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La relazione di agosto del presidente della Confcommercio, Carlo Sangalli, denuncia, da sola, quale sia il dramma che ogni italiano, ogni famiglia italiana stia già vivendo. Di solito seguiamo le notizie che ci vengono servite costantemente dai vari mezzi di comunicazione e, senza dubbio, ci tranquillizzano le sistematiche conferenze stampa del presidente del Consiglio e dei vari leader della maggioranza che attualmente governano il Paese, ma quando rimaniamo soli con noi stessi e analizziamo i bilanci personali o i bilanci familiari allora capiamo cosa sia successo da marzo a giugno, allora capiamo che quell’allarme di Mario Draghi a Rimini lo stiamo già vivendo: non è la nostra una stagnazione, non è la nostra una recessione ma è già in atto una pericolosa “depressione”.

I NUMERI DEL CALO

Draghi ha detto che dobbiamo evitare di passare dalla recessione alla “depressione” ma, a mio avviso, purtroppo il segnale dato da Sangalli non è un allarme per qualcosa che verrà o potrebbe davvero avvenire. Sangalli fornisce dati misurabili di qualcosa che stiamo già vivendo e che ha portato al crollo dei consumi.
Riporterò di seguito alcuni dati forniti dal Centro studi della Confcommercio ma, subito dopo alcuni passaggi, mi soffermerò su un tema che forse stiamo sottovalutando e che esploderà nei prossimi mesi: quello legato alla crisi del sistema della logistica.

Veniamo prima ad alcuni dati. In particolare la pandemia e la crisi economica mettono in crisi i bilanci familiari le cui voci di “spesa obbligata” quest’anno raggiungeranno il 44% del totale dei consumi; nel 2020 le voci “affitto, bollette, spese condominiali, bollo, assicurazione e spese di gestione per l’auto, farmaci e cure mediche” assorbiranno dalle tasche di ogni italiano circa 7.000 euro.

Ma questa forte incidenza della spesa obbligata fa arretrare la spesa pro capite destinata ai consumi a poco più di 16.150 euro contro i 18.100 del 2019, andando a colpire soprattutto quei consumi commercializzabili, ovvero “spesa alimentare, abbigliamento, calzature, i servizi in generale, l’acquisto di auto e altri beni durevoli, la cura della persona e le telecomunicazioni”.

Sangalli nel suo intervento ha precisato che «l’emergenza Covid ha riportato i consumi ai livelli più bassi degli ultimi 25 anni» e il direttore del Centro studi della Confcommercio ricorda che «nel 2019 non erano ancora stati recuperati gli 800 euro di consumi pro capite persi rispetto ai livelli del 2007 (cioè prima della crisi economica) e quest’anno ne verranno persi altri 1.900 rispetto al 2019».

Nelle ultime settimane, emerge sempre dai documenti prodotti dalla Confcommercio, si è registrato un rallentamento degli acquisti di generi alimentari e prodotti di largo consumo; addirittura del 10% negli ipermercati.

GLI ALLARMI

Ma all’allarme della Confcommercio ha fatto subito seguito quella della Coldiretti, che per il 2020 prevede un calo di consumi alimentari degli italiani del 10%; secondo sempre Coldiretti assisteremo a un taglio della spesa per la tavola di 24 miliardi, con un ritorno ai livelli del 2010 e, cosa più preoccupante, dall’inizio della pandemia, ricorda sempre l’associazione, il 57% delle 730.000 aziende agricole italiane ha registrato una flessione dell’attività.

A questo coro di allarmi si associa anche il presidente della Federazione italiana pubblici esercizi il quale precisa che «la contrazione della spesa per i servizi, tra tutti i dati drammatici presentati da Sangalli, rappresenta un fatto assolutamente storico e di rilievo: il crollo di questa voce di spesa è la rottura di una crescita costante dal 1995 a oggi, e la più colpita da questa brusca contrazione è proprio la ristorazione che quest’anno rischia di perdere oltre 22 miliardi di fatturato. A questo va aggiunto il crollo dei proventi dal turismo».

Queste non sono lamentele organizzate dai vari comparti del teatro economico del Paese per chiedere allo Stato provvedimenti capaci di intervenire con azioni adeguate per evitare che un simile collasso diffuso diventi irreversibile?

LA GRAVITÀ ATTUALE

Forse lo saranno pure, ma questi dati, queste analisi denunciano quanto sia grave lo stato socio economico del Paese e quanto sia rischioso sottovalutarne la dimensione. La gravità, infatti, è da ricercarsi, dopo questa dettagliata lettura del “crollo dei consumi”, nel vasto e articolato settore della logistica.

