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Questa esigenza è la condizione irrinunciabile che l’Europa pone all’Italia per potere attingere e spendere bene i fondi del Recovery Plan e porre finalmente le premesse per la riunificazione sociale e infrastrutturale del Paese. È in gioco la coesione nazionale che è stata così lacerata negli anni da essere oggi in balia di pulsioni disgregatrici arrivate al punto massimo, potremmo dire di non ritorno.

LA VERITA’ fa male, dà molto fastidio. L’egoismo miope mette una benda davanti agli occhi e consente di continuare a ripetere gli errori di prima. Permette di non vedere che la disparità evidente di spesa pubblica sociale e infrastrutturale tra Nord e Sud del Paese determina la prima delle cause del declino strutturale italiano. Questa è la realtà. Così come è sotto gli occhi di tutti che nemmeno la Pandemia globale e il nuovo ’29 mondiale sono riusciti a determinare in Italia un sentimento razionale di solidarietà. Viceversa si sono attrezzate macchine da guerra a scartamento ridotto che sono arrivate a mettere in discussione la statistica nazionale pur di non prendere atto dell’operazione verità lanciata da questo giornale e dalla Svimez che mira esclusivamente a rendere patrimonio condiviso l’esigenza assoluta di sanare la più che decennale violazione dei diritti di cittadinanza della popolazione meridionale nella scuola, nella sanità e nella mobilità.

Questa esigenza appartiene alle ragioni prime, non negoziabili, di una rinascita del Paese che non voglia vivere l’effimera illusione di una sola stagione. Questa esigenza è la condizione irrinunciabile che l’Europa pone all’Italia per potere attingere e spendere bene i fondi del Recovery Plan e porre finalmente le premesse per la riunificazione sociale e infrastrutturale del Paese e la riduzione competitiva dei suoi divari interni. È in gioco la coesione nazionale che è stata così lacerata negli anni da essere oggi in balia di pulsioni disgregatrici arrivate al punto massimo, potremmo dire di non ritorno. Questa esigenza è l’unica che può consentire all’Europa, in via del tutto eccezionale, di non perseguire fino in fondo l’Italia per il reato perpetrato negli ultimi venti anni di non avere utilizzato le risorse europee come aggiuntive ma come parzialmente sostitutive di quelle ordinarie affidandole peraltro a gestioni regionali di impronta clientelare e oggettivamente prive di un orizzonte complessivo stritolato nei mille particolarissimi interessi dei singoli territori.

Su questo punto il direttore generale per la coesione della Commissione europea, Marc Lemaître, si è espresso con chiarezza più volte a voce fino a doverlo mettere per iscritto senza che nessuno dei governatori regionali del Sud mostrasse segni di ravvedimento e senza che la classe dirigente del Nord facesse lo sforzo di comprendere il mostro generato dalla prevalenza di quegli egoismi miopi, figli di un federalismo fiscale all’italiana che regala ai ricchi togliendo ai poveri. Che, quasi senza accorgersene, ha messo le basi di cemento armato per il degrado progressivo del palazzo dello stesso mitico Nord. Siamo arrivati al capolinea nutriti di sentimenti così miseri e così lontani da un’idea di Paese che, addirittura in presenza di una terribile Pandemia, abbiamo fatto trascorrere sette mesi sette senza che né le Regioni del Sud si attrezzassero per recuperare almeno una piccola parte di ciò che era stato loro sottratto in sanità e scuola e senza che il governo a parole più meridionalista degli ultimi venti anni facesse alcunché perché ciò avvenisse.

Fabrizio Galimberti riferisce all’interno della importante nota tecnica della Svimez che restituisce alla visibilità comune i marchiani errori dell’ osservatorio CPI (Conti pubblici italiani) che arriva addirittura a confondere le annualità, a non distinguere tra cassa e competenza, a mettere insieme grandezze non omogenee come sono i prezzi correnti e i prezzi a valore costante. Stendiamo un velo pietoso sulle argomentazioni senza fondamento che riguardano l’esclusione in alcun modo giustificata della spesa previdenziale dal computo della spesa pubblica territoriale, per non parlare infine delle valutazioni veramente di fantasia che riguardano il potere di acquisto delle persone.

Il costo della vita, come è noto, è correlato alle condizioni di contesto: il prezzo delle abitazioni, ad esempio, è legato ai servizi di quel territorio e se tu colleghi quel valore proprio a quel qualcosa che tu vuoi correggere con il riequilibrio della spesa pubblica, siamo alla follia. Perché è quel qualcosa che determina a sua volta il prezzo delle abitazioni che variano a seconda se hai o non hai intorno a te più o meno servizi, più o meno sanità, più o meno trasporti efficienti e, quindi, se hai o non hai una politica rivolta scientemente a ridurre i divari non ad accrescerli. Insomma: gli effetti perversi della sempre più progressiva eliminazione delle politiche di sviluppo territoriale vengono usati come indicatori per legittimare la sperequazione e, addirittura, per suggerire implicitamente ulteriori tagli.

Siamo alla sublimazione della follia egoista oltre che al masochismo. Questo giornale ha condotto una battaglia di civiltà e di verità che non vuole essere confusa con battaglie di retroguardia tra Sud e Nord del Paese, ma non indietreggerà di un millimetro nella denuncia di tutte le azioni perverse, manifeste e nascoste, di indebita sottrazione del futuro ai giovani meridionali di talento e di ipoteca sul futuro competitivo dell’intera nazione. Ci ha colpito e ci continua a colpire la volontà di arrivare perfino a mettere in discussione pilastri della contabilità nazionale, come i Conti pubblici territoriali e la Corte dei Conti, pur di continuare in modo “frugale” a saccheggiare il futuro del Paese all’ombra di una distorta distribuzione della spesa pubblica sociale e infrastrutturale. Nonostante che tutto ora sia pubblico e che di ciò la prima a chiedere conto sia quella Europa che ha in mano la cassa di sopravvivenza e di rinascita del Paese.

Dipende solo da noi, direbbe Ciampi. Sottoscriviamo, vogliamo solo aggiungere che se non riusciamo a fare questo salto culturale quando tutta l’Europa – dai Paesi a noi confinanti con economie più forti della nostra fino all’Olanda dei falchi del Nord e ai Paesi dell’Est dallo stato di diritto incerto – è messa a dura prova dalla malattia invisibile, vuol dire che meritiamo l’uscita dal novero delle grandi economie industrializzate e la deriva greca. Accecati dall’egoismo miope e dalla rassegnazione al degrado, lo avremo voluto solo noi.

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