’hacker restava lontano. Glicine è lo spartiacque perché abbiamo visto che hacker tedeschi lavorano in Calabria a stretto contatto con gente che ha le idee chiare su cosa fare. Un mix di innovazione e tradizione. Il collaboratore di giustizia veneto Nicola Toffanin ha rivelato che appena nacquero i Bitcoin cosche di Isola gli chiesero di estrarli. Si assiste ormai ad una mutazione genetica del mafioso che si adatta alle nuove realtà e non è scarsamente competente. Ed è interessante che queste coincidenze ci portino sempre nel Crotonese. Sicuramente il fenomeno riguarda anche altre realtà, come la Locride e la Piana. Nella mappa che abbiamo pubblicato si notano esagoni verdi in quelle zone e questo fa pensare all’estrazione di criptovalute».

Non è ipotizzabile che la gente comune, un giovane disoccupato di Isola per esempio, sia dedito a quest’attività che implica un notevole dispendio energetico. Ma soltanto criminali possono acquistare hardware e risorse informatiche per avviare operazioni di mining?

«Il mining non è illecito, ma implica un sistema computazionale molto sofisticato che consuma tanta energia. Parliamo di bollette incompatibili con un reddito nella norma. Quello che non quadra è che proprio ad Isola si rilevano presenze di hotspot superiori a quelle delle grandi città. C’è qualcosa da capire, noi solleviamo il problema».

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