La triste correlazione “produzione – distribuzione – consumi” viene forse per la prima volta, dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale a oggi, incrinata: è crollata per la prima volta una sistematica crescita economica delle attività legate alla logistica. In realtà le voci “produzione” e “distribuzione” o non erano cresciute o erano cresciute poco, ma mai avevamo assistito a un crollo così patologico.

Gli operatori delle attività legate alla logistica, però, non si limitano ad addebitare tutte le negatività, ad addossare tutte le responsabilità alla pandemia e al lockdown. Il mondo della logistica non solo è un mondo maturo, ma cerca sempre di analizzare attentamente simili fenomeni, cercando di scoprirne davvero non solo le cause, ma anche chi e come ha affrontato una simile crisi.

GLI ANNI ‘70

Il blocco della produzione, il blocco della distribuzione non doveva essere un imprevisto: era ed è un fenomeno possibilissimo che abbiamo già vissuto in passato. Ad esempio, non c’è stata una azione organica del governo analoga, solo a titolo di esempio, a quella operata nel 1973 per superare la grave crisi energetica causata dalla cosiddetta guerra del Kippur, in cui i Paesi arabi associati all’Opec  (l’organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) decisero di sostenere l’azione di Egitto e Siria tramite robusti aumenti del prezzo de  barile  e l’ embargo nei confronti dei Paesi maggiormente filo-israeliani.

Le misure dell’Opec condussero a un’impennata dei prezzi e a una repentina interruzione del flusso dell’approvvigionamento di petrolio verso le nazioni importatrici.
La crisi pose fine al ciclo di sviluppo economico che aveva caratterizzato l’Occidente  negli anni Cinquanta e Sessanta. Pesanti furono le conseguenze dell’Austerity  sull’industria, che per la prima volta si trovò costretta ad affrontare il problema del  risparmio energetico.

Ebbene, l’Italia prese decisioni davvero strutturali: la ricerca di fonti alternative, l’apertura con vari Paesi produttori di petrolio e di gas, la rilevante percentuale di prodotti energetici accumulati per essere utilizzati in caso di crisi. In realtà il governo capì che era cambiato un sistema economico e produsse strategie di medio e lungo periodo.

Ora, di fronte alla crisi della produzione e della distribuzione, ora, in presenza di un sistema come la supply chain, cioè di un sistema che controlla l’intero ciclo del processo produttivo e distributivo, non possiamo solo pensare al superamento della crisi occupazionale, non possiamo sopravvivere con il ricorso alla cassa integrazione. Chi opera nella logistica vuole conoscere subito quali possano essere le azioni strutturali che lo Stato intende utilizzare nel breve, medio e lungo periodo.
Gli investimenti effettuati dai singoli operatori (mezzi mobili, gru, piastre logistiche, ecc.) non possono essere alienate e non possono non essere mantenute, e quindi il mantenimento dello stato imprenditoriale deve diventare non una condizione di banale assistenza, ma deve essere un supporto temporaneo a fondo perduto per superare la fase di crisi e una contestuale, se possibile, riconversione.

UN MODELLO NUOVO

Una fase del genere dovrebbe anche portare all’ aggregazione delle attività e all’identificazione di un modello nuovo nella gestione della logistica. Anche perché questa è una crisi mondiale dell’intero sistema logistico, non può essere affrontata con provvedimenti locali, con provvedimenti miopi a scala nazionale ma, come nel caso della crisi energetica, è necessario un approccio sovranazionale.

Senza dubbio sarebbe opportuno, approfittando di una simile emergenza, rivedere gli indicatori classici della crescita o della decrescita. Ad esempio, forse non sarebbe un errore abbandonare l’indicatore classico del “Prodotto interno lordo” e utilizzare, invece, come indicatore « il costo pro capite che ogni cittadino sostiene per “muoversi” all’interno dell’urbano e all’interno del Paese e il costo delle merci consumate in base alla propria ubicazione residenziale».

Una simile operazione, una simile rilettura ci farebbe scoprire che la distanza tra il Sud e il Nord del Paese è a dir poco esplosiva e sconcertante; solo in tal modo capiremmo che per superare una simile pesante distanza occorreranno riforme strutturali e non banali equilibrismi finanziari, occorrerà, cioè, una vera e immediata reinvenzione dell’offerta infrastrutturale. Una volta tanto questo governo non sia miope e, redigendo il Recovery Plan, tenga conto di questi contributi.


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