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Roberto Calderoli, ministro per gli Affari regionali e l'Autonomia

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Serve una chiarificazione immediata con il ministro Calderoli. Il primo vincolo è la sovranità parlamentare che impone passaggi ineludibili per una riforma che cambia l’assetto istituzionale o almeno legittima un federalismo fiscale all’italiana non previsto nel patto costituente. Il secondo vincolo sono le risorse. Perché ballano decine di miliardi l’anno tra un territorio e l’altro e non si può fare finta di niente. Il terzo è come si finanzia il costo dell’autonomia differenziata: vanno tolte un sacco di risorse pubbliche al Nord per portare il Sud al livello di chi riceve ingiustificatamente molto di più. Il quarto vincolo riguarda le forze produttive del Nord terrorizzate dalla paralisi che ne deriverebbe per le decisioni sui grandi temi strategici a partire dall’energia. Si farebbe il contrario di quel modello Fitto che esprime la scelta politica più azzeccata del governo Meloni per rimettere in moto gli investimenti.

RIFORMA dei balneari con coda di polemiche su gare e scadenze. Sconto accise tagliato per mettere qualche bandierina politica e l’importanza di non mettere benzina comunicativa nell’inflazione con qualche caccia alle streghe di troppo proprio mentre comincia la discesa dei prezzi in Europa (di più) e in Italia (di meno). Un’estenuante diatriba mediatica su pezzi della riforma della giustizia che ignora un grande risultato dell’azione investigativa dello Stato e prova a fare coprire dal solito rumore paralizzante il cammino obbligatorio di attuazione di un processo riformatore compiuto. Che riguarda il diritto e le procedure penali, civili, contabili, amministrative. Perché in tutti questi casi c’è un problema di tempi, di efficienza e di regole. Perché sono in gioco l’economia, la nostra capacità di attrazione di capitali internazionali, la dignità delle persone che è il bene supremo da tutelare.

La mia convinzione è che tutti questi temi che agitano il dibattito della politica interna italiana saranno superati dal governo Meloni come è già avvenuto con i test infinitamente più delicati della fiducia dei mercati e delle istituzioni europee. Il passo che seguirà sarà, a mio avviso, quello seguito con la riforma dei servizi pubblici locali. Si fa la vera liberalizzazione, ma non si dice per non guastare il rapporto con un elettorato che ha votato pensando di avere altro. Succederà così anche sui balneari come, se necessario in futuro, sulle accise della benzina perché si è scelta per nostra fortuna la strada della responsabilità.

Discorso diverso riguarda la giustizia dove gli elettori del centro-destra chiedono di cambiare in profondità e qui tra aspettative e azione di governo non ci sono divaricazioni. Faranno le riforme, insomma, ma le faranno all’italiana. Non nel senso come potreste pensare all’acqua di rosa, ma nel senso che intorteranno i loro elettori facendo finta che li hanno difesi mentre invece il processo riformista andrà avanti come è giusto. Anche questo modo di fare comunicazione politica dettato dall’esigenza di conciliare realtà e sogni ha un costo perché non permette di sfruttare appieno il credito di serietà che trasmette fiducia ai ceti produttivi e agli investitori internazionali, ma nel mondo e in casa si comincia a capire e si fa strada che questo conservatorismo non scassa, anzi aggiusta, anche se ci si vergogna un po’ a dirlo. Anche se gli oppositori attaccheranno facendo finta di non capire che i governanti stanno cambiando sul serio e sfrutteranno le loro titubanze nella rivendicazione delle cose fatte per quello che sono davvero, non per quello che le si vuole fare apparire che siano.

C’è un solo punto dove il banco del governo Meloni può saltare perché non si tratta di insidie comunicative ma di sostanza. Perché qui proprio non si può fare i furbi. Questo punto delicatissimo riguarda l’autonomia differenziata ed è tale perché ci sono almeno quattro vincoli invalicabili senza una chiarificazione politica con l’alleato leghista. Il primo vincolo è quello della sovranità parlamentare che impone passaggi ineludibili per una riforma che cambia l’assetto situazionale del Paese o, per lo meno, si propone di legittimare per sempre un assetto istituzionale di federalismo fiscale all’italiana che non era previsto nel patto costituente. Questo è un problema di straordinaria serietà perché quando metti mano a un elemento sostanziale del patto costituente sai come comincia e non sai dove finisci.

Il secondo vincolo invalicabile sul quale tutti inspiegabilmente glissano è quello delle risorse. Perché il meccanismo perverso messo in piedi dal federalismo fiscale all’italiana in vigore dal 2009, grazie alla furbata di un’altra legge Calderoli, ha fatto precipitare il sistema italiano in un limbo istituzionale dove si è giocato con la spesa storica e con i diritti di cittadinanza di almeno venti milioni di italiani di gran parte del Mezzogiorno e di quasi tutte le aree interne del Nord. Si possono usare tutti gli escamotage possibili e immaginabili, ma la sostanza dura della realtà rimane questa. Ballano decine di miliardi l’anno tra un territorio e l’altro e non si può fare finta di niente. Dove si poteva intervenire lo si è fatto. Come è accaduto con i livelli essenziali di prestazione sociali che hanno riguardato il welfare per infanzia e anziani. Ora bisogna capire, e siamo allo stato al terzo vincolo invalicabile, come si finanzia il costo dell’autonomia differenziata e paradossalmente fare ciò significa prendere atto che per attuarla davvero bisogna togliere un sacco di risorse pubbliche al Nord per portare il Sud al livello di chi riceve ingiustificatamente molto di più abbattendo l’indebito sopruso.

Il quarto vincolo di cui bisogna tenere conto è che le forze produttive di mercato del Nord, quelle che stanno facendo faville nelle esportazioni in questa fase di grande crisi economica di origine bellica e pandemica, sono terrorizzate da un ulteriore frazionamento delle procedure decisionali a livello territoriale sui grandi temi strategici. Come sono quelli delle infrastrutture energetiche e delle fonti rinnovabili così come accadrebbe un po’ su tutto perché si subirebbero gli effetti di una paralisi ancora più pervasiva. Un anticipo di che cosa vuole dire questo tipo di autonomia differenziata, lo abbiamo già visto con la difficile gestione della parte di spesa effettiva del Piano nazionale di ripresa e di resilienza (Pnrr). Appena si è dovuto ricorrere ai Comuni e, soprattutto, alle Regioni si è tornati nell’area grigia dei progetti sponda del peggiore clientelismo e della conclamata inefficienza italiana. Si sono messi insieme i progetti degli amici degli amici senza neppure saperli gestire.

Procedere nella direzione dell’autonomia differenziata e del frazionamento ulteriore delle decisioni e dei modelli operativi significherebbe tradire, tra l’altro, lo spirito della scelta politica più qualificata di questo governo che è stata quella di accorpare tutte le deleghe europee sotto una unica guida politica, il ministro Raffaele Fitto che sta dando una prova esemplare in casa e in Europa, e attuare una governance centrale che permette di individuare finalmente le priorità strategiche reali e recuperare capacità di spesa effettiva. Che è proprio il tallone di Achille da sempre di questo Paese e l’origine principale del suo divario competitivo storico con le grandi economie europee e del nostro carico abnorme di diseguaglianze. Con l’autonomia differenziata si scherza con il fuoco e bisogna gettare subito molta acqua perché le fiamme della demagogia non facciano terra bruciata su tutto.


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