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Depurato dalla retorica, il discorso di Putin per la festa della vittoria nella seconda guerra mondiale è stato più cauto che belligerante. Putin non ha fatto alcun riferimento al nucleare, non ha dato il via ad alcuna escalation, non ha trasformato l'”operazione militare speciale” in guerra e in mobilitazione generale. E tanto meno c’è stato un annuncio di vittoria in Ucraina.

Ma ancora più importante è stata la giustificazione dell’invasione dell’Ucraina: “C’era un piano contro di noi, contro la Crimea e noi abbiamo agito per prevenirlo”. Insomma, dice Putin, siamo intervenuti per difenderci. Sappiamo che non è così ma tanto basta a dare, nell’ottica putiniana, una versione difensiva della vicenda.

I toni contenuti del capo del Cremlino sono stati colti subito dalla stampa estera. “Non ci sono segnali di escalation da Mosca”, era ieri il titolo dell’edizione elettronica del “New York Times”. Ora dobbiamo essere, ovviamente, prudenti. Putin è un leader astuto, nonostante l’attacco all’Ucraina abbia mostrato crepe vistose nell’organizzazione delle forze armate russe. Potrebbe avere deciso di coprire le sue carte per preparare nuove offensive militari, che quasi sicuramente ci saranno perché la posizione delle sue forze sul campo è ancora assai precaria e non hanno consolidato le conquiste tra il Donbass ucraino e il Mar Nero. Però bisogna sapere anche cogliere alcuni segnali.

Perché, per una volta, sono più importanti le parole non dette di quelle effettivamente pronunciate? Sul palco allestito nella Piazza Rossa, davanti agli “hurrah” dell’esercito schierato, Vladimir Putin non ha fatto alcun riferimento al nucleare, non ha dato inizio ad alcuna escalation, non ha trasformato l’operazione militare speciale in guerra.

Niente di tutto questo. Anzi, per la prima volta ha riconosciuto il prezzo in termini di vite umane che la Russia sta pagando. “La morte di ognuno dei nostri soldati e dei nostri ufficiali è un dolore che grava su tutti noi” ha detto, aggiungendo che “lo Stato farà di tutto per aiutare le famiglie, e darà un supporto speciale ai bambini delle vittime e ai nostri compagni feriti”.

Il riconoscimento di pesanti perdite _ che per altro restano coperte da segreto di stato _ sono la prova che Putin sta tornando forse il cinico realista che abbiamo conosciuto in questi anni: quello che occupa la Crimea senza sparare un colpo, che sostiene Assad in Siria limitando al massimo le perdite, che interviene in Libia ma indirettamente con i mercenari della Wagner. Certo sono gli eventi a costringerlo al realismo: la resistenza Ucraina, il supporto militare della Nato e soprattutto quello dell’intelligence americana e britannica che con la tecnologia e la cyberwar stanno insediando nei cieli ucraini una sorta di “no fly zone” non dichiarata e comunque rende complicate le operazioni dell’aviazione russa.

La sorpresa della Piazza Rossa è stata ieri nei contenuti mancanti e nel tono cauto del discorso. Nonostante lo sfarzo dell’allestimento bellico, Putin non ha fatto ricorso all’enfasi trionfalistica, e neppure troppo alla retorica nazionalista. Non sono volati neppure gli aerei di guerra in formazione a Z, bloccati dalle avverse condizioni atmosferiche, come ha detto il portavoce del Cremlino Dimitry Peskov. Anche il suo presidente, tutto sommato, ha volato basso. Forse la vera novità è questa: quello di Putin è un stato discorso in tono minore, quasi sulla difensiva. Come se anche lui avesse voglia di farla finita. Ma questa è solo un’impressione, una speranza che la guerra finisca il prima possibile.

Del resto anche il leader francese Macron, che ieri parlava alle celebrazioni europee, ha colto qualche spiraglio dal discorso di Putin. “Non siamo in guerra con la Russia”, ha ribadito il presidente francese, aggiungendo “che spetta all’Ucraina definire i termini del negoziato con Mosca”, ovvero ha reso esplicito che la Francia e l’Unione europea non vogliono entrare nelle questioni territoriali e sul futuro della Crimea. È chiaro che per arrivare a una tregua e un giorno anche a un negoziato di pace serve anche abbassare i toni e trovare uno spazio diplomatico. Come avrebbe cantato Vasco Rossi, “non siamo mica gli americani”: per l’Europa più si va avanti con la guerra e peggio è per tutti. E questo quello che dovrà dire Draghi a Biden quando oggi arriverà a Washington.


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