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Il problema “inflazione” non riguarda solo l’energia, ma anche – e magari soprattutto – i prezzi degli alimentari. L’aumento del prezzo del grano e di altre derrate è un problema serio, in particolare per i Paesi poveri e per i poveri dei Paesi ricchi. Gli allarmi si sono diffusi negli ultimi giorni, ma il problema era lì da molto prima della guerra nel “granaio d’Europa”, l’Ucraina.

Il grafico mostra che, all’inizio della pandemia, i prezzi si erano mantenuti – per grano, riso e altri beni alimentari – abbastanza stabili. Dopotutto, con l’attività economica in caduta libera, i prezzi non potevano che stare a cuccia. I problemi sono cresciuti quando la pandemia ha iniziato ad aggrovigliare logistica e catene di offerta, e sono esplosi quando, allentata la morsa del virus, la domanda, da tempo schiacciata, è scattata come una molla, confortata dal risparmio accumulato con la non-spesa e con i (giustamente) generosi aiuti dei bilanci pubblici.

IN SOLI TRE ANNI GRANO PIÙ CARO DEL 145%

Insomma, la pandemia prima e la ripresa impetuosa poi hanno ostacolato l’offerta e attizzato la domanda. Poi, naturalmente, l’invasione putiniana ci ha messo del suo. Gli ostacoli all’offerta, che avrebbero potuto lentamente allentarsi, sono tornati e si sono aggravati. Se guardiamo all’aumento del prezzo del grano – “effetto Ucraina” – dall’inizio dell’anno ai primi di giugno, questo è stato del 36%. Ma se partiamo dal dicembre 2019 – subito prima del virus – l’aumento balza al 145%.

Per il riso – che non c’entra molto con l’Ucraina – i due aumenti sono stati, rispettivamente, dell’11% e del 56%. E, più in generale, il Food Price Index della Fao – disponibile fino a maggio – dà un +16% da inizio anno e un +55.8% da fine 2019.

Insomma, c’è da stupirsi del perché solo adesso la crisi alimentare sia balzata agli onori della cronaca. Forse l’“effetto Ucraina” è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso, un vaso che era già quasi pieno. L’Ucraina produce abbastanza grano per 400 milioni di abitanti, ha detto David Beasley, il direttore del Wfp, e metà del grano di cui oggi il mondo avrebbe bisogno per riequilibrare domanda e offerta è bloccato in Ucraina.

Le quotazioni delle derrate alimentari sono salite a livelli molto vicini – se non leggermente superiori – a quelli che si erano visti nel 2008 (e non solo per le derrate, ma anche per altre materie prime, a cominciare dal petrolio a 140 dollari). Allora quella fiammata dei prezzi aveva spaventato la Bce, che aveva improvvidamente alzato i tassi: una misura che si dovette presto rimangiare (e chissà che la storia non si ripeta).

SUSSIDI PER I POVERI

Ma adesso, che cosa si può fare, a parte sperare che il grano si sblocchi? Evidentemente, non si possono abbassare i prezzi all’origine, né si dovrebbe, quand’anche fosse possibile. Paradossalmente, proprio i prezzi alti sono lo strumento più potente per ridurre l’inflazione, nel senso che invogliano l’offerta.

Si può e si deve agire con sussidi alle classi che più soffrono dell’aumento dei prezzi e/o con la riduzione dell’Iva sui prodotti alimentari (escluso il caviale…). Misure, queste, che sono più facili da adottare nelle economie avanzate. Per i Paesi poveri, non ci sono che gli aiuti, tramite Wfp e altri.

La situazione è particolarmente grave in Africa, dove, prima della guerra, la Russia e l’Ucraina fornivano circa il 40% del fabbisogno di grano. In particolare, è grave la situazione nel Corno d’Africa. La regione – le disgrazie non vengono mai sole – è stata colpita da una devastante siccità, che ha lasciato senza mezzi di sostentamento circa 17 milioni di persone, in modo particolare in Somalia, Etiopia e Kenya. La Russia di Putin non ha mancato di sfruttare questa situazione. Già a metà maggio – riporta l’Askanews da un lancio del New York Times – gli Stati Uniti hanno informato 14 Paesi, principalmente in Africa, di navi mercantili russe in partenza da porti vicino all’Ucraina carichi di «grano ucraino rubato».

Il cablogramma del Dipartimento di Stato identifica anche le navi russe: Matros Koshka, Matros Pozynich e Mikhail Nenashev. Ed è improbabile – afferma Hassan Khannenje, direttore dell’Istituto internazionale di studi strategici Horn, un ente di ricerca in Kenya – che i Paesi africani abbiano esitazioni ad acquistare il grano fornito dalla Russia. La fame è la fame.

I GRANAI TRASCURATI DEL SUD ITALIA

In un periodo più lungo, non c’è che da aumentare l’offerta, che richiede però il tempo delle semine e del raccolto. Lo spazio c’è, nel mondo e anche in Italia e nei suoi due “granai”, la Puglia e la Sicilia. Abbiamo già riportato su queste colonne il potenziale inespresso di produzione di grano in Italia.

Come affermato dalla Coldiretti e riportato dal quotidiano “La Sicilia”, «negli ultimi vent’anni il prezzo del grano è stato talmente irrisorio che molti agricoltori hanno anche smesso di produrlo. Rispetto al 2020 non si è seminato in centinaia di ettari e negli ultimi 15 anni sono migliaia quelli non più coltivati a cereali. Tanto che nel primo trimestre del 2021 la Sicilia ha importato cereali dall’Ucraina per oltre 1,8 milioni di euro».


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