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La protesta per l’arresto di Aung San Suu Kyi davanti all’ambasciata della Birmania a Bangkok, in Thailandia

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Con un golpe militare è caduta la “santa laica” della Birmania Aung San Suu Kyi, nota universalmente come “The Lady” (la signora), premio Nobel per la pace per la lunga battaglia contro il regime militare e poi diventata complice di un genocidio contro la popolazione musulmana. Dagli Stati Uniti all’Europa adesso tutti fanno finta di essere indignati ma “The Lady”, messa sotto arresto dei militari, da tempo aveva perso la sua aura di democraticità.

LA CADUTA NELLA POLVERE

Una progressiva caduta nella polvere che in Occidente è stata largamente ignorata e assai poco condannata, oscurata dalla vittoria elettorale del novembre scorso in cui il suo partito aveva ottenuto una vittoria larghissima. Aung San Suu Kyi ha esortato il popolo birmano a «non accettare il colpo di Stato» mentre i militari hanno proclamato lo stato di emergenza per un anno e affidato la presidenza ad interim generale Myint Swe, uno dei due vicepresidenti.

Nel 2011 la percezione generale sul Myanmar – dove le maggiori compagnie internazionali tra cui l’Eni hanno interessi nel gas – faceva sperare in una transizione verso la democrazia dopo decenni di governo militare. Nel 2015 il paese ha tenuto le sue prime elezioni democratiche dalla metà del Ventesimo secolo e questa notizia era stata accolta con ottimismo da tutto il mondo.

La vincitrice del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi era diventata capa di stato de facto e molti pensavano che questo avrebbe annunciato un’era di riforme liberali. Gli ultimi cinque anni, tuttavia, hanno raccontato una storia molto diversa. La costituzione del paese, redatta dal regime militare, assegna all’esercito un quarto dei seggi parlamentari, conferendogli quindi il potere di bloccare le riforme costituzionali. La forte influenza dell’esercito sulla politica del Myanmar si è poi ulteriormente evidenziata dalla persecuzione dei Rohingya, un gruppo etnico musulmano che vive nello stato di Rakhine a cui è stata continuamente negata la cittadinanza.

LA PERSECUZIONE DEI ROHINGYA

Considerati una delle minoranze più perseguitate al mondo, soltanto nel 2017 oltre 700mila rohingya sono stati costretti a lasciare le proprie case, la maggior parte di loro fuggiti nel vicino Bangladesh dove ora vivono come rifugiati. Le Nazioni Unite hanno descritto la repressione dell’esercito che ha causato questo esodo di massa come “scopo genocida” e le notizie di stupri di massa, torture ed esecuzioni sommarie contro i rohingya hanno portato la Corte internazionale di giustizia a intraprendere delle indagini per stabilire se le azioni del Myanmar costituiscano una violazione della Convenzione sul genocidio.

Aung San Suu Kyi si era rifiutata di riconoscere i crimini perpetrati contro i rohingya negando ripetutamente gli abusi e arrivando persino a evitare di chiamare per nome la minoranza etnica. Ai membri della comunità rohingya che rimangono in Myanmar è stato negato il diritto di voto nelle recenti elezioni perché non sono considerati cittadini del paese. Alla maggior parte dei politici che rappresentano questo gruppo è invece stata impedita la partecipazione alle elezioni e negato il diritto di voto.

Se da un lato il silenzio di Suu Kyi sulla questione poteva essere visto come una strategia per non inimicarsi i militari e mettere a repentaglio i processi democratici del Myanmar negli ultimi dieci anni, molti critici sottolineavano che era imperdonabile ignorare gli abusi e le sofferenze inflitte a questa e ad altre minoranze etniche nel paese. In realtà la leader di fatto del Paese è arrivata a negare l’evidenza del genocidio pur di mantenere il favore della maggioranza etnica buddista Bamar che costituisce la parte sostanziale dell’elettorato.

Nel settembre 2017 Aung San Suu Kyi era anche  stata oggetto di critiche da parte di un’altra premio Nobel per la pace, la pakistana Malala Yousafzai, che a proposito delle violenze perpetrate dall’esercito birmano contro la minoranza musulmana Rohingya aveva chiesto che la Lady condannasse le violenze contro i rohingya. Condanna che non è mai arrivata.

LA DENUNCIA DI HUMAN RIGHTS WATCH

La ong Human rights watch aveva descritto le recenti elezioni come “fondamentalmente sbagliate”, denunciando la privazione dei diritti civili dei rohingya, l’accesso ineguale dei diversi partiti ai mezzi di comunicazione statali e l’arresto e la persecuzione dei critici del governo in vista delle elezioni. Il giorno delle elezioni, l’8 novembre scorso, i seggi in tutto lo stato di Rakhine dove vive la popolazione musulmana era stati chiusi, privando oltre un milione di persone della possibilità di votare e aprendo la strada a una vittoria al partito dalla Lady in uno stato in cui era profondamente impopolare. E ora la Signora è caduta per mano degli stessi militari che l’avevano tenuta in sella con la strage della popolazione musulmana che si era rifiutata di condannare. Una triste parabola del potere.

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