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Marianna Rodolico

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VIBO VALENTIA – «È stato un gesto vigliacco ma anche del tutto ingiustificato, il paziente infatti non era mio ma, vedendolo a lungo nel corridoio, me ne sono ugualmente interessata, come sono abituata a fare. Ricevendo, come ricompensa, insulti e violenza». Marianna Rodolico, medico anziano del pronto soccorso dello Jazzolino, è la vittima dell’aggressione perpetrata l’altro pomeriggio dal figlio di un paziente in prolungata attesa di essere traferito in altro ospedale (LEGGI). È nota, oltre che per la competenza professionale e l’assistenza che riserva ai pazienti, anche per non avere peli sulla lingua.

Dopo l’aggressione avrebbe potuto restarsene a casa per almeno otto giorni, come da prognosi, ma già il giorno dopo si è presentata regolarmente in servizio: «Non sono un’eroina – sorride, amara – ma se mi assento pure io chi lavora qui? Ci sono altri quattro colleghi in malattia…». Preliminarmente non risparmia una stoccata ad alcuni organi di stampa, cartacei e on line, che a suo dire hanno riportato l’episodio in maniera distorta, senza accertare adeguatamente i fatti: «Sarebbe bastata una telefonata per mettere in chiaro le cose per come sono effettivamente andate. Sono stata additata come responsabile del ritardo ma è una notizia senza fondamento alcuno».

Ecco dunque com’è andata, secondo il suo racconto: «Non essendoci qui da noi la possibilità di operarlo, il collega del mattino si era subito dato da fare, trovando il posto letto a Polistena. Per il trasferimento ha ripetutamente chiesto alla centrale del 118 l’invio di un’ambulanza ma la risposta è stata sempre la stessa: sono tutte impegnate sul territorio».

Vedendo l’uomo ancora lì nel corridoio, la Rodolico ha telefonato anche lei alla centrale del Suem ma ugualmente senza esito: «Un’ambulanza – è stata la risposta – potrà essere disponibile solo in serata, attualmente sono tutte alla prese con pazienti Covid e d’altro tipo. Ho chiesto allora al paziente, per altro persona abbastanza calma ed educata, se avesse qualche familiare che lo potesse accompagnare. Lui, prendendo in considerazione l’idea, ha chiamato il figlio al telefono e me l’ha passato. Volevo dirgli che, se voleva evitare che il ritardo potesse far “saltare” il posto di Polistena, era forse il caso di valutare se trasportarlo con la sua macchina, in altre occasioni è accaduto. Ma non ho potuto quasi parlare, mi sono vista infatti aggredire verbalmente e pesantemente dall’interessato che, poco dopo, è arrivato in pronto soccorso, con tutto quel che è seguito».

Una cosa, secondo l’interessata, va allora chiarita, «non per fare a scaricabarile ma per amore di verità. La gente confonde il pronto soccorso col 118 e questo non va bene. Si tratta di due servizi con incombenze diverse: a noi tocca curare e assistere, dei trasferimenti si occupa il Suem. Se l’ambulanza non c’è, cosa possiamo fare noi medici del pronto soccorso?».

Il problema, quindi, sta a monte e chiama in ballo la carenza di posti letto, il superlavoro per il Covid, il mancato filtro dei servizi territoriali. «La gente – commenta ancora con la Rodolico grande amarezza – se non è correttamente informata, semplifica e generalizza, e così si arriva a leggere sui social post assurdi, persino di esplicito incitamento alla violenza fisica nei confronti di noi medici. Non è giusto, noi tutti ci facciamo in quattro per assistere i pazienti e poi veniamo ricambiati con questa moneta…».

Sul gravissimo episodio si registra infine un passo ufficiale fatto dal responsabile del pronto soccorso, il primario Enzo Natale, nella sua veste anche di responsabile regionale della Simeu, la Società italiana medicina emergenza urgenza: informato in tempo reale di quanto era accaduto alla collega, ha subito inviato un’allarmata relazione al ministro della salute Speranza e al presidente della Regione Occhiuto, anche nella sua veste di commissario per il Piano di rientro dal debito sanitario.

Delineando, da esperto del settore, i termini del problema, che riguarda per altro non solo Vibo ma l’intera regione, ha chiesto immediati interventi affinché simili episodi non abbiano più a verificarsi, «consentendo finalmente ai medici del pronto soccorso di operare in piena serenità e sicurezza».

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