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La tana del serpente è in una vecchia jeep americana che dorme nel campo, sotto un tetto di rami di palma.

-Meglio non avvicinarsi troppo, è una navigata vipera del deserto, non la intimorisci facilmente, può ancora far male. State lontani– consiglia Dominique, il sergente che ci scorta in ogni nostro movimento. Annuiamo, non abbiamo dubbi che possa ancora far male e non abbiamo fretta e curiosità di incontrarla.

La nostra casa, la casa del team medico, è, invece, una grande tenda, metà ospedale, metà camerette. I soldati dormono in altre tende vicine.

Questi giovani militari francesi fanno esercizi tutto il giorno, e parte della notte, a suon di musica tecno-rap sparata a mille.

Una specie di “Goooood morning Vietnam” in versione nigerina e tecno, senza posa notte e giorno. Sembra un canto di guerra tribale. Un vero non sense, in questo no where place. Il campo in sé è fuori dal comune. Questo campo declina tutto quello che un campo in “ambienti ostili” è, potrebbe essere o potrebbe diventare: un campo militare, ma anche un campo rifugiati.

Un campo francese, ma anche un campo nigerino, nigeriano, dove vivono famiglie che non si capisce se siano parenti dei miliari africani o sfollati veri e propri. Il mistero è, che neanche i soldati francesi riescono a darti delle spiegazioni soddisfacenti e non è una questione di sicurezza, è che proprio non lo sanno: Può darsi, si. Forse. Potrebbe essere. Chissà!

Il campo, enorme, non ha vere e proprie trincee: una buona parte è aperta a nord est, da dove potrebbe arrivare di tutto, anche l’ottava piaga d’Egitto. Il lato ovest del campo, invece, affaccia sulla Sahelian Highway e, ogni tanto, dai tetti dei camion, che superano di almeno mezzo metro le nostre recinzioni, spunta la testa riccia di qualche ragazzo che ci saluta. Parte del campo è arato e non ancora seminato, si aspetta il clou della stagione delle piogge per piantarci qualcosa. La restante, immensa parte, viene utilizzata come pascolo da qualche capra, qualche pecora, da pochi buoi col gibbo.

A volte vedi dei ragazzi raschiare il terreno, cercare qualcosa tra gli arbusti secchi, ma non sai di cosa vanno in cerca: -serpenti-, suggerisce George, il mio collega anestesista, sorridendo. Lo guardo, non mi convince. Certo, il ragazzo cerca qualcosa, questo è innegabile, ma non serpenti, forse qualche tubero da bollire per placare la fame.

Dominique racconta che in questo Big Camp ci sono circa duemilacinquecento persone, esclusi i militari nigerini e nigeriani. Che il cibo non basta mai per tutti, quindi si arrangiano cercando tuberi e frutta. Si arrangiano dividendosi quello che il campo francese, composto da circa novanta soldati, più noi sei del team chirurgico, riescono a dare, soprattutto riso e latte.

Il sergente francese dice, indicando gli africani che abitano il campo: -vedi, stanno tutto il giorno a non fare nulla, mentre potrebbero coltivare questi ettari di terreno. Vivrebbero benissimo, invece stanno li, fermi. Non si danno da fare-.

Non rispondo. Non mi va più di rispondere a certi ragionamenti. Subito, come una addizione matematica semplice, scandalosamente semplice, nasce nella mia mente il paragone col nostro sud. Gli africani, come i meridionali, soprattutto nell’ultimo secolo, sono stati abituati ad aspettare che la soluzione dei loro problemi arrivasse dall’alto. Stanno li ad aspettare che qualcuno, francese, americano, tedesco, cinese, o extraterrestre, gli dica come risolvere i problemi.

Divisi in tribù, con idiomi diversi, senza una lingua nazionale che gli permetta di comunicare efficacemente, con l’ottantuno per cento di analfabeti persino nei ranghi dell’esercito, i nigerini aspettano, rosolandosi al sole, che qualcuno porti il cambiamento da fuori. E non importa che sia Daesh (lo Stato Islamico) a portarlo. Qui la fame è il grimaldello che apre le porte dell’inferno.

È tutto maledettamente simile e semplice, tra noi meridionali e loro africani, che non c’è bisogno di sforzarsi per capire: Daesh, mafie, povertà, emigrazione, santi e salvatori che vengono sempre da oltre confine.

Sempre “da fuori” deve venire qualcuno per salvarci, per aggiustare la sanità, per spazzare via le mafie, per creare lavoro, per darci l’illusione, la speranza, che qualcosa succederà domani. Sempre domani e noi ci crogioliamo in questo pensiero salvifico: prima o poi arriverà un salvatore!

Come un miracolo, di sera, qui nel campo, arriva la storia meravigliosa, quella che non ti aspetti. Poco prima di andare a mensa Camill, una delle due soldatesse francesi che vivono con noi, laurea in letteratura italiana alla Sorbonne, racconta dei “Serpenti di Pietra” del grande deserto del Tenerè. E già lo amo questo deserto che non immagini così generoso, questo deserto che non finisce mai di stupire con le sue storie fantastiche che fanno dimenticare la calura insopportabile del giorno.

-Fu un francese, Renè Chudeau a scoprire, a sud di Agadez, all’inizio del secolo scorso, uno dei più vasti giacimenti di dinosauri esistenti al mondo-, dice Camill, -ma fu un italiano, il medico Cino Boccazzi, nel 1970 a scoprire la storia celata dietro la parola sacra, impronunciabile, dei tuareg: “Beitrourou” (serpenti di pietra). Seguendo le leggende tramandate per secoli dai tuareg l’anno dopo, il medico Boccazzi insieme a Giancarlo Ligabue, paleontologo e mecenate veneziano, scoprirono il giacimento di Gadoufaoua, dove decine di scheletri di dinosauri emergevano, come veri serpenti di pietra, dalle sabbie del deserto-.

Camill non dice che dei tre esemplari di Oraunosaurus nigeriensi, scoperti dagli italiani, solo uno è esposto al museo di storia naturale di Niamey. Uno è stato trasportato a Parigi e l’ultimo a Venezia.

È notte, provo a dormire. Chiudo gli occhi e i grandi Serpenti di Pietra si confondono, nel sonno, con la longeva vipera della vecchia jeep americana.

Sussurro la parola magica dei tuareg: “Beitrourou” (serpenti di pietra) e i dinosauri prendono vita, emergono dalla sabbia e s’inoltrano in una foresta rigogliosa, piena di vita e colori, apparsa d’incanto dal nulla. Capisco la finzione del sogno e sorrido. Vorrei che questa magia non finisse mai.

“Beitrourou” ripeto nel sonno, “Beitrourou”.

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