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Riprende il processo Xenia a carico di Mimmo Lucano, già condannato in primo grado a oltre 13 anni di carcere per la gestione dei migranti a Riace

REGGIO CALABRIA – Domenico Lucano deve essere condannato a 10 anni e cinque mesi di carcere. Si tratta della richiesta dei sostituti procuratori generali della Corte d’appello di Reggio Calabria, Adriana Fimiani e Antonio Giuttari.

Ieri nel palazzo di giustizia di piazza Castello sono riprese le udienze d’appello del processo Xenia, che vede tra gli imputati l’ex sindaco di Riace, per una serie di reati legati alla gestione dei migranti nel centro della Locride e condannato in primo grado dai giudici del Tribunale di Locri a 13 anni e due mesi, quasi il doppio rispetto alla condanna richiesta dall’accusa.

Domenico Lucano è stato ritenuto colpevole di associazione a delinquere, falso in atto pubblico, peculato, abuso d’ufficio e truffa, 21 reati contenuti in 10 capi d’accusa, sui 16 totali di cui era imputato.

Richiesta di pena più severa rispetto a quella avanzata in primo grado

La richiesta di condanna dell’accusa d’appello supera di quasi tre anni quella che era stata avanzata dalla Procura di Locri in primo grado, che aveva chiesto la condanna per Lucano a 7 anni e 11 mesi. Ma anche inferiore rispetto alla successiva sentenza del collegio di Locri, di poco meno di tre anni.

La richiesta della pena rideterminata è dovuta al fatto che la Procura generale della Corte d’appello reggina ha considerato in continuazione i reati dei quali Domenico Lucano era chiamato a rispondere. Rispetto infatti alla sentenza di primo grado, al termine della requisitoria, i sostituti procuratori generali ieri hanno rilevato come vi sia già la prescrizione per due presunti abusi d’ufficio. Si tratta dell’accusa per la mancata riscossione da parte del Comune di Riace, dove Lucano oltre alle funzioni di sindaco svolgeva anche quelle di responsabile amministrativa, dei diritti per il rilascio delle carte di identità ma anche l’altra accusa di abuso d’ufficio per l’affidamento a due cooperative della raccolta dei rifiuti con l’utilizzo degli asinelli. Ma per il protagonista del “modello Riace” è stata chiesta anche l’assoluzione per una parte del reato di truffa allo stesso contestato.

Processo Xenia, in appello chiesti 10 anni e 5 mesi per Mimmo Lucano

Nell’udienza di luglio scorso, che ha preceduto quella di ieri, la Corte d’appello presieduta da Giancarlo Bianchi aveva disposto la riapertura dell’istruttoria dibattimentale ed è stata anche ammessa l’acquisizione agli atti del processo in corso della perizia redatta dal consulente di parte Antonio Milicia. Quest’ultimo, su incarico degli avvocati di Lucano, ha trascritto il contenuto di cinque intercettazioni, tirate fuori dalla stessa difesa dai voluminosi fascicoli dell’inchiesta. In una, in particolare, ci sarebbe la prova più importante la quale, secondo i legali, potrebbe «cambiare le sorti del processo». Si tratterebbe della conversazione captata dall’orecchio lungo della Guardia di Finanza tra l’ex sindaco di Riace e un funzionario della Prefettura di Reggio Calabria, che aveva avuto l’incarico per relazionare sulla gestione dei progetti di accoglienza dei migranti nel piccolo borgo della Locride.

Un’altra cosa che Pisapia e Daqua hanno cercato di mettere in rilievo nelle loro motivazioni d’appello è che nella sentenza di primo grado c’è stato un «uso smodato delle intercettazioni telefoniche, conferite in motivazione nella loro integralità attraverso la tecnica del copia/incolla». Per gli avvocati Pisapia e Daqua «È stata una requisitoria serena, pacata. In parte i sostituti procuratori generali hanno condiviso quanto è stato sollevato da noi come difesa di Mimmo Lucano – ha dichiarato Pisapia – in contrasto con la sentenza di primo grado. Su altri punti non condividiamo sia le richieste di condanna che le motivazioni. Adesso iniziano le difese e noi confidiamo in una sentenza positiva».

Le altre richieste di pena del processo Xenia

Richieste di pene ridotte anche per quasi tutti gli altri principali imputati. L’accusa ha chiesto 8 anni e 10 mesi per Fernando Antonio Capone, condannato in primo grado a 9 anni e 10 mesi; per Pietro Curiale il pg ha chiesto 4 anni e 8 mesi di carcere a fronte dei 9 anni e 10 mesi inflittigli in primo grado. Per Cosimina Ierinò, il pg ha chiesto 8 anni e un mese a fronte degli 8 anni e 10 mesi inflitti in primo grado; per Anna Maria Maiolo sono stati chiesti 4 anni e 8 mesi a fronte dei sei anni comminati in primo grado.

Quattro anni e sei mesi sono stati richiesti per Salvatore Romeo, condannato in primo grado a sei anni di carcere e per Maria Taverniti 4 anni e 4 mesi a fronte di una condanna a 6 anni e 8 mesi in primo grado. Per Jerry Tornese il pg ha chiesto 5 anni, a fronte della condanna a sei anni riportata in primo grado, mentre per la compagna di Lucano Lemlen Tesfahum l’accusa ha chiesto 4 anni e 8 mesi di reclusione a fronte dei 4 anni e 10 mesi inflitti dal Tribunale di Locri. Richiesta di conferma della pena a 4 anni per Gianfranco Misuraca.

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