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Già prima che l’incubo coronavirus facesse capolino nelle nostre vite l’innovazione tecnologica aveva permesso di parlare di “working from anywhere” (“lavorare da qualunque luogo”): poter decidere di lavorare in un luogo diverso rispetto a quello dove si trova la sede dell’azienda in cui si è stati assunti. Le implicazioni sono notevoli: non si svuotano i territori, si ha un rapporto più equilibrato fra macroregioni dello stesso Paese, il dipendente può continuare a vivere nel contesto in cui è nato e cresciuto, magari con un costo della vita inferiore.

Applicate questi principi al nostro Mezzogiorno e ne viene fuori un’enorme occasione di rilancio. Da qui parte l’esperienza di “South working – lavorare dal Sud”, lanciata a fine marzo da Elena Militello, siciliana di 27 anni, ricercatrice a contratto all’università del Lussemburgo. Rientrata a Palermo in pieno lockdown ha proposto ad alcuni amici la sua idea di promuovere con metodi di advocacy la possibilità di lavoro a distanza in via principale da dove si desidera e, in particolare, dalle regioni del Sud d’Italia e d’Europa.

Mario Mirabile

Fra gli interlocutori c’era anche Mario Mirabile (26 anni), cofondatore del progetto, anche lui – come Elena – parte di un network globale di giovani che si batte per la lotta alle diseguaglianze e per il raggiungimento dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile formalizzati nell’Agenda 2030. «Il nostro obiettivo – racconta al Quotidiano del Sud – è quello di ridurre la disparità fra Nord e Meridione d’Italia e d’Europa per una maggiore coesione economica, sociale e territoriale».

L’idea ha registrato l’interesse di numerose aziende, molte delle quali stavano già impiegando prima della pandemia i propri dipendenti in modalità smart. Il confronto quotidiano con questi lavoratori, realizzato anche grazie al gruppo Fb dedicato al progetto, sta «facilitando notevolmente la stesura sia della ‘Carta del South Working’, quanto della ‘Carta dei diritti dei South Worker’. Nella prima riverseremo i principi e i valori alla base del movimento. La seconda permetterà di comprendere i diritti che ricadono in capo ai lavoratori agili che lavorano dal Sud».

Il cuore dell’attività di South Working, al momento, è Palermo, ampiamente cablata e situata in una posizione lavorativamente strategica, anche grazie alla presenza di un aeroporto piuttosto vicino. Diversa è la situazione di chi, magari, vive nelle aree più interne delle regioni meridionali, lì dove la carenza di servizi essenziali si associa a quella di infrastrutture digitali. «La riduzione del digital divide – spiega Mario – è quello che auspichiamo. Speriamo, innanzitutto, che la fibra possa arrivare fino alle singole case, in modo che tutti potremo usufruire di questa importante evoluzione tecnologica». Esistono, però, dei contesti, sottolinea, «in cui non può essere solamente il 5G, per quanto fondamentale, a dare ‘nuova vita’ ma politiche pubbliche di lungo periodo che mirino a incentivare una crescita sostenibile dei territori e delle comunità di riferimento».

Oggi fare previsioni sugli scenari futuri nelle dinamiche Nord-Sud è complicato, sia nell’ottica di un’inversione dei rapporti fra le due macroregioni, che di uno stop all’emorragia di talenti dal Mezzogiorno. Si può, tuttavia ragionare, sui benefici che ha portato lo spostamento di migliaia di lavoratori verso Sud, prima e dopo il lockdown. Ovvero «un maggiore equilibrio vita privata-lavoro, risparmio sui costi d’affitto per alcune aree del Paese, la ripresa delle relazioni familiari ed amicali, maggiore qualità della vita. Mentre, in riferimento all’economia reale, questi lavoratori trasferitisi al Sud stanno spendendo, in parte, i loro salari nei territori di destinazione». Non solo, «le persone che arrivano nei territori in cui hanno scelto di vivere potranno spendere il loro tempo, sulla base di un principio di volontarietà, nel costituire nuove imprese al Sud. Noi cercheremo di facilitare l’incontro tra questi e i soggetti del territorio nello spirito di un vero give back».

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