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Se l’Italia tutta resta ancora lontana dall’obiettivo europeo di Barcellona (2002) che chiedeva – originariamente entro il 2010 – la garanzia di 33 posti ogni 100 bambini nella fascia fino a 3 anni negli asili nido, e lo è ancora di più rispetto alla nuova soglia del 45% fissata dalla Ue alla fine dello scorso anno, per il Mezzogiorno la distanza appare siderale: 15,2% la media nel Sud, 15,9% nelle Isole, 27,2% il dato nazionale. Percentuali che “raccolgono” i progressi fatti in entrambe le Italie, ma anche il peso della frattura tra Nord e Sud, dal momento che il forte ritardo del Mezzogiorno mantiene bassa la media nazionale ed elevata la distanza dagli obiettivi Ue. Nel Centro, nel Nord Est e nel Nord Ovest i numeri sono ben altri, come mostrano le rispettive percentuali: 36,1%, 35%, 30,8%.

Scandagliando i dati, poi, emerge che alcune regioni del Sud si attestano addirittura su un posto ogni 10 bambini, con capoluoghi che non arrivano a questa cifra, come ad esempio Crotone (5,6%), Catania (7,5%), Messina (8,1%), Barletta (8,2%). E’ una foto quella scattata da Openpolis che mette ancora una volta in luce quel profondo divario territoriale che chiama in causa i diritti di cittadinanza e che il Pnrr si propone di ridurre con un investimento di 4,6 miliardi tra nidi e scuole d’infanzia.

L’Italia rispetto al 2013 – primo anno per cui sono disponibili i dati – ha guadagnato 5 punti, passando da una copertura del 22,5% al 27,2% – un progresso, spiega Openopolis nel report, in parte attribuibile al calo delle nascite nel nostro Paese, dal momento che i bambini tra 0 e 2 anni sono passati da oltre 1,6 milioni nel 2013 a meno di 1,3 milioni. Cinque punti in più che la lasciano comunque 6 punti sotto l’obiettivo del 33%, quasi 18 sotto quello del 45%.

I dati raccolti da Openopolis misurano la frattura tra il Nord e il Mezzogiorno: sono del Centro Nord le sei regioni che superano la soglia del 33%, l’Umbria, con 44 posti ogni 100 bambini 0-2 anni, l’Emilia-Romagna e la Valle d’Aosta con una quota superiore al 40%, e poi Toscana, Lazio e Friuli-Venezia Giulia.

Un obiettivo lontanissimo per le regioni meridionali, nonostante i progressi in questi ultimi anni ci siano stati. La Campania, ad esempio, che nel 2013 non garantiva più di circa 10mila posti nel 2020 ne assicurava oltre 15mila, passando da appena 6,2 a 11 posti ogni 100 bambini residenti. Uno sforzo che non le ha comunque permesso di abbandonare il gruppo di coda dove si ritrovano anche la Sicilia e la Calabria (dove l’avanzamento registrato nello stesso periodo è stato di poco più di un punto percentuale): nessuna di queste regioni riesce a garantire più di 10 posti ogni 100 bambini. Basilicata e Puglia, pur con incrementi in termini assoluti meno consistenti, sono passate rispettivamente da 12,9 a 21,5 e da 12,1 a 19,6 posti ogni 100 bambini. Nessuna regione del Mezzogiorno, dunque, eccezion fatta per la Sardegna, si avvicina alla media italiana.

C’è un’altra frattura che incide sulla “performance” italiana, quella tra città e aree interne: considerando la classificazione per aree interne, i comuni polo – le città baricentriche in termini di servizi – raggiungono la soglia del 33%, in media. Quelli di cintura (le aree urbane hinterland dei poli) si attestano attorno al 25%. I comuni periferici e ultraperiferici non raggiungono il 20%. Nei primi, il rapporto è di 19,8 posti ogni 100 bambini. Nei secondi, di 14,7.

