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Il professore Ettore Jorio

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Uno dei temi della campagna elettorale in corso per le regionali è di certo quello della sanità, sebbene appena sfiorato o tirato in ballo solo per alcuni aspetti (azzeramento del debito, fine del commissariamento…) che si prestano, appunto, a propositi da campagna elettorale.

La sanità, oltre ad essere il settore che assorbe quasi i tre quarti del bilancio regionale, ad essere la prima azienda in Calabria, è anche l’avamposto dei servizi mancati, di un’assistenza ai cittadini del tutto inadeguata (non a caso quello della sanità è il primo problema percepito dai cittadini) e, peraltro, di conti con voragini che molti anni di commissariamento non sono serviti a colmare.

Proprio su quello che la sanità calabrese è oggi e su quello che manca abbiamo posto qualche domanda a Ettore Jorio, docente dell’Unical, riconosciuto tra i maggiori esperti del settore a livello nazionale e non solo.

Prof. Jorio, ci sono quattro candidati a governare la Calabria. Il problema della sanità, al di là degli slogan da campagna elettorale, è probabilmente tra i primi a cui mettere mano. Cosa ne pensa?

«Mi occupo dei problemi che i medesimi dovranno affrontare nell’immediato, tra i quali la sanità, il sociale e le politiche di bilancio di competenza della Regione, in relazione ai quali la Calabria è da decenni segnatamente inadempiente. La nostra sanità, vergognosamente non ancora integrata con il sociale, è difatti l’esempio negativo cui si riferisce tutto il Paese. È trattata un po’ come si faceva ricorrendo all’orco per mettere a letto i bambini disobbedienti».

Concretamente, cosa farebbe per la sanità?

«Il dramma della sanità ha un vissuto di 14 anni di commissariamento, di cui i primi 2 di protezione civile, a suo tempo disposto dal Governo per gli esempi omicidiari che produsse la malasanità di allora, con le morti di Federica Monteleone e Fabio Scutellà. Un tale commissariamento fu disposto a causa degli insuccessi delle legislature precedenti al 2007, che hanno costituito un peggio ineguagliabile. Dunque, per far ripartire la sanità necessita mettere da parte il commissariamento a fronte, però, della formazione di una governance regionale che sappia il fatto suo e che sia capace di imporre le migliori soluzioni. Alla sua formazione dovrà provvedere il/la presidente che uscirà dalle urne, circondandosi dei necessari esperti ed evitando di farsi rovinare, così come sempre avvenuto, da chi ha già in passato prodotto grandi disastri in qualità di dirigente pubblico».

Uno dei temi emersi da un po’ di mesi, alla luce degli insoddisfacenti risultati della gestione commissariale, è quello del debito pregresso, che ne pensa?

«Il problema non è solo il debito pregresso, del quale dirò di qui a poco. Le difficoltà risalgono nell’affrontare i 3 temi di fondo. Il primo è quello del personale occorrente, che dovrà essere certamente diverso, sotto il profilo delle qualità professionali previste, da quello programmato nel tempo, a causa dei cambiamenti e delle rinnovate esigenze dettate dal post Covid.  Quindi, bisognerà riconoscere il superamento degli organici attuali e promuovere nuovi concorsi, individuando le nuove figure professionali occorrenti, da impegnare soprattutto su un territorio abbandonato da Dio e dagli uomini, cui il Servizio sanitario regionale dovrà assicurare una assistenza sanitaria degna delle persone umane. Il secondo, è quello di rendere sostenibile il bilancio di esercizio del Ssr, che registra da anni disavanzi da favola dell’horror, di centinaia di milioni di euro. Per fare questo, necessitano politiche di risanamento, spending review, taglio delle “regalie”, abbattimento degli oneri moratori. Ciò allo scopo di non appesantire, così come avviene, l’extra prelievo fiscale sui calabresi, con un residuo che va ad ingigantire annualmente il deficit patrimoniale».

E il terzo tema?

«È perfettamente la continuità del primo e del secondo e riguarda il netto patrimoniale negativo determinatosi negli anni, ovverosia la differenza tra le attività e le passività, tutte da rivedere. Un risultato che pare avviato a rendicontare poco meno di 3 miliardi di euro al lordo del disavanzo 2020, nei confronti del quale esiste una sola soluzione, ben distante dalle frasi ad effetto che si sentono in giro sull’obbligo del Governo centrale a provvedervi. Non così e chi lo afferma conosce poco la Costituzione e le leggi di riferimento. L’unico modo per ripianare questa enorme massa debitoria, tutta ancora da rendicontare superando quel grave gap che il Servizio Sanitario Regionale presenta quanto ad a-professionalità e a-sistematicità, è quello di utilizzare gli strumenti costituzionali previsti dall’art. 119, 5° comma, e dalle sue leggi attuative, introduttive del federalismo fiscale.

