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3 minuti per la lettura

Andrea che può essere come Tiresia, contemporaneamente uomo o donna, vedente e non vedente, giovane o vecchio, è il nome di battesimo dell’assai misterioso scrittore Weismer che da una sua balaustra remota osserva la minuta esistenza di tutti – noi compresi – come “nemmeno il più potente dei telescopi” potrebbe fare.

“Io, guardo” è il titolo, l’editore è Gambini, e lui propriamente guarda con occhio saputo, come un Apollo la cui grazia restituisce il bello e l’immenso della letteratura: “tutto quello che di giorno è nauseabondo e schifoso, si riscatta al tramonto”. E lui guarda – porgendo i suoi racconti – distillando racconti in crescendo, come in salita, ma “percorrendo le ampie curve con passi tranquilli e ritmati”.

Lui guarda e produce pagine che sono mondo. Questo autore di cui nulla si sa, se non questo volume, non è infatti uno scrittore di parole, bensì uno scrittore di cose. La sua facondia è un vivo mappamondo dove ogni lettore diventa viaggiatore. Fosse solo per la Persia, in viaggio per la città delle mille vergini, o per i cetrioli dotati di neuroni o ancora le dinastie di accrescimento finno-nipponiche. Lui guarda e questa raccolta è proprio una felice sorpresa nella fatica di tutti, ormai disabituati allo spettacolo della creatività.

Una minima attività di intelligence potrebbe di certo svelare l’identità di Weismer ma quel che importa è il privilegio di averlo letto, come un inaspettato regalo offerto a chi ha rinunciato alla narrativa, all’arte della scrittura che in lui – ripetiamo – è arte delle cose. I racconti sono divisi in quattro sezioni recanti titoli tanto ironici quanto promettenti edificazione. Eccoli: “dell’incomprensione e della perseveranza”. Ed è il primo. Poi segue “dell’ineluttabile e della sua deprecazione”, quindi “della sagacia e del suo apprendimento”, infine “della pietà e della costernazione”.

Lui guarda. E guarda con la voluttà che compete a chi sa gustare. Guarda lui, novello Tiresia, e come quel cieco riesce a vedere non potendo guardare. La rappresentazione impegna la lettura e così anche l’ascolto, ed è dunque sguardo. Lui guarda e il racconto dilaga in tutti i racconti. Fa come Tiresia, Weismar e allora si capisce chi è davvero questo scrittore del quale tutto si perde eccetto l’occhio. Senza scomodare il suo stato civile sappiamo chi è: uno che dà del tu all’assoluto nel luogo proprio dell’assoluto orale.

Pronto a qualunque cosa, tutto di sagacia e apprendimento, lo scrittore di nome Andrea sveglia la verità più sfacciata col racconto di chi tutto ha visto, e tutto può raccontare, grazie alla chiarezza della remota balaustra da cui può dire: “Io, guardo”. Con tanto di virgola tra soggetto e verbo, come a far da contrappunto di malinconia, quella gocciante premura tutta di crepuscolo e baluginio che come sempre – si sa – tiene ben nascosta la propria coda nell’esistenza parallela. Sia chiaro: non è facile armeggiare la brevitas, il complicato reticolo dei racconti destinati comunque all’unicum. “Novelle per un anno” di Luigi Pirandello stanno a fondamento di questa scienza. E difficile poi, avendo contezza – e Weismer lo dimostra – di dove disgregare e poi ricomporre, nella disciplina della scrittura, in un nuovo gregore che porti oltre una coscienza normale.

L’autore, o meglio ancora l’artista, sa di dover trovare un complice nel lettore che sappia sdoppiarsi e così – come due persone – vivere e agire allo stesso tempo. Per costruire in loro stessi, loro che sono scrittore e lettore, altre esistenze, altre coscienze, altri atti e altre cose. Cose che fanno, appunto, gli scrittori di cose. Come Andrea Weismer, colui che guarda, colui che nel colpo di scena tutto di sé disperde. Tutto. Eccetto l’occhio. Di certo spento, ma vigile. Andrea Weismer, “Io, guardo”, Gambini editore Euro 18,00


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