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Alcuni abitanti di Niamey

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E tutto un tentare di essere occidentali. Nel vestire, nel mangiare, nel parlare, nell’atteggiarsi. L’Africa è così, avvelenata da un certo Occidente.

Qui a Niamey, capitale del Niger, Africa sub-sahariana, puoi vedere stormi di giovanissimi ragazzi che si ritrovano, spontaneamente, nelle piazze, agli angoli delle strade, sui marciapiedi polverosi. Alle tre del mattino sono li a schiamazzare, ciondolare e stare insieme con le loro magliette della Juve o del Paris Saint Germain. Ci sono alle due del mattino, alle tre, alle cinque. Si stringono gli uni agli altri, ma non per il freddo, qui di notte fa sempre trenta gradi.

È una forma di solidarietà atavica, incosciente: stare insieme per proteggersi dal pericolo che non conosci, che ancora non c’è, ma sai che arriverà e proverà a portarti via la sola cosa che hai: la tua esistenza.

Qualcuno litiga e si sposta dal gruppo, ragiona le sue cose in disparte, poi ci si azzuffa o ci si abbraccia, se si fa pace. Si fanno capannelli, intorno ai contendenti, che si sciolgono, se c’è puzza di militari, e poi ancora si ricompongono. Questi ragazzi somigliano agli stormi di uccelli che, all’imbrunire, ammantano il cielo di Roma: un caleidoscopio di forme, e colori, che si spiralizza, si allarga, appare e scompare e, in un attimo, non lascia traccia di se.

Moktar, l’autista che è venuto a prelevarmi in aeroporto, spiega che questi ragazzi, tutti giovanissimi, non hanno dove andare la notte. Molti di loro posseggono una moto, ma non hanno un tetto sotto cui dormire. Qui puoi dormire per terra, su un cartone, i più fortunati su un tappeto, ma senza una moto sei meno di niente, dice, non trovi lavoro, non hai come spostarti. La moto qui è anche uno status symbol, afferma che sei qualcuno, che vali qualcosa anche se dormi per strada.

La sky-line di Niamey mostra solo tre o quattro palazzi sopra l’orizzonte. La moschea e pochi altri edifici governativi, il resto è di case basse, moltissime, in periferia, sono costruzioni di fango. Vicino all’aeroporto un gruppo di capanne con i tetti di paglia ricorda l’Africa tribale dei vecchi film Hollywoodiani. Le strade sono di terra rossa, solo il centro ha qualche arteria asfaltata.

Il Niger ha poco più di venti milioni di abitanti, più della metà dei quali sotto la soglia di povertà, nelle zone rurali si arriva al settanta per cento. Il reddito medio degli abitanti di questo Stato è ottocento dollari l’anno. Ecco allora che Niamey, oggi due milioni di abitanti circa, dai seimila del 1936, rappresenta la speranza di una vita diversa per milioni di giovani nigerini.

Niamey è la “Città” per antonomasia, la porta d’entrata in un mondo magico sognato fin da bambini, per questi ragazzi che inondano le piazze. Questi giovani da marciapiede al mattino arrotolano i loro cartoni, i loro tappeti, infilano le loro ciabatte e cominciano, ancora una volta, ad andare in cerca del sogno che li ha portati qui da luoghi lontani: da Agadez, da Taohua, da Dosso, dalle centinaia di piccoli agglomerati urbani, di fango e paglia, sparsi nel sahel.

Molti qui sono mussulmani, pochi cristiani. La preghiera dei muezzin, dall’alto dei minareti, rompe il silenzio dell’alba e si diffonde come una nenia portata da un vento leggero su tutta la città. Anche Moktar è mussulmano, ha due mogli e quattro figli. E’ giovane, ha trentatré anni, -come il profeta Gesù- dice, e sorride.

-Voi occidentali non potete capire, ma per noi avere quattro mogli è normale, se ne hai solo due vuol dire che non te la passi tanto bene-. Sorride ancora.

I posti di blocco lungo le strade sono numerosi e anche in hotel, prima di mettere piede nella hall, devi passare sotto un metal detector e aprire i bagagli per l’ispezione. Poco lontano da qui, qualche settimana fa, sono morti dei turisti francesi, attaccati da un gruppo terrorista di Hizb al-Shabaab (letteralmente: Il Partito dei Giovani).

La frontiera tra Nigeria e Niger è una linea ad alta tensione dove criminali comuni e terroristi si contendono ogni merce che transita. La Highway 10, che attraversa l’Afrique, dall’Atlantico al Niger, che sgomita attraverso le sabbie del deserto fino a scomparire, come un fiume di catrame in piena, nel mar Mediterraneo, è la nuova banca dei predoni, criminali o terroristi che siano.

Lungo questa rotta vari gruppi terroristici, dopo la sconfitta dello Stato Islamico in Siria, hanno trovato respiro e nuova linfa. La linfa sono i giovani che dormono sui cartoni: li arruolano o li trasportano insieme al loro sogno occidentale. Il respiro è scritto nella storia dell’albero del Tenerè, custodito a Niamey, nel Museo Nazionale del Niger.

L’albero del Tenerè, custodito a Niamey, nel Museo Nazionale del Niger

Era un esemplare di Acacia tortilis, sub-specie reddiana, l’unica forma di vita vegetale segnalata sulle cartine militari geografiche in scala 1:4.000.000 da anni immemori. L’albero più resistente al mondo. L’albero più solitario e duro a morire di cui si abbia conoscenza. E’ stato una leggenda tra i botanici di tutto il pianeta: volevano vederlo, come San Tommaso volevano toccare per credere all’incredibile: la vita che resistere all’inferno.

Solo questa Acacia in pieno deserto, con chilometri e chilometri di sabbia rossa attorno, partoriva foglie verdi. Solo questo albero di tre metri simboleggiava la vita lungo la rotta delle carovane.

Un albero magico per gli africani, un simbolo unico per i botanici, piegato solo dallo scontro con un camion guidato da un tripolino. Un africano, forse per scommessa, forse ubriaco, riesce a centrare col suo camion l’unico albero esistente nel deserto del Tenerè. Se non fosse una storia tragica, sarebbe certamente comica.

La storia dell’albero del Tenerè, altro non simboleggia che la storia dell’intera Afrique: chi ha la forza di nascere e resistere nelle avversità, di solito viene spezzato dal suo stesso sangue, specie qui, in Afrique. Basta fare una scommessa. Basta bere qualche birra in più o accettare trenta denari.


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