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La strada di Campobello di Mazara dove è stato trovato il vero covo di Matteo Messina Denaro

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Nella provincia a più alto tasso massonico d’Italia può capitare che un agente a cui erano delegate le indagini sul super boss Matteo Messina Denaro fosse in affari con un suo parente e che un ex componente dell’Assemblea regionale siciliana si vantasse di conoscerlo e di godere della sua protezione. E chissà se è un caso che Alfonso Tumbarello, il medico di base indagato che aveva in cura Andrea Bonafede, alias del boss, fosse massone (il gran maestro Stefano Bisi lo ha appena sospeso).

Forse anche perché la zona grigia è così trafficata, da quelle parti, che ha fatto sì che tutto diventasse invisibile, anche il più pericoloso ricercato d’Italia. Su 19 logge massoniche censite nella provincia di Trapani sei sono nella sola Castelvetrano, cittadina di meno di 30mila abitanti nota soprattutto per essere il feudo dell’ormai ex super latitante.

Dalla relazione della Prefettura di Trapani sulle vicende inerenti lo scioglimento per infiltrazioni mafiose del consiglio comunale di Castelvetrano, nel giugno 2017, era emerso che quattro su cinque assessori erano iscritti alla massoneria, ma erano “fratelli” anche sette consiglieri comunali su 30 e vari dirigenti e dipendenti del Comune.

La stessa Prefettura di Trapani segnalava che probabilmente gli elenchi ufficiali degli iscritti nel Trapanese alle logge erano incompleti per difetto, e che si poteva ipotizzare che la quota di massoni tra amministratori pubblici e dirigenti poteva essere ben più elevata. Sono dati che la dicono lunga sugli elementi caratterizzanti della mafia trapanese, di cui Messina Denaro era vertice indiscusso, e sul contesto in cui si muoveva indisturbato; elementi che inducono a ritenere che la rete di connivenze e complicità di cui l’ultimo capo dei capi ha goduto si annidano, appunto, in una vasta e vischiosa zona grigia.

Per comprendere quel milieu può essere utile rileggere le audizioni delle magistrate Sara Morri e Francesca Urbani della Procura di Trapani, nell’aprile 2021 ascoltate dalla Commissione parlamentare presieduta, nella scorsa Legislatura, da Nicola Morra. Sono le pm titolari dell’indagine che portò all’operazione “Artemisia” con la quale sarebbe stata fatta luce, secondo la tesi accusatoria, su un’associazione segreta avente i caratteri sanzionati dalla legge Spadolini-Anselmi