Il tutto, finalizzato a rendere incondizionatamente esigibili i Lea, legislativamente incrementati da quelli di assistenza sociale (i Liveas), una “merce” sconosciuta alle nostre latitudini. Insomma, per rimediare ad un siffatto handicap occorre una perequazione straordinaria, attraverso la quale lo Stato provveda ad anticipare la liquidità corrispondente attraverso la Cassa Depositi e prestiti, impegnandosi a versare alla medesima direttamente le restituzioni rateizzate nel primo decennio. Sarà poi compito della Regione continuare puntualmente ad onorare l’anticipazione goduta sino alla sua estinzione».

Altre soluzioni?

«Le altre soluzioni riguardano la necessità di intervenire con una riforma strutturale del sistema della Salute, mai prodotta nella nostra Regione se non con provvedimenti inutili e dannosi, facendo spesso riferimento a leggi nazionali abrogate da tempo. Con la detta riforma strutturale tutto dovrà essere costruito intorno al territorio, quello che non è fatto solo di splendide coste bensì di quello vissuto da una consistente popolazione che sopravvive in altitudine, lasciata a patire finanche l’indicibile. Una popolazione numerosa, che popola il 32% dei Comuni calabresi».

Ma cosa intende per assistenza territoriale?

«L’assistenza territoriale non è, come alcuni la considerano, il risultato del gioco del Monopoli. È ciò che viene costruito a seguito della accurata rilevazione dei fabbisogni epidemiologici e della redazione della mappa dei rischi. Un lavoro inevitabile, cui dovranno partecipare attivamente i Sindaci dei 400 comuni calabresi. Di conseguenza, l’assistenza primaria e diffusa è il progetto che soddisfa i bisogni rilevati, costruendo un sistema di presidi territoriali che dovrà far fronte ad ogni necessità collettiva, riportando puntualità nell’esercizio delle diagnostiche di immagine, spesso salvavita, e facilitando l’accesso ai servizi più accentrati, con l’ausilio del trasporto assicurato ai disabili e agli anziani impossibilitati. Il tutto dovrà avvenire con la collaborazione dei medici di famiglia, delle farmacie, dei consultori e dell’assistenza sociale che deve precedere e succedere ad ogni eventuale evento dannoso. Al riguardo, per la Calabria non saranno affatto sufficienti né l’idea delle Case di comunità, né tampoco le risorse assegnate ad esse dal PNRR (M6C1), atteso che con 7 miliardi per tutto il Paese si farà ben poca cosa».

E gli ospedali?

«Gli ospedali dovranno essere resi attrezzati di tutto punto con l’obiettivo di essere prioritariamente accreditati. Poi – mi lasci dire – dovranno essere belli ed accoglienti nonché diventare espressione delle eccellenze medico-infermieristiche che posseggono. Gli stessi dovranno essere altresì protetti da ogni genere di inquinamento, assumendo la capacità di espellere dai loro corridoi ogni genere di prepotenze indebite, lasciate libere da troppo tempo a vegetare tra le corsie e i pronti soccorso.

Riguardo all’esito dell’ultimo Tavolo Adduce, che boccia “a pieni voti” la gestione della Sanità calabrese, cosa ha da dire?

«Ho da dire ciò che sto dicendo da decenni! Che finalmente il Tavolo romano alza i coperchi che ha mantenuto per anni sulle pentole che contenevano l’andamento gestionale del nostro SSR e, di fatto, si autorimprovera e ammette le sue gravi e reiterate passate dimenticanze. Scoprire i bilanci non redatti, alcuni da ben oltre un quinquennio, i falsi in essi contenuti e l’incapacità della governance di nomina ministeriale significa confessare i propri “peccati”: la propria inettitudine, le gravi responsabilità assunte con inopportuni silenzi e l’aver creduto di risolvere il problema attraverso i compiti assegnati all’AGENAS e agli Advisor, che hanno rappresentato il più grave dei problemi, impeditivo di ogni genere di soluzione.  Ho trovato preoccupante l’accenno, deducibile nel verbale del 22 luglio scorso (pag. 18), a privilegiare da parte del Commissario ad acta l’insediamento di una gestione liquidatoria. Sembrerebbe (e sarebbe davvero grave) la preparazione di una strategia occupazionale in favore delle solite griffe societarie della revisione, così come avvenne quando il Tavolo di allora si denominava Massicci e non Adduce. Da allora iniziò il disastro dell’oscurità dei conti delle aziende della salute calabresi e l’insediamento di pagamenti annuali milionari in favore degli advisor per fare non capisce cosa».

Se il futuro Governatore dovesse chiederle un consiglio sulla prima cosa da fare?

«Sarebbe quello di dedicare la dovuta cura a ricostruire il Dipartimento regionale della sanità integrata e mettere a disposizione di tutta la burocrazia una formazione finalmente degna di questo nome. Lo merita e lo meritano i calabresi».

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