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Rifiuti accumulati in località Seggiola a Pizzo

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PIZZO (VV) – «Vi immaginate se a Sorrento o a Polignano, a Vieste o nei paesini delle Cinque Terre (cito tra i tanti), a qualcuno fosse venuto in mente di coprire di terra e massi di calcestruzzo la costa rocciosa su cui poggiano i centri abitati per trasformarla in una discarica? O, per restare in terra calabra, se a Tropea avessero circondato con cubi di cemento e terra di riporto il promontorio su cui poggia il famoso santuario di Santa Maria dell’Isola? Come minimo ci sarebbero state delle sommosse popolari per difendere l’identità di quei borghi affacciati sul mare e i progettisti avrebbero rischiato anche il linciaggio (mediatico, ovviamente)».

Esordisce così Pino Paolillo, referente del Wwf, nel denunciare lo scempio ambientale in località Seggiola a Pizzo, «un paese dove può accadere di tutto nell’indifferenza (quasi) generale, dove per anni una piazza è stata sequestrata dai lavori per un ascensore mai entrato in funzione, dove quella che doveva essere una darsena, è diventata una specie di vasca putrida e maleodorante, e dove da 50 anni quello che era un tratto di mare che lambiva la roccia su cui poggia “il Pizzo”, il vero tratto identitario di un paese letteralmente affacciato sul mare, è stato cancellato, perché, si disse, le onde minacciavano le case del rione Carmine poste a cinquanta metri sopra».

Da qui la sua testimonianza di sabato 23 ottobre, «una giornata estiva con bagnanti, turisti stranieri e visitatori del circondario». Ha così deciso di fare una passeggiata verso la Seggiola e «subito ho sperato che a nessuno degli avventori dei bar o dei ristoranti, che a nessuno dei bagnanti fosse venuta in mente la mia stessa idea: sarebbe stato come quando ricevi una visita improvvisa, con la casa ancora in disordine». Solo che qui non si trattava di disordine, ma di degrado, di abbandono, «di autentico squallore».

«Purtroppo sono rimasto deluso: dapprima una coppia di stranieri (non è difficile immaginare cosa abbiano pensato), poi un’altra di campani residenti a Cosenza che mi hanno chiesto se lì una volta c’era il mare. Ed ecco che ho provato vergogna, quella vergogna che dovremmo provare tutti, a cominciare da chi ha governato nei decenni questo paese. Quale altro sentimento potrebbe scaturire di fronte ad una stazione di sollevamento di liquami che per passarci davanti ti devi tappare il naso? O davanti alla succitata “darsena” mezza insabbiata, con acque luride e nerastre in cui si intravedono a stento solo grassi cefali? Per non parlare del pezzo di roccia crollato che custodisce i resti di un cetaceo di 5 milioni di anni fa, a pochi metri da una bella carcassa di lavatrice, un’altra di televisore, e un bel cumulo di spazzatura chissà da quanto tempo lì, testimonianze di una nuova era, l’Antropocene, quella dei rifiuti», ha continuato Paolillo.

Dulcis in fundo: un’occhiata alla vecchia tonnara del ’500 «su cui incombe il progetto di una improbabile strada» e la parte del molo abbattuto dalle mareggiate (come accadde quasi due anni or sono per la “Pizzapundi”) «che giace sott’acqua ormai da tempo».

Dopo le scuse ai turisti, l’imbarazzo frenato dagli stessi. «Prima di congedarsi, quasi a volermi consolare, mi confessano una cosa: nonostante tutto, avevano già deciso che passeranno la loro vecchiaia a Pizzo, sperando almeno che, fino ad allora, qualcosa cambi. A cominciare dalla vecchia “Seggiola”», ha concluso Pino Paolillo.

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