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LA STORIA passa da Strasburgo: può apparire retorico, ma il voto in Europa del prossimo 6-9 giugno racchiude una molteplicità di significati, sia legati alle dinamiche politico-istituzionali del processo di integrazione, sia direttamente connessi al delicatissimo quadro generale di politica internazionale. Ecco perché il voto dovrà essere osservato da una pluralità di punti di vista e sarà fuorviante fornirne interpretazioni troppo deterministiche. Nel tentativo di mettere un minimo di ordine, si suggeriscono almeno tre punti di osservazione.

Prima di tutto, e in maniera quasi scontata, occorrerà valutare il livello di partecipazione al voto in Europa. Le prime quattro tornate di elezione diretta del Parlamento di Strasburgo hanno visto una partecipazione in costante calo, ma sempre superiore al 50% degli aventi diritto (tra il 1979 e il 1994). A queste sono seguite quattro elezioni sempre più dominate da un preoccupante astensionismo, giunto al suo culmine negativo nel 2014, con circa il 58% di astensioni. Cinque anni fa l’apparente risalita, con un +8%. Questo voto 2024 sarà prima di tutto fondamentale per confermare e, se possibile incrementare, questo ritorno di partecipazione elettorale.

Il secondo punto di osservazione da non trascurare riguarda la composizione dei nuovi gruppi parlamentari a seguito del voto e la conseguente nascita della nuova Commissione, con relativa distribuzione di tutti gli incarichi istituzionali. In maniera un po’ affrettata molti osservatori parlano, guardando ai recenti sondaggi, di una riproposizione della maggioranza popolari, socialisti e liberali che ha sostenuto Ursula von der Leyen (giova ricordare che la scelta della guida della Commissione spetta ai capi di Stato e di governo e che deve poi essere confermata dal voto dell’emiciclo di Strasburgo). Al netto dei numerosi problemi politici dell’attuale presidente uscente, pochi forse ricordano che la sua maggioranza nel 2019 fu molto risicata. Una maggioranza assoluta di soli nove voti (383 voti a favore), con 327 astensioni e 22 astensioni. E che inoltre soltanto i popolari e i liberali la sostennero compattamente. Al contrario i socialisti si spaccarono a seconda dell’appartenenza nazionale (socialisti francesi e tedeschi, ad esempio, votarono contro). Risultarono determinanti i 14 voti degli eletti italiani del Movimento Cinque Stelle (parte del gruppo dei non iscritti) e i 26 dei polacchi del partito Diritto e Giustizia (all’epoca partito di governo e oggi all’opposizione), ma soprattutto gruppo di punta dei Conservatori e Riformisti Europei (oggi guidati da Giorgia Meloni). Quindi chi oggi dà per scontato un appoggio di popolari, socialisti e liberali con l’eventuale “aggiunta” della destra europea a trazione italiana (Fratelli d’Italia) da un lato nasconde i molti malumori che già attraversavano, e ancora oggi attraversano, il fronte von der Leyen. Dall’altro sembra dimenticare che un appoggio, seppur parziale ma comunque decisivo da parte di ECR, si è già concretizzato nella legislatura 2019-2024 ed era strettamente legato al fatto che all’epoca il PiS era partito di governo.

A queste considerazioni si deve poi aggiungere che al voto in Europa, se il livello dei popolari nel complesso dei 27 Paesi membri è dato per costante, non altrettanto si può dire per i liberali (in calo quasi sicuro a partire dai pessimi sondaggi per il partito di Macron in Francia e per i liberali tedeschi), né è tanto meno chiaro come andrà la situazione per i socialisti (quelli francesi sono dati in ripresa, ma quelli spagnoli e soprattutto quelli tedeschi appaiono in caduta). Bisognerà infine ricordare che difficilmente il gruppo degli ecologisti bisserà il successo del 2019 (le proteste degli agricoltori e le politiche sui temi della sostenibilità ambientale hanno finito per alienare il sostegno delle classi medie). E infine importante sarà capire se, sull’onda della probabile debacle della Lega in Italia e del contestuale successo di Fratelli d’Italia sempre nel nostro Paese, possa cambiare qualcosa nei rapporti di forza tra destra sovranista e nazionalista (ECR) ed estrema destra antieuropea di Identità e Democrazia (ID).

Proprio queste considerazioni “nazionali” ci portano al terzo ed ultimo fondamentale elemento da tenere in considerazione per il voto in Europa. I dati nazionali non solo determineranno il numero di eletti che andranno a comporre i gruppi parlamentari di Strasburgo. In prima battuta attribuiranno forza e legittimazione o specularmente debolezza e scarsa agibilità politica, ai singoli capi di Stato e governo quando si accomoderanno al Consiglio europeo di fine giugno, dal quale uscirà il prossimo o la prossima presidente della Commissione. Ecco alcuni esempi tra i molti possibili. Un successo di FdI in larga parte a scapito della Lega di Salvini porterebbe Giorgia Meloni a giocare un sicuro ruolo da protagonista in quanto “rilegittimata” dal voto europeo. Un trionfo del Rassemblement National in Francia (i sondaggi parlano del 31,5%) e un contestuale tonfo della lista presidenziale Besoin d’Europe, farebbero entrare in quel consesso Macron, e la sua ampia e strutturata progettualità per l’Europa del futuro, molto indeboliti. E ancora un insuccesso dei socialisti spagnoli e dei socialdemocratici tedeschi (con aggiunta di un calo dei Verdi), metterebbero Pedro Sanchez e soprattutto Olaf Scholz in una posizione di grave difficoltà. Allo stesso modo una possibile battuta d’arresto della lista di Fidesz, anche qui se i sondaggi si riveleranno veritieri, depotenzierebbe almeno in parte Orban, a quel punto meno legittimato a svolgere il ruolo di “guastatore” della riunione decisiva di fine giugno.

Dunque tutto ciò porterà alla scelta del presidente della Commissione (e in subordine e strettamente connesso a questa, del presidente del Consiglio e dell’Alto rappresentante), ma in più fornirà indicazioni su come saranno affrontati i tre cruciali dossier drammaticamente sul tavolo dal 24 febbraio 2022: l’evolversi del coinvolgimento europeo nella guerra russo-ucraina (con sullo sfondo il processo di adesione ucraino all’Ue), la relazione euro-atlantica (compreso il contributo dei Paesi Ue alla Nato) e il tentativo di costruire una coerente e univoca politica sino-europea. Mosca, Washington e Pechino sono le tre direttrici. Autonomia strategica, protezionismo europeo, rapporti con il Global South, mercato comune dei capitali (per una industria europea prima di tutto nel settore della difesa), condivisione del debito e trasformazione dell’“episodio” Next Generation Eu in qualcosa che assomigli finalmente agli eurobonds, sono i dossiers cruciali.

Può sembrare troppo? Forse lo è. Ma queste sono le partite sulle quali l’Europa e la sua unione si giocheranno il futuro. Bene sarebbe prenderne atto, ascoltando chi di recente in maniera forse retorica, ma alquanto efficace, citando un passo del poeta e filosofo Paul Valéry al termine del Primo conflitto mondiale, ha ricordato: “la nostra Europa è mortale, essa può morire, e tutto ciò è in gioco in questo momento”. La storia si fa hic et nunc.


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