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Michelangelo Frammartino riceve il premio

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Il Buco di Michelangelo Frammartino ha vinto a Venezia il premio speciale della Giuria. Era nell’aria questo verdetto, considerato che lo assegnano personalità del cinema che ricercano la frontiera dell’inesplorato e del nuovo linguaggio.

Ne aveva tutti i titoli Michelangelo Frammartino, un intellettuale cineasta milanese di residenza, ma che ha sempre dichiarato “Sono calabrese, e i calabresi nascono ovunque nel mondo”. Originario di Caulonia, dove la famiglia ha sempre mantenuto contatto con le sue radici, è attraverso Michelangelo che si è mantenuto e potenziato il contatto con le storie particolari che alimentano il suo cinema potente e maiuscolo.

E anche questa volta, dopo aver in passato già vinto a Cannes con “Le quattro volte”, Michelangelo ha trionfato a Venezia già dalla prima, quando il pubblico della Mostra ha omaggiato con ben 10 minuti di applausi i titoli di coda di un film che entra nella storia della Settima arte (LEGGI).

Nel ventre del Pollino, nell’Abisso del Bifurto, chiamata dalle persone del posto La Fossa del Lupo, Michelangelo ha prima identificato, poi studiato le tecniche necessarie per filmare nel buio con sofisticate attrezzature l’impresa vera realizzata nel 1961 dal Gruppo Speleologico Piemontese, che in pieno boom economico decide di affrontare un’impresa impossibile in una delle cavità più grandi della terra.

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“Grazie agli speleologi che danno forma al buio e se ne occupano e grazie alla Calabria la regione più bella d’Italia”, ha detto Michelangelo ritirando il premio sotto i flash dei fotografi. Il Sud dei pastori che incontra il Nord degli speleologi. A Milano nasce il Pirellone, in Calabria si fa l’impresa.

Un film carsico che nasce dal basso, difficile, e che solo un capatosta energico e atletico come Frammartino poteva realizzare. Anni di preparazione, difficoltà di ogni genere e tanto aiuto dal basso dalla popolazione locale che ha un autore che si Contamina con l’ambiente che va a raccontare nella sua poetica verità. E merito va dato al direttore della Mostra di Venezia, Alberto Barbera, che lo ha selezionato con convinzione definendolo “Un vero diamante del cinema”.

Il film non ha solo di calabrese questo autore che ha sempre partecipato a seminari per studenti dell’Università della Calabria, conscio di una responsabilità didattica verso i suoi conterranei.

“Il Buco” ha avuto l’amorevole accompagnamento partecipato delle comunità locali, ha impegnato diversi giovani dell’Alto Jonio facendoli lavorare nel diversi reparti di produzione, ha ricevuto il sostegno indispensabile del locale gruppo speleologico “Sparviere” che ha scoperto quasi tutte le grotte del Pollino calabro-lucano.

E il film è riuscito a trovare sostegno economico e produttivo sulla stessa linea calabrolucana grazie all’accordo Luca che le precedenti film commission di Basilicata e Calabria hanno concesso a questo impegnativo e monumentale pezzo di cinema della realtà.

È festa della Locride che conosce bene Frammartino, e tra quei calabresi che seguono questo nuovo cinema della modernità che aveva già trionfato a Cannes e ora vince anche a Venezia trovando riconoscimento e acclamazione.

È festa nell’Alto Jonio Cosentino spesso dimenticato (che qualcuno vuole ridurre a pattumiere), luoghi di straordinari giacimenti culturali che hanno già iniziato a produrre nuovo cineturismo.

È la vittoria di un’Italia minore che segna la sua genuinità antropologica su quella del consumo e della vacuità. Non vi aspettate di vedere un film semplice e di genere. È cinema maiuscolo che va alle radici della terra e delle persone.

È il trionfo di Michelangelo Frammartino calabrese fuori della Calabria per necessità economica che da Venezia non ha mancato di dire che dalla nostra regione si parte ancora per studiare e per andare a curarsi. La politica che litiga sul nulla ricordi queste parole di questo maestro del cinema calabrese nell’intimo, prima di salire domani sul carro dei vincitori.

Nel Buco sta il nostro riscatto di calabresi. Quelli che aiutano a scendere anche nelle viscere della propria terra per le imprese impossibili.

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