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Il Campidoglio, sede del comune di Roma

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Quando Virginia Raggi ha confidato al suo manager dell’Ama che Roma è “fuori controllo” ha ammesso anche a se stessa quello che l’ultimo ragioniere del Campidoglio sa bene da tempo: la città Eterna è fallita. Lo sarebbe – contabilmente – da una decina d’anni se fosse stato possibile applicare ai debiti della Capitale la procedura ordinaria come per un’altra qualsiasi città italiana. Al dissesto si è sostituito invece il commissariamento. Risultato: ogni italiano tira fuori ogni anno circa 13 euro di tasca sua per ripianare il deficit. E continuerà a farlo.
 
La città è rimasta immersa in un liquido opaco dove persino l’entità del debito è un mistero, se è vero come è vero che nel 2017 si è proceduto al  riaccertamento del debito. Dodici miliardi di euro, infatti, è solo l’ultima cifra conosciuta ma c’è chi sostiene che siano molti di più visto che l’intero ammontare è stato calcolato considerando tutti esigibili i residui attivi – circa 5 miliardi e 700 mila euro – ma una ricognizione vera non è stata ancora possibile.
 
Il 28 aprile del 2008 il Parlamento approvò la gestione commissariale. E Roma-Capitale si salvò.  In quanto “speciale” non dovette dunque ricorrere all’aiutino della Cassa depositi e prestiti. «Si stabilì – è la ricostruzione dell’avvocato Rocco Todero, specializzato in diritto amministrativo, che ha condotto di recente un focus per l’Istituto Bruno Leoni  – che lo Stato dovesse far fronte al dissesto non dichiarato del Comune di Roma con uno stanziamento di 300 milioni di euro l’anno interamente a carico del Mef e con 200 milioni annui derivanti da un’addizionale sui diritti d’imbarco dei passeggeri degli aeroporti e da un incremento dell’addizionale Irpef dello 0,4%».
 
Il Salva debito inserito nel Decreto crescita punta a ridurre il debito  affidando al Tesoro il compito di rinegoziarlo con le banche. Prevede entro il 2021 – nel 150° anniversario di Roma Capitale – la chiusura della gestione commissariale e trasferisce allo Stato la gestione del debito storico. Il Campidoglio gestirà le pendenze verso i fornitori e non verso le banche. L’operazione, condotta dal sottosegretario Castelli e dall’assessore al Bilancio Lemmetti, prevede in cambio l’attuazione del federalismo differenziato. Il “patto malato” tra 5Stelle e Lega. Qualcosa però non è andato per il verso giusto.
 
Ma rifacciamo i conti. Ai 300 milioni che lo Stato versa per la gestione commissariale si sommano i 50 milioni circa derivanti dalla tassa aeroportuale – un euro a biglietto – e 430 milioni “senza vincolo di spesa” che vengono assegnati ogni anno e restano fuori dall’orbita perequativa.  In tutto fanno 790 milioni. Pochi? Non si direbbe.
 
Dieci anni fa si disse che il salvataggio avrebbe rimesso in corsa la città, una città governata però con un occhio solo. E mentre le altre capitali europee si modernizzavano per diventare competitive, Roma pagava inefficienza delle istituzioni, deficit infrastrutturali, debolezza delle attività produttive: con il crollo degli investimenti pubblici è finita in ginocchio. Eppure già prima del 2008 il bilancio del Campidoglio presentava i presupposti richiesti dall’articolo 244 del Tuel. In base all’esposizione non sarebbe stata in grado di garantire i servizi indispensabili.
 
«Cosa dirò ai miei concittadini di Asti?, si chiedeva nel 1986, ai tempi del governo Craxi,  l’ex ministro del Tesoro, Giovanni Goria, dinanzi allo stanziamento straordinario di 490 milioni di lire per Roma Capitale. Ed ecco che la storia si ripete. Cosa sarebbe successo a un altro qualsiasi Comune?   È presto detto: avrebbe dichiarato default. E avrebbe deliberato le aliquote delle tasse e delle imposte per uscire dal dissesto. Il ministero dell’Interno avrebbe quindi nominato un organo straordinario di liquidazione e definito l’ammontare dei debiti, dando avviso ai creditori di dichiarare le loro pretese entro 60 giorni.  Non è andata così: «Il 60% delle passività accertate è stato accollato all’intera comunità nazionale»  è l’accusa che lancia l’avvocato Rocco Todero che si è fatto bene i conti.  
 
Dentro questo scenario di salvataggi e dissesti c’è tutto lo sconquassato “sistema romano”. Contenziosi per indennizzi che risalgono alla metà del secolo scorso. Il buco nero delle municipalizzate e delle partecipate. Perfino la gestione commissariale, se verranno interrotti i flussi, andrà incontro da qui a pochi mesi a gravi problemi di liquidità. Il 40% del disavanzo viene dal rimborso dei mutui e dal cosiddetto Maxibond, i buoni ordinari comunali con restituzione integrale alla scadenza del 2048. Un macigno che Roma ha sulle spalle e costa 75 milioni l’anno, con interessi al 5%. Alla massa critica che sta per precipitare sull’Urbe si aggiungono infine gli oneri derivanti dai contratti stipulati per i cosiddetti derivati. Oneri finanziari che incidono per il 30%. Una montagna da scalare per poi ripartire da zero.
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