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Lunghe file di auto fuori dall'ospedale Cotugno di Napoli

Tempo di lettura 6 Minuti

Sta emergendo una incapacità strutturale di fare fronte alla situazione. Si fa un deficit sempre più grande e non arrivano né i medici né le terapie intensive che mancano, né i risarcimenti dovuti a persone e imprese in tempo reale. La gestione commissariale ministeriale in Calabria è un monumento alla crisi strutturale dello Stato ma né ministro né commissario si degnano di chiedere almeno scusa. Bisogna trovare il coraggio di scegliere figure competenti prima di tutto e di provata indipendenza, e ancora meglio se sono calabresi. Scelti tra coloro che hanno fatto bene in casa o tra i tanti cervelli che si sono coperti di gloria in giro per il mondo nell’amministrazione sanitaria e nella scienza

USCIRE dal Paese Arlecchino con un nuovo patto tra maggioranza e opposizione per rifare lo Stato. Risarcire con generosità chi rischia di fallire per colpe non sue invece di dare poco a tutti indistintamente. Provare a contenere l’inevitabile deriva della protesta sociale in un quadro generale sempre più sfilacciato e diseguale. Potremmo prendere esempio dall’Alto Adige che ha dichiarato la zona rossa prima di tutti in assoluta solitudine e in piena consapevolezza.

Sapete perché è stato possibile senza il solito scaricabarile italico? Perché lì, in quella terra di confine, c’è ancora un partito così radicato, la Sûdtiroler Volkspartei (SVP), che ha battuto naso per naso i suoi elettori altoatesini e è riuscito a fare eleggere in Parlamento Maria Elena Boschi catapultata dall’alto convincendo tutti che quella elezione coincideva con l’interesse del partito e della sua comunità di elettori. Oggi lo stesso partito, praticamente l’unico sopravvissuto della Prima Repubblica, ha persuaso tutti a condividere una decisione impopolare che distrugge la stagione turistica perché il pericolo è altissimo e bisogna essere uniti. Sono tornati a ripetere: o siamo uniti o ci fanno fuori. La cosa bella è che a nessuno passa per la testa di fare un’altra cosa e di andare ognuno per la sua strada.

Nell’Italia di oggi senza il filtro dei partiti di una volta e sotto il fuoco di fila incrociato di venti Capi di Stato ombra, che sono i Capi delle Regioni per i quali i miopi egoismi prevalgono sulle ragioni della coesione, ci si ritrova a fare i conti con il funzionario della Regione Puglia che arriva in Parlamento con il ciondolo magnetico e lo sventola perché abbatterà il Covid con i catodi. Ci si ritrova senza parole davanti allo spettacolo inverecondo di un popolo calabrese “stracornuto e stramazziato” perché ha la peggiore sanità e paga più tasse degli altri. Perché la gestione commissariale ministeriale è un monumento alla crisi strutturale dello Stato ma né ministro né commissario si degnano di chiedere almeno scusa e la Regione Calabria messa nell’angolo aggiunge caos a caos. Trovare il coraggio di scegliere figure competenti prima di tutto, e magari anche calabresi, ovviamente no, per carità? Scegliere tra persone di provata indipendenza che hanno lasciato la Calabria e hanno fatto bene in casa o uno dei tanti cervelli che si sono coperti di gloria in giro per il mondo nella amministrazione della sanità e nella scienza e che difficilmente potrebbero tirarsi indietro, ovviamente nemmeno ci pensiamo?

Dovessimo una volta, magari per errore, fare la scelta giusta? La realtà è che ci ritroviamo davanti a sceneggiate e furbizie di ogni tipo di un Paese Arlecchino senza rossori mentre la crisi sanitaria e la insolita recessione falcidiano vite umane e posti di lavoro. Siamo al punto finale perché è evidente a tutti che si è smarrito il senso dello Stato. Siamo uniti nel non dare risposte ognuno a modo suo. Sta emergendo una incapacità strutturale del governo di fare fronte alla situazione perché viviamo nella stagione eterna dei Dpcm che ci raccontano le azioni da fare non quelle fatte.

Ci raccontano di uno Stato che non ha più un punto nevralgico dove si decidono i progetti cruciali e dove la loro esecuzione è affidata a strutture che tengono sotto controllo qualità e tempi dell’esecuzione. Che hanno team dedicati che garantiscono il risultato. Noi siamo in grado di fabbricare parole e disegnare scenari ma non di avere una capacità di intervento pubblico strutturale non congiunturale per cui facciamo crescere il debito e non facciamo le opere. Facciamo deficit sempre più grandi e non arrivano né i medici né le terapie intensive che mancano né i risarcimenti dovuti in tempo reale. O perlomeno arrivano in misura insufficiente. Siamo un’anomalia in Europa che è il prodotto naturale di una ventennale cattiva disposizione dei politici nei confronti di chi lavora nelle amministrazioni pubbliche nei ministeri e nei governi delle Regioni.

