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Lavorare dal mare? Ora si può

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Una decina di anni fa gli accessi frenetici di oltre un milione di utenti – in sole 48 ore – da tutto il pianeta mandarono in tilt il sito islandfreejob.com, creato dall’ente turistico del Queensland (Australia) per offrire quello che venne giustamente definito “il miglior lavoro del mondo”: 180 giorni a fare da guardiano per 12 ore al mese a Hamilton Island, un isolotto della Grande barriera corallina, promuovendolo ai visitatori internazionali, dando da mangiare alle tartarughe marine e osservando le balene. Stipendio garantito da 75mila euro più una serie di benefit: villa vista mare e voli gratis. L’iniziativa, d’altronde, sembrava realizzare il sogno, nemmeno troppo nascosto, di ogni persona: lavorare in vacanza, oltretutto in una location paradisiaca.

Due lustri dopo questa possibilità si è trasformata in realtà, complice la pandemia di Covid19. Il fenomeno emergente si chiama workation, neologismo che compone le parole “work” (“lavoro”) e “vacation” (“vacanza”). Si tratta di un’evoluzione dello smart working cui si è aggiunta la variabile dell’estate. Durante la bella stagione in tanti si sono trasferiti nelle seconde case ben prima delle canoniche ferie e con l’ausilio di una buona connessione hanno svolto la propria attività intervallandola a una pausa pranzo sotto l’ombrellone o distesi su un prato. È il caso, fra i tanti, di Stefano, 38enne ingegnere che si è spostato nella sua abitazione marittima a Ostia a giugno e per ora non ha alcuna intenzione di rientrare. «Qui si sta benissimo, lavoro mattina e pomeriggio, durante le pause prendo il sole e la sera esco a bere qualcosa – ci racconta – riesco a essere molto più produttivo. Sono single e ho passato i due mesi del lockdown completamente solo». È la fame d’aria del post chiusura, del resto, a gonfiare le vele del workation, classica operazione win win: si rispetta il distanziamento sociale lavorando meglio. Senza dimenticare l’opportunità che la moda offre a un settore turistico e alberghiero in affanno.

Ne ha parlato, fra gli altri, l’assessore al Bilancio della Regione Puglia, Raffaele Piemontese. «Un nuovo fenomeno che si sta affermando a seguito dell’aumento dello smart working – ha detto – è quello del workation, ossia del lavoro a distanza in un luogo di villeggiatura, che costituisce un’occasione molto interessante per le destinazioni turistiche. La Puglia è in prima linea come possibile luogo dove esercitare il lavoro a distanza: ciò che attrae della Puglia per questa nuova soluzione lavorativa sono i luoghi, per il 57% di un campione intervistato in un’indagine, il cibo per il 38%) e il fatto di avere già una casa qui per il 29%».

Gli hotel, in ogni caso, non si sono fatti trovare impreparati. Ormai da settimane diverse strutture propongono ai clienti le Smart Room, stanze attrezzate come postazioni lavorative, con tanto di wifi dedicato, macchina del caffè e mazzetta di giornali e prenotabili anche per il solo giorno, senza pernottamento. Ci sono poi i pacchetti proposti da catene alberghiere come Best Western Hotels e Voihotels. Quest’ultima, in particolare, ha da poco lanciato Smart Week, una settimana pensata per chi, persino in vacanza, non può fare a meno di lavorare.

Anche all’estero il fenomeno è in forte ascesa. Per rilanciare il turismo le Barbados (Caraibi) mettono a disposizione un anno di visto gratuito. Il lussuoso resort Nautilus Maldives dell’omonimo arcipelago ha allestito appositi uffici nella sua struttura prenotabili per un massimo di 21 giorni. Nel pacchetto sono compresi anche una stanza con vista oceano, un assistente personale, servizio lavanderia e buffet no stop. Il prezzo, purtroppo, non è da tutti: 21 giorni di vacanza lavoro possono arrivare a costare 52mila dollari. Buono per un uomo d’affari di alto livello. Come Pojit Rohr, manager indiano nel campo delle vendite aziendali che ha deciso di fare workation da Dubai. «Gli Emirati sono stati fra i primi a riaprire i voli – ha detto al Mumbai Mirror – gli standard di sicurezza e sanificazione sono molto elevati, questo mi permette di incontrare molte persone. E ciò di cui avevo bisogno dopo mesi di lockdown e distanziamento sociale». In Giappone, invece, numerosi parchi nazionali – con il supporto del locale ministero dell’Ambiente – hanno istallato postazioni di lavoro dotate di wifi dentro alberghi e campeggi. «Vorremmo offrire ai nostri ospiti la possibilità di lavorare la mattina e di godersi nel pomeriggio attività come escursionismo e canoa insieme alle loro famiglie» ha affermato il direttore di uno degli hotel interessati.

Il workation può dunque fare da traino per la ripresa del settore turistico con la possibilità di essere messo a sistema anche dopo. Sempre che le aziende vogliano sostenere i costi di soggiorni tanto esosi per mettere i propri dipendenti nelle migliori condizioni. D’altronde l’esperienza di un gigante come Google dimostra che si possono massimizzare le performance dei lavoratori fornendo loro anche occasioni di svago e relax durante una giornata produttiva altrimenti sfiancante.

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