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La sede Rai di via Teulada

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Il paradigma italiano della politica malata, frutto avvelenato di un dibattito pubblico malato, impone al nostro Paese di cambiare totalmente registro e di farlo subito. La scelta dei vertici Rai per il nuovo governo di unità nazionale è un passaggio decisivo se si vuole cambiare davvero il Paese. Il primo centro-sinistra fanfaniano, che dopo i governi centristi degasperiani rappresenta una delle stagioni riformiste più rilevanti nella storia repubblicana di questo Paese, non avrebbe potuto fare quello che ha fatto senza la Rai di Bernabei. La Rai è un’azienda culturale che produce contenuti editoriali, il resto è supporto. Ogni volta che si è cercato di fare il contrario, sono stati disastri. Pensiamoci bene, per favore, prima di nascondere l’anima di un’azienda e del suo Paese sotto il tappeto polveroso dei conti che con i loro sacerdoti incompetenti non potrebbero fare altro che peggiorare

Abbiamo chiarito che la normalità perduta va ritrovata e che il metodo Draghi opera con successo in questa direzione. Il mosaico del nuovo Stato si arricchisce giorno dopo giorno di nuovi tasselli che si collocano dove vanno collocati.

Diciamo le cose come stanno. Si cercano le persone capaci di fare questo o quello perché lo hanno dimostrato sul campo. Nella logistica sanitaria come nella capacità di fare investimenti.

Nella dimestichezza con i mercati internazionali come nella conoscenza e nell’organizzazione della macchina pubblica. Si cercano i migliori, si punta a un’azione omogenea dei ministeri, si vuole recuperare capacità decisionale effettiva. Si comincia finalmente a capire che si deve fare l’esatto opposto di quello che si è fatto negli ultimi venti anni.

Non solo o non tanto perché in queste condizioni non saremmo capaci di spendere neppure un euro del Recovery Plan italiano e sulle nostre spalle cadrebbe inevitabilmente la responsabilità di avere fatto fallire il programma europeo Next Generation Eu. Non solo o non tanto perché in queste condizioni condanneremmo l’Italia al default sovrano e faremmo abortire sul nascere l’idea di un’Europa che consolida la linea di politica economica espansiva e solidale e va per la prima volta a raccogliere capitali sui mercati unitariamente.

Metteremmo, insomma, in discussione l’unico itinerario che consente di fare dei passi in avanti concreti sulla strada di una Repubblica federale sul modello americano e di una condivisione dei debiti e della politica fiscale. La verità è che prima di tutte queste ragioni noi dobbiamo cambiare perché ne va della nostra sopravvivenza. Perché il paradigma italiano della politica malata che è il frutto avvelenato di un dibattito pubblico malato impone al nostro Paese di cambiare totalmente registro e di farlo subito.

Non dobbiamo sottovalutare che, oltre ai ventennali ritardi strutturali, usciamo per soprammercato da una stagione recente di sperimentazione di tutti i populismi, separati, mezzi alleati o in combutta, e dove le grandi balle sovraniste si sono mescolate con intrecci dilettanteschi di potere mai sperimentati prima.

Vogliamo essere molto chiari. Anche quando il Paese era diviso dal furore del berlusconismo e dell’antiberlusconismo i governi del Cavaliere avevano in Gianni Letta un uomo attento alla qualità dei curriculum e alle conseguenti scelte di comando nelle aziende pubbliche strategiche.

Non sono mai venute meno un’idea di società ancorata saldamente nell’Occidente e una collocazione europeista, atlantista e di attenzione al Mediterraneo e all’Africa che ha sempre coinciso con la storia internazionale di questo Paese e i suoi interessi strategici.

Le favole sovraniste-populiste dell’uno vale uno, di una narrazione economica sganciata totalmente dalla realtà e nutrita di una incompetenza tanto solida quanto perfida, trovano alimento in un talk italiano dove si è smarrito ogni riferimento con il confronto comparativo-competitivo, dove se dici un numero non ti invitano più, dove la documentazione dei fatti, la lezione della storia, i valori individuali e sociali delle persone, il racconto non oleografico delle diseguaglianze, la grande creazione cinematografica, teatrale, sono tutti temi non pervenuti.

Per queste evidentissime ragioni non ci stancheremo mai di ripetere che la scelta dei vertici della Rai per il nuovo governo di unità nazionale è un passaggio decisivo se si vuole cambiare davvero il Paese per l’oggi e per il domani.

Non ci stancheremo mai di ripetere che il primo centro-sinistra fanfaniano, che dopo i governi centristi degasperiani rappresenta una delle stagioni riformiste più rilevanti nella storia repubblicana di questo Paese, non avrebbe potuto fare quello che ha fatto senza la Rai di Bernabei. Così come in tempi più recenti è stata la Rai di un grande direttore qual è stato Biagio Agnes per una lunga stagione della Prima Repubblica.

C’erano nella Rai di Bernabei e di Agnes, in forme e modalità differenti, i contenuti editoriali di chi conosce la tv, conosce il mezzo, soprattutto di chi produce valore perché ha ben presente qual è l’elemento strategico chiave.

La Rai è un’azienda culturale che produce contenuti editoriali, il resto è supporto. Ogni volta che si è cercato di fare il contrario, sono stati disastri. Perché si sono persi i prodotti e si è smarrita l’identità. Dentro la Rai c’è chi si è fatto il suo nido di potere e ha ceduto all’esterno commesse e valori. Va messo nei ranghi.

Dentro la Rai, però, c’è una squadra prevalente di grandissimi professionisti dell’informazione e di figure manageriali editoriali di valore, penso alla Ammirati e a Del Brocco solo per fare due nomi, che sono una garanzia. Affiancarle a figure che hanno fatto la storia della Rai come Giovanni Minoli significa scegliere di ripercorrere la strada dell’orgoglio Rai dei Bernabei e degli Agnes.

Farsi tentare da figure come la Ripa e altre simili che si sono occupate di televisione solo di striscio per l’incarico di capo azienda, significa mancare di rispetto al patrimonio culturale e professionale della Rai.

Significa, ancora di più, rinunciare in partenza al più formidabile strumento di informazione e di produzione culturale per restituire al Paese un dibattito di pubblica opinione normale. Che vuol dire massima libertà e massimo pluralismo, grande inchiesta giornalistica, intrattenimento, fiction e teatro di qualità, ma tutto sempre all’interno del quadrante della realtà, delle sue amare distorsioni e dei suoi punti di forza sbrigativamente ignorati.

Perché di demagogie e di racconti dell’irrealtà ce ne sono già troppi in giro per sperare in un cambio di passo del Paese che ritrovi lo spirito del Dopoguerra e la voglia di fare le cose. Che non si faccia più incantare da eroi di cartapesta.

Che faccia sua la normalità di valorizzare il talento femminile, il capitale umano giovanile e la risorsa dimenticata del Mezzogiorno. Pensiamoci bene, per favore, prima di nascondere l’anima di un’azienda e del suo Paese sotto il tappeto polveroso dei conti che con i loro sacerdoti incompetenti non potrebbero fare altro che peggiorare. Così è se vi pare, disse Pirandello. In questo caso così è anche se non vi pare.


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