Questa risposta dello Stato è insufficiente e è lo spartiacque che delimita il confine tra chi ce la farà e chi soccomberà perché nei tempi del nuovo ‘29 la forza dello Stato è tutto e noi siamo deboli e divisi per cui la risposta risulta insufficiente. Non ci siamo nemmeno resi conto che non è più l’Italia che eroga le risorse, ma l’Europa. Mentre ci riorganizziamo e neppure abbiamo capito con chi dobbiamo interloquire in modo costruttivo, ci prepariamo a un nuovo forte rallentamento dell’economia segnato da un revival delle misure di contenimento che hanno un effetto depressivo in sé in quanto obbligano la gente a essere cauta nella mobilità e spingono le famiglie a aumentare i risparmi, non a consumare. Questo vale anche per i redditi più alti e il risultato finale è che avremo un quarto trimestre così brutto da annullare alla grande il recupero del terzo trimestre frutto di un eccesso di euforia estiva e di cui si è vantato fino all’inverosimile il ministro dell’Economia, Gualtieri.

Abbiamo un disperato bisogno di dotarci di un sistema pubblico con un’elevata capacità di reazione di lungo termine e facciamo invece quotidianamente i conti con un tiro alla fune tra governo e realtà amministrative che ci espone al ridicolo nel mondo e che non può non fare aumentare il numero delle vittime in economia destinato ad aggiungersi alle perdite umane. Parliamoci chiaro. È vero che non c’è un processo di accelerazione europeo sui finanziamenti, ma se avessimo fatto subito un progetto esecutivo per la sanità o un progetto esecutivo sulla banda larga ultra-veloce per connettere con la didattica a distanza tutti, non solo i privilegiati, i soldi sarebbero usciti e, forse, saremmo stati più capaci di assorbire i colpi del secondo shock. Il punto è veramente cruciale: tutti chiedono di usare il Mes o di usare fondi europei, ma il dibattito su quali progetti finanziare non è attuale. Prima si è discusso di passare da seicento a cento progetti, magari se ne avessimo scelto subito tre o quattro e li avessimo associati in modo tabellare ai finanziamenti, oggi saremmo già partiti perché qualcuno che anticipa le risorse necessarie si trova sempre.

Come si fa a fronteggiare ad horas le emergenze sanitarie? Sappiamo dove e come mettere i soldi? Abbiamo capito chi ha il potere di decidere e di spendere davvero ciò che la nuova storia europea ci assegna per superare la situazione di massimo pericolo? Come facciamo a connettere il Paese intero con la banda larga ultra veloce? Come si fa? Con chi e in che tempi? Con quale soggetto attuatore sul territorio e con quali modalità? Che cosa si sta studiando per fare riaprire le scuole oltre che chiuderle? Perché non si fa niente contro la dispersione scolastica? Che cosa si può fare per dare più specificamente una risposta e subito nel Mezzogiorno dove come era prevedibile il doppio problema è infinitamente più elevato? Con quali soggetti, in che tempi e come, si pensa di potere fare tutto ciò? Dibattito, infine, davvero incomprensibile se usare o meno i soldi del Mes o di Sure o così via, del tipo se ci sono o meno condizionalità. È ovvio che se ti prendi i soldi in prestito per migliorare la sanità o la sicurezza delle autostrade e se non ti chiedono di ridurre le pensioni, potranno almeno chiederti solo di migliorare la medicina sul territorio, la funzionalità degli ospedali e la sicurezza sulla rete autostradale. Se no, abbiate pazienza, perché te li darebbero questi soldi ipotetici se non sono a fronte di investimenti eseguiti?

Facciamo perfino fatica a capire che non ci possono essere più prestiti a fronte della solita incapacità italiana di spendere. “Dateci questi soldi e poi ci pensiamo” non vale mai in assoluto. A maggior ragione non può valere oggi. Se maggioranza e opposizione vogliono dialogare davvero comincino da qui. Se si occupano subito dello Stato che riunifica le due Italie e della sua macchina di investimenti non la stanno prendendo alla larga. Si stanno occupando del cuore del problema italiano.

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