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Otto mesi, oltre 240 giorni sono tanti per programmare e decidere non come vincere la pandemia ma come contenere le varie fasi critiche che ogni pandemia possiede. L’analisi storica ci dice che una pandemia non termina in un arco temporale limitato, che la scelta di chiuderci, di isolarci dal mondo per bloccare o limitare il fenomeno serviva ed è sicuramente servita solo a contenerlo ma non a superarne la virulenza. Tutto questo lo sapevamo, tutto questo lo sapeva il Governo.

A me non piace assolutamente criticare chi è preposto alla gestione di eventi tragici, chi è preposto a superare emergenze impreviste; so bene, avendo ricoperto in passato ruoli di responsabilità programmatica all’interno della Pubblica Amministrazione, che sono tante le difficoltà che si incontrano quando nello stesso momento si è aggrediti da tante negatività, da tante emergenze che mettono in crisi la evoluzione naturale della vita di un Paese.

Mi permetto per questo, con la massima carica di comprensione, di analizzare come si siano affrontati tre distinti ambiti operativi fra loro strettamente interconnessi: mi riferisco alla sanità, alla scuola e alla mobilità delle persone.

Sulla sanità penso che non sia possibile adeguarsi alle emergenze prodotte dalla pandemia acquistando solo prodotti tecnologici, aumentando i posti letto e in particolare quelli attrezzati per la terapia intensiva ma incrementando anche ed in modo sostanziale il numero di medici e di paramedici qualificati.

In un mese non era possibile preparare il numero di specialisti necessario, non lo era in due mesi, non lo era in tre mesi, non lo era in quattro mesi, non lo era in cinque mesi, non lo era in sei mesi, non lo era in sette mesi, ma forse in otto mesi sì; specialmente quando proprio il Governo aveva chiesto ed ottenuto la proroga dello stato di emergenza perché giustamente convinto che la pandemia non solo non era stata debellata ma che sarebbe riesplosa con la stessa incisività.

Ebbene in otto mesi si è fatto purtroppo poco ed è davvero sconcertante apprendere che all’inizio del Covid il numero di posti disponibili nelle aree attrezzate per le terapie intensive era di 5.179 unità e che l’impegno sarebbe stato quello di raggiungere entro la fine dell’estate almeno 8.490 posti; cioè almeno 3.311 posti in più. Attualmente sono solo 1.300 posti in più.

Sulla scuola già nel mese di marzo si sapeva che uno dei temi dominanti era quello degli spazi, della dimensione delle nostre aule e, soprattutto, del numero di studenti presenti all’interno delle attuali aule; quindi oltre all’acquisto di nuovi banchi era necessario ed urgente trovare nuovi spazi. Era impossibile, lo so bene, realizzare in pochi mesi nuove scuole, era possibile però in un Paese pieno, ripeto pieno, di edifici pubblici vuoti e non utilizzati attrezzare nuove aule; in tal modo avremmo ridotto in modo sostanziale il rischio da contagio.

Ma anche in questo caso non è una esigenza legata solo alla ricerca di nuovi spazi, di nuove strutture quanto al numero di insegnati. Infatti andavano rivisitati i turni e andavano addirittura reinventate le fasi e le articolazioni della didattica. Nel mese di marzo il Governo sapeva benissimo che mancavano almeno 40.000 docenti nelle scuole, alcuni pensavano, addirittura, 60.000 docenti; il concorso si è fatto solo dopo otto mesi. Ebbene anche in questo caso non si è fatto qualcosa che andava e poteva essere fatto e, soprattutto, pur di vincere qualcosa di simile ad una scommessa e non ad una corretta azione programmatica si è mantenuta la data del 14 settembre come inizio dell’anno scolastico.

Sulla mobilità voglio fare una prima considerazione: lo smart working senza dubbio riduce e ridurrà sempre più le occasioni e le esigenze di mobilità ma questo contenimento non può superare la soglia del 20 – 30% quindi il volume di persone, pari a circa 22 milioni di unità al giorno in movimento per motivi di lavoro o di studio, forse si ridurrà di 5 – 6 milioni di unità ma rimarranno sempre 16 milioni che continueranno a muoversi con mezzi propri o pubblici.

La soluzione, in realtà l’unica soluzione per ridimensionare l’affollamento all’interno dei mezzi pubblici, è solo quella relativa all’aumento della offerta, all’aumento della frequenza dei mezzi di trasporto.

Anche in questo caso non era possibile acquistare in pochi mesi nuovi autobus, nuovi treni ma era possibile, soprattutto per quanto concerne i bus, coinvolgere le aziende private, sì il parco autobus dei privati specialmente quello impegnato nel comparto turistico che attualmente è praticamente fermo. Per le metropolitane e per la offerta ferroviaria legata al pendolarismo forse il tentativo di aumentare, ove possibile, le frequenze poteva e può ancora essere una condizione per evitare gli affollamenti.

Ebbene anche in questa critica area non si è fatto nulla, addirittura, come ho detto in un altro mio blog, scopriamo che i mezzi di trasporto usati hanno ancora una occupazione fino all’80%, numero che deriva da criteri di omologazione dei mezzi per i quali l’80% di occupazione degli spazi consente la presenza di 5 persone per metro quadrato, mentre i servizi ferroviari di lunga distanza Freccia Bianca e Freccia Rossa rimangono con tassi di occupazione pari al 50% mettendo in crisi sia Italo che Trenitalia e generando la più grande forma di discriminazione nell’erogazione dei livelli di servizio ferroviario che la Repubblica italiana ricordi.

Queste banali considerazioni hanno tutte come comune denominatore solo il buonsenso: purtroppo in otto mesi queste difficili aree tematiche sono rimaste semplici argomentazioni da dibattere in talk show mattutini, pomeridiani e serali e quasi sempre hanno avuto un sistematico coinvolgimento del Governo nel fornire, con una cadenza settimanale, comunicati carichi di impegni e di annunci che oggi sono ancora rimasti tali. Come dicevo all’inizio non intendo assolutamente denunciare responsabilità o incapacità gestionale gradirei solo che da parte del Governo, in particolare da parte di alcuni Ministri, si ammettesse quanto meno questa oggettiva serie di gravi sottovalutazioni, forse di gratuite ed imperdonabili superficialità.


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