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Gianni Amelio con il cast de Il signore delle Formiche

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«Non ci sono colpevoli perché non c’è nessuna colpa». È la frase che meglio racchiude il senso de “Il signore delle formiche“, nuovo lavoro del regista calabrese Gianni Amelio, autore di “Hammamet” (2020) e di opere memorabili da “Le chiavi di casa” (2004) in poi, in Concorso a Venezia 79 e dall’8 settembre al cinema con 01 Distribution.

Il film ripercorre una delle fasi cruciali della vita del poeta e drammaturgo Aldo Braibanti nonché della storia giuridica e culturale del nostro Paese. Un cast eccellente, composto da Luigi Lo Cascio, Elio Germano, Leonardo Maltese e Sara Serraiocco, interpreta il racconto del primo e ultimo processo per plagio mai realizzato in Italia, che celava in realtà una pesante accusa discriminatoria nei confronti del poeta e della sua sfera personale più intima. Ma “Il signore delle formiche” è anche una storia che tocca il vissuto del regista stesso che con quest’opera ha voluto togliersi il peso di una ferita aperta molti anni fa, quando una persona a lui cara gli rivolse parole «ignobili».

Come è nata l’idea di questo film?
«Nel 2014 ho realizzato un documentario, “Felice chi è diverso”, un viaggio nell’Italia del mondo omosessuale del Novecento. In quella occasione avevo chiamato Aldo Braibanti, avremmo dovuto incontrarci, ma non stava bene e non fu possibile. Riuscii solo a raccogliere del materiale sulla sua passione per le formiche. Per questo, quando Marco Bellocchio mi ha proposto di realizzare un documentario sulla figura di questo poeta, ho detto che non avrei potuto farlo, ma ho rilanciato l’idea: ho proposto di farne invece un film il cui titolo sarebbe stato “Il signore delle formiche”».

Cosa l’ha spinta a focalizzare il racconto proprio sulla vicenda giudiziaria di Aldo Braibanti?
«Quando si parla del passato è sempre perché c’è un aggancio con l’attualità. Il film riporta un caso tragico, che non tutti ricordano, avvenuto alla fine degli anni Sessanta, ma che può aiutarci a capire la realtà in cui viviamo con le incertezze, la violenza, la mancanza di libertà e di diritti che pensiamo di esserci lasciati alle spalle, ma che in realtà ancora sopravvivono»

Cosa l’ha colpita in particolare?
«È una vicenda che io ho quasi vissuto da vicino. Da ragazzo, avevo poco più di vent’anni, sono andato a Roma in tribunale un paio di giorni per assistere alle udienze di questo processo. Ricordo che mi sembrò davvero qualcosa di ascrivibile agli anni più bui della nostra storia. Il reato di plagio fu utilizzato per la prima e l’ultima volta proprio su Braibanti, che fu vittima di un modo di pensare retrogrado e crudele. Nel 1981, grazie all’intervento del Partito Radicale, questo reato fu abolito, quando già era diventato una specie di farsa»

In che modo ha lavorato alla ricostruzione della vicenda di Braibanti e dei personaggi del film?
«Ho fatto molte ricerche, ma il mio lavoro esige fantasia e invenzione, che non significano falsità, ma sono un mezzo per emozionare il pubblico e l’emozione corrisponde sempre a ciò che è accaduto davvero. Anche i personaggi realmente esistiti li tratto con un grandissimo rispetto della loro verità interiore»

Si può dire che “Il signore delle formiche” sia anche un film politico?
«Politico non lo è tanto perché c’è una figura emblematica di quel periodo, quanto perché oggi abbiamo ancora bisogno di combattere. Dietro una facciata permissiva, i pregiudizi esistono e resistono ancora, generando odio e disprezzo per ogni ‘irregolare’. Non abbiamo sconfitto certi demoni che erano e tutt’ora sono all’interno della società perbenista. Non è un caso che il film si svolga proprio nel 1968. Mentre fuori per le strade di Roma ci sono ragazzi che lottano contro tutta una serie di modi di pensare che considerano sorpassati»

Vede una speranza nelle nuove generazioni?
«La nuovissima generazione, quella dei ragazzi oggi adolescenti, che conosco bene attraverso il bellissimo rapporto che ho con le mie nipoti, rappresenta la speranza di un futuro diverso. Quelle che mi preoccupano sono le famiglie legate ad un passato oscuro, strette nel loro pensiero piccolo. So che rispetto agli anni ’60 la società è cresciuta. Ma vorrei che cambiasse alla radice del pensiero e dei sentimenti e non solamente in superficie»

Nel film c’è un personaggio, un giovane avvocato, che getta invettive feroci contro i ragazzi che manifestano in favore di Braibanti fuori dal tribunale. Come mai ha scelto proprio un calabrese per incarnare questo pensiero?
«Confesso di aver messo dolorosamente in bocca ad un calabrese delle frasi ignobili perché sono le stesse che sono state rivolte a me personalmente, con la stessa violenza, a Catanzaro quando ero giovane da una persona per me importante, di cui avevo grande stima. Quelle parole hanno aperto in me una ferita che ho impiegato decenni a rimarginare. Non le ho mai dimenticate ed è come se mi fossi tolto un peso»

E ora qual è il suo rapporto con la Calabria?
«Ho un legame bellissimo e molto forte con la mia terra, che con gioia vedo vivere anche nelle mie nipoti, nonostante non siano nate in Calabria. Lì mi sono formato e ho vissuto moltissime emozioni. Ma ho anche subito delle violenze che mi hanno dolorosamente segnato e vorrei che per prima la mia terra si svegliasse e capisse la gravità di quelle accuse infamanti»

A chi dedicherebbe il suo film?
«A tutti coloro che non hanno la possibilità di liberarsi di quel peso terribile che si portano dentro. Coloro che hanno la necessità di mentire a loro stessi e agli altri per paura di essere allontanati dalla società»

E a lei cosa ha lasciato?
«Con questo film ho scoperto di avere le stesse fragilità di Aldo Braibanti, ma è un’opera che amo profondamente».


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