Sono 30 su 107 le province e città metropolitane che hanno centrato l’obiettivo del 33% per i nidi e i servizi per l’infanzia, un numero doppio rispetto al 2013, quando erano 15 sulle 110 province allora esistenti. E sono tutte del Centro Nord, come Trieste (passata da 31,9 a 44,1 posti ogni 100 minori (+12,2%), Rovigo (+11,2 punti), Livorno (+11,1). In questa parte del Paese quasi tutti i territori, con poche eccezioni, hanno raggiunto una copertura pari ad almeno il 25% (1 posto ogni 4 bambini residenti).

Se si considera, invece, la nuova soglia del 45%, il target risulta centrato solo da 3 su 107, tutte in Emilia-Romagna: Ravenna (48,6% nel 2020), Bologna (46,5%) e Ferrara (45,5%). E’ a un passo anche Perugia (44,8%), e vi si avvicinano altre province, tutte dell’Italia centro-settentrionale. Sono diminuiti anche i territori con un’offerta inferiore a 10 posti su cento, tutti meridionali: da 12 su 110 nel 2013 a 4 su 110 nel 2020. Il primo gruppo era composto da Caserta, Napoli, Avellino, Cosenza, Barletta-Andria-Trani, Vibo Valentia, Palermo, Crotone, Salerno, Catania, Foggia e Caltanissetta. Nel 2020 si trovano ancora in questa situazione Caserta, Cosenza, Caltanissetta e Ragusa.

Bisogna anche dar conto degli sforzi: nella provincia di Caserta, ad esempio, l’offerta è più che raddoppiata, passando 4,2 a 8,9 posti ogni 100 bambini, per un aumento di posti pari all’81%. Foggia è passata da 9,6 posti nel 2013 a 16,9 nel 2020. Sfiorano questa soglia anche Barletta-Andria-Trani e Salerno, passate rispettivamente da 7,5 e 8,9 a 14,9. Nessuna provincia del Sud raggiunge o si avvicina alla soglia del 33%, solo Teramo e Chieti, entrambe in Abruzzo, superano quella del 25%. Oltre che fissare nella normativa nazionale il criterio europeo del 33%, il decreto legislativo 65/2017 ha messo nero su bianco anche un secondo target, ovvero arrivare a un’offerta del servizio nel 75% dei comuni – in forma singola o associata – per far sì che non si concentrino solo nei capoluoghi o nelle città più grandi, ma sia diffuso sul territorio. Ebbene anche in questo caso il Sud resta indietro, pur registrando passi avanti.

Il 59,3% dei comuni italiani è in grado di garantire il servizio di nido o altri integrativi per la prima infanzia (6 su 10), nel Mezzogiorno la percentuale scende al 46% (meno di 1 su 2), nel Centro Nord sale al 65,7% (2 su 3). Sotto il 40% non ci sono solo le regioni meridionali però: ci sono anche la Liguria (39,3%), l’Abruzzo (37,7%), il Piemonte (35,7%), il Lazio (35,4%), la Sardegna (29,7%). Basilicata e Calabria si attestano rispettivamente al 23,7% e al 19,3%. In quest’ultima regione, in particolare, nelle province di Catanzaro e Vibo Valentia la quota è inferiore a un comune su 10.

Nel report si sottolinea, comunque, il raddoppio nei 7 anni la percentuale di territori coperti, dal 10,5% del 2013 al 19,3% del 2020. Così come è in due regioni meridionali che si rileva la crescita più significativa: in Campania, passata dal 39,6% al 69,8% dei comuni (+30,2 punti) e in Puglia (da 55,8% a 84,8%) che è l’unica del Mezzogiorno ad aver superato il 75% nel 2020. Le altre sono Valle d’Aosta e Friuli-Venezia Giulia (100%), la provincia autonoma di Trento (94,6%), Emilia-Romagna (89,6%), Toscana (87,2%) e Lombardia (81,4%). Poco sotto il Veneto (73,7%).


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