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L’azione di ricognizione è all’analisi di dettaglio con la Commissione europea e vicina alla chiusura degli stress test su Ministeri e Comuni. Finalmente si possono usare insieme le leve finanziare per centrare gli obiettivi specificandole nelle destinazioni di indirizzo. È necessario non ricominciare daccapo, che sarebbe la fine e creerebbe una crisi reputazionale a Bruxelles, ma costruire una armonia tecnica fatta di capi sui singoli progetti e di un super coordinatore alla Figliuolo. Affiancata da un’azione normativa rapida sull’abuso d’ufficio e da un’azione incisiva in termini di innovazione dei meccanismi straordinari di governance che devono andare molto oltre la moral suasion. Qui la strada è tracciata, bisogna solo percorrerla con coerenza pragmatica. Si lascia quello che va. Si cambia quello che non va. Come avviene in tutte le grandi democrazie europee

Sono arrivati all’analisi di dettaglio con la Commissione europea e procedono in modo spedito anche le verifiche stringenti con tutti i soggetti interessati alla attuazione dei singoli progetti del Piano nazionale di ripresa e di Resilienza. La panna montata dove si scambiano gli impegni, a volte addirittura malfermi, con la spesa effettiva e l’apertura dei cantieri è destinata a sgonfiarsi molto presto. Per dare spazio a misure finalizzate e accelerare sulla governance attuativa innovando tutto quello che si deve innovare.

L’azione silenziosa del ministro Fitto, che a differenza di altri non è entrato di proposito nel ciclone delle interviste televisive di turno, si sta rivelando preziosa in casa e in Europa. Perché è diretta a garantire un’azione di ricognizione puntuale e a rimodulare un messaggio corretto che eviti la polemica. Al contrario, l’obiettivo è proprio quello di mettere a terra il quadro reale, fare convergere spesa effettiva e obiettivi strategici, ipotizzare tutto ciò che è necessario di nuovo, delimitare i passaggi più controversi e prendersi ognuno tutte le responsabilità che vanno prese.

La scelta strategica di riunire tutte le deleghe, affari europei, Piano nazionale di ripresa e di resilienza che significa anche Fondo Complementare, i due programmi di coesione e sviluppo, sotto un solo ministero che restituisce centralità nella politica economica di sviluppo italiana al Mezzogiorno e averlo fatto affidandolo a Raffaele Fitto che conosce tecnicamente a menadito la materia è stata di sicuro la scelta strategica più rilevante compiuta dal governo Meloni. Essendone stato relatore in sede europea a ripetizione Fitto conosce come pochi tutti i limiti enormi e anche le potenzialità altrettanto enormi dei programmi di coesione e sviluppo. Che sono il cuore della “aggiuntività” della politica europea sacrificata in casa sull’altare di incapacità diffuse a livello ministeriale e regionale oltre che di manovre che assomigliano al gioco delle tre carte di cacicchi vari per finanziare fuori busta i cosiddetti progetti sponda che null’altro sono che favori ad amici.

Tutti questi giochetti sono destinati a finire perché proprio la scelta politica strategica di riunire le deleghe e centralizzare la guida operativa del processo deve fare incontrare obiettivi programmatici e opere realizzate aprendo finalmente i cantieri e sottraendo al giogo delle clientele la sistematica distruzione dell’unico capitale di crescita di cui disponiamo che sono gli investimenti pubblici finanziati dall’Europa. Chi scrive, da queste colonne e in tutte le sedi, ha sempre sostenuto che il Piano Italia finanziato con i fondi europei andava considerato come un tavolo unico con quattro gambe che sono Pnrr, Fondo complementare, coesione e sviluppo, fondi strutturali.

Perché solo una programmazione coordinata può permettere di usare le leve finanziare per centrare gli obiettivi di Piano unendole e specificandole nelle destinazioni di indirizzo. Siamo contenti che sia stato scelto un assetto coerente con questa impostazione e siamo altrettanto certi che quando entro una decina di giorni tutte le carte verranno posate per terra e tutti gli stress test in atto a livello ministeriale e territoriale saranno conclusi, la musica dovrà cambiare. Lo crediamo perché abbiamo fiducia nella competenza e nel pragmatismo di Fitto che è un politico che ha in questa materia le stesse conoscenze tecniche che aveva il generale Figliuolo nella logistica per cui fu chiamato a gestire la fase più difficile della pandemia e ha in più un forte mandato politico che assicura copertura alla competenza tecnica.

Detto questo riteniamo che debba assolutamente mettere su una squadra di tecnici all’altezza, potremmo chiamarli capi tecnici ognuno su un pezzo del programma che ha una molteplicità di soggetti attuatori quali sono i ministeri, i Comuni e per fortuna in piccolissima parte le Regioni, e debba altresì individuare un super coordinatore tecnico a livello centrale che svolga proprio il ruolo adempiuto così bene da Figliuolo sotto il suo diretto controllo che ha lo scopo precipuo di fare in modo che per la prima volta tutte le tessere siano progressivamente sistemate al posto giusto e il mosaico finale sia uguale a quello ideato, progettato e attuato. Serve subito un grande braccio tecnico per realizzare un piano così complesso e una guida operativa che ne garantisca passo dopo passo l’attuazione sistemica. L’agenzia di coesione preposta a queste funzioni va praticamente ribaltata nelle logiche e negli uomini se si vuole centrare davvero l’obiettivo.

Tutti i messaggi vanno semplificati perché la giungla attuale è fatta apposta perché nessuno riesca a capire niente e permette di farci sguazzare dentro mandarini e feudatari che pensano alle loro rendite private non all’interesse generale del Paese. Tutti i singoli strumenti opportunamente riuniti in un’unica delega devono diventare comprensibili. È necessario non ricominciare daccapo, che sarebbe la fine di tutto e creerebbe una crisi reputazionale a Bruxelles, ma costruire una conseguente armonia tecnica. Affiancata parallelamente da un’azione normativa rapidissima sull’abuso d’ufficio e da un’azione altrettanto incisiva in termini di innovazione dei meccanismi straordinari di governance che devono andare molto oltre la moral suasion. Qui la strada è tracciata con chiarezza, bisogna solo percorrerla con coerenza pragmatica. Si lascia quello che va. Si cambia quello che non va. Come avviene in tutte le grandi democrazie europee.


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