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Nell’attuazione della gestione sanitaria emergono ancora una volta i due pesi e due misure che nella sanità ancora spaccano il Paese

Terminata la fase emergenziale legata alla pandemia Covid-19, nella sanità italiana sono riemersi i vecchi problemi. A cominciare dalle “differenze territoriali sempre meno accettabili” che “sono alla base di saldi negativi di mobilità sanitaria per ben 14 regioni, in prevalenza nel Mezzogiorno”.

A bacchettare ancora una volta lo Stato è la Corte dei Conti nella nota di aggiornamento del Def 2022: il Paese continua a essere spaccato in due, con il Sud danneggiato dai minori trasferimenti ricevuti negli ultimi 20 anni. “Nel 2021 – annotano i magistrati contabili – dopo la pausa legata alla pandemia e alle relative difficoltà di mobilità, tende nuovamente a crescere il volume di risorse per pagamenti di prestazioni rese fuori regione, a testimonianza del permanere di criticità nell’assistenza garantita in alcune realtà territoriali. I primi 9 mesi del 2022 registrano, infine, una riduzione della spesa per investimenti di oltre il 13 per cento.

Una flessione che sembra interrompere quest’anno la crescita che si era registrata nel triennio trascorso con variazioni del 19-18 per cento annue e che interessa tutte le aree del Paese, ma con punte più accentuate nelle regioni meridionali continentali (-26,3 per cento)”. Insomma, siamo punto e accapo. O quasi.

SOS PNRR

Un allarme non indifferente considerando la necessità di “correre” nella spesa dei fondi Pnrr. E a proposito del Piano di ripresa e resilienza, la Corte dei Conti lancia un altro monito: “Andrà verificato – si legge nella relazione trasmessa al parlamento – se un profilo di finanziamento (e di spesa) quale quello prefigurato nei quadri tendenziali sia compatibile con le necessità che ancora caratterizzano il comparto e, in particolare, con la soddisfazione dei fabbisogni di personale legati anche alla riforma dell’assistenza territoriale prevista dal Pnrr e con le spese connesse all’aumento dei costi dell’energia”.

I TEMI DI SANITÀ CHE SPACCANO IL PAESE: MANCANO 65MILA INFERMIERI

E poi c’è il problema delle piante organiche, sia mediche che infermieristiche, “pesantemente sottodimensionate in molte aree e nel confronto con standard europei”, si legge nella relazione. “Secondo i dati Oecd – scrivono i magistrati – nel 2019 in Italia operavano 4,1 medici per 1.000 abitanti, superiore alla media europea del 3,6. Nello stesso anno, in Germania e in Spagna si registravano 4,4 medici per 1.000 abitanti, in Francia 3,2 e 3,0 nel Regno Unito.

All’opposto, per il personale infermieristico, lo stesso indicatore si attesta al 6,2 infermieri per ogni mille abitanti, leggermente più alto della Spagna (5,9), mentre la media europea è dell’8,8. In Germania si registravano 13,9 infermieri ogni 1.000 abitanti, in Francia 11,1 e nel Regno Unito 8,2. Mettendo in relazione lo standard internazionale 1:3 per il personale infermieristico (3 infermieri per un medico) ai dati presenti nell’Annuario statistico, sia per il personale del sistema sanitario nazionale che per quello operante nelle strutture equiparate, nel 2020 si registrava una carenza di infermieri di circa 65mila unità”.

I TEMI DI SANITÀ CHE SPACCANO IL PAESE: IL NODO LISTE DI ATTESA

Strettamente legato alla mobilità passiva è il tema “liste di attesa”: “Come emerge dai piani per il riassorbimento delle prestazioni mancate negli anni della pandemia – evidenzia la Corte dei Conti – in molte regioni il recupero è ancora in atto ed è previsto completarsi nel prossimo anno”. Quelle più in difficoltà sono le Regioni del Sud, anche perché i fondi destinati a questo capitolo vengono ripartiti sulla base del criterio della popolazione residente, anziché sulle reali esigenze.

E, come noto, al Sud è in atto ormai da anni un intenso fenomeno di spopolamento. “In tema di recupero dei tempi di attesa – è scritto ancora – i dati diffusi di recente dal Ministero della salute e da Agenas confermano il permanere di criticità: sono, ad esempio, ben 14 le regioni che presentano performance peggiori di quelle del 2019 nel caso degli interventi cardio vascolari caratterizzati da maggiore urgenza (classe A) che dovrebbero essere eseguiti entro 30 giorni. Solo di poco migliore l’andamento per quanto riguarda i tumori maligni: sono 12 le regioni che hanno peggiorato le loro performance.

Anche le prestazioni di specialistica ambulatoriale non hanno recuperato i livelli del 2019: nel primo semestre 2022 le prestazioni erogate risultavano in media nazionale inferiori del 12,8 per cento a quelle dello stesso periodo del 2019 e 13 regioni si collocavano al di sotto della media (di cui 7 segnavano cali superiori di oltre 6 punti percentuali)”.

LA RIFORMA DEL TERRITORIO HA BISOGNO DI PERSONALE

Infine, i magistrati pongono l’attenzione sulla riforma dell’assistenza territoriale. “Con la sottoscrizione dei contratti istituzionali di sviluppo – viene evidenziato – tra il Ministero e le Regioni avvenuta nel 2022 si è avviata la riforma dell’assistenza territoriale disegnata dal Dm 77 e prevista dal Piano che prevede l’istituzione di almeno 1.350 Case della comunità, 400 Ospedali di comunità, 600 centrali operative territoriali e lo sviluppo della telemedicina, che dovrà poter assistere a domicilio almeno 800.000 persone con oltre 65 anni. Una riforma che necessita di una adeguata dotazione di personale e per la quale è funzionale un incremento della formazione medico specialistica.

Per quanto attiene alla formazione medico specialistica, nel 2021, ai 13.200 contratti statali finanziati con le risorse del Fondo sanitario nazionale, se ne sono aggiunti ulteriori 4.200 finanziati dal Pnrr, per un totale di 17.400 contratti (a fronte dei 13.400 del 2020). Se ciò nel medio periodo consentirà di rispondere meglio alle esigenze di cura, nel breve non potrà impedire che continuino a persistere difficoltà di risposta alle urgenze, come testimoniano i ritardi registrati nei pronto soccorso o nel riassorbimento delle liste d’attesa”.

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