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C’è voglia di non pensare ai problemi veri che diventa tratto costitutivo del Paese. Si traduce nello sport nazionale di inventare problemi o di inseguire distrazioni affidandosi a sondaggi e share. Tutti non fanno che propaganda in vista delle elezioni europee. Non si tratta solo di Sanremo che mescola genialità con spettacolo, costume e contemporaneità anche se era nato come festival della canzone italiana e faceva cultura. Qui siamo alla fabbrica dei voti e delle divagazioni che fa la politica. Un esercizio dialettico e di potere miope che nasconde la complessità geopolitica e economica del momento. È un problema, ma non è negativa se impone di agire per progredire. Porta un carico di difficoltà, ma anche di opportunità. Purché le si sappia cogliere

Questa gran voglia di non pensare ai problemi veri è ormai un tratto costitutivo del Paese o almeno così appare. Si traduce nello sport nazionale di inventare problemi o di inseguire distrazioni. Tutti non fanno altro che propaganda in vista delle elezioni europee. Lisciano il pelo a questo o a quello a seconda delle convenienze del giorno o dell’ora. Cercano di conquistare e difendere centralità e posizioni di potere all’interno dei rispettivi partiti mentre tutto ciò che conta rimane per aria, congelato in attesa di vedere chi vince.

Anche tutto ciò che la politica presenta, sbagliando terreno di gioco e priorità reali, come problema epocale tipo premierato pasticciato e autonomia fuffa disgregatrice è, in realtà, fermo. Esprime movimento di aria, rumore. Primo, perché, come abbiamo appena detto, sono questioni che non entrano nei problemi veri del Paese che sono quelli che incidono sul portafoglio e sulla vita delle persone, sulla tenuta reale delle imprese e dei consumi. Secondo, perché nessuno vuole dialogare e confrontarsi in generale su nulla di concreto, e a maggior ragione non lo vuole fare in campagna elettorale partendo dal presupposto che qualunque posizione va a prendere verrebbe considerata come una resa o una debolezza.

Non parliamo solo di dialogo tra un partito e l’altro della stessa coalizione di governo o dell’opposizione o tra di loro, ma addirittura di dialogo tra classe dirigente e politica, tra società e politica. Non c’è posto nemmeno per questo tipo di dialogo. Tutto finisce nel nulla. Addirittura, tutto finisce nel discutere prima su chi vincerà il festival, poi su chi lo ha vinto. Oppure su chi viene fischiato o se facciamo salire o meno i trattori sul palco. Il genio assoluto di Fiorello che sprigiona intelligenza e talento sempre e la direzione artistica multimediale innovativa di Amadeus fanno il pieno di share, ma non coprono il vuoto del dibattito culturale italiano di oggi che era ben altro in passato e di cui anche sul palcoscenico di Sanremo se ne aveva traccia viva nella lunga stagione della grande professionalità di Pippo Baudo e di un Paese che aveva almeno un’idea di sé.

Qui senza nemmeno accorgercene, unendo spettacolo, costume e contemporaneità, mischiando voci vecchie e nuove, occupando a tempo pieno lo schermo e la testa delle persone, rischiamo di scivolare lentamente addirittura verso la politica dello spettacolino. Che è anche costretta a rincorrere una protesta populista sempre più diffusa e contagiosa, benché prescinda totalmente dalla realtà. Questa protesta dei trattori, come in tanti altri campi, indebolisce a sua volta la rappresentanza dei corpi intermedi che sono il collante indispensabile di una società moderna in grado di gestire il cambiamento.

Tutto ciò che è contenuto della politica che si sporca le mani con le cose da fare non è degno di essere neppure discusso. Tutto è coperto dalle distrazioni e dal rumore che fanno, a seconda dei casi, più o meno audience televisivo, ma svolgono una funzione di metadone del pensiero comune costruttivo. Perché, diciamocela tutta, se la politica dovesse ragionare seriamente sulle distorsioni dei poteri di regolazione che bloccano la crescita condizionati da tabù e interessi di parte o sulla capacità effettiva di fare investimenti pubblici, tanto per fare due esempi che incidono realmente sullo sviluppo di un’economia e sulla qualità della vita delle persone, allora dovresti parlare di cose concrete che implicano impegni, tempi non immediati di realizzazione e, quindi, non possono tradursi in slogan che fabbricano voti. Sono l’esatto contrario di quello che serve alla fabbrica della propaganda, ma anche ciò che servirebbe perfettamente se si vuole davvero costruire una fabbrica che produce lavoro, che consegue risultati, che riduce le diseguaglianze, che promuove lo sviluppo e incide in Europa.

Diciamola tutto fino in fondo, qui non si tratta solo di Sanremo che appartiene alla storia dello spettacolo italiano anche se era nato come festival della canzone italiana e ne era un’eccellenza europea. Qui siamo davanti alla fabbrica dei voti e delle distrazioni che occupa a tempo pieno la politica per nascondere il vuoto italiano. Un esercizio dialettico e di potere, assolutamente miope, che tende a nascondere la complessità geopolitica e economica del momento a livello globale con forti ricadute europee e italiane. In realtà, la complessità del momento è di certo un problema, ma di per sé potrebbe non essere negativa perché chiede, anzi impone, di agire per progredire e, quindi, porta un carico di difficoltà, ma anche di opportunità purché le si sappia cogliere.

Una cosa è sicura: a stare fermi, a parlare d’altro magari litigando o fingendo di litigare, o a inseguire distrazioni, queste opportunità non si colgono. Si può solo, a seconda dei casi, arrestare, mitigare o aumentare le litigiosità quotidiane. Che messe insieme sono, appunto, la politica dello spettacolino con i suoi copioni, i suoi atti, le pause teatrali, bassi e alti. Nel campo cruciale della politica vera, quella che imposta un piano di lungo termine facendo i conti con il nuovo mondo e realizzando le cose che servono in Italia, è tutto fermo perché tutti aspettano il terremoto guardando alle elezioni. Senza rendersi conto che di questo passo il terremoto, quello vero, che non è il terremoto elettorale, alla fine arriva davvero. A quel punto, non si scherza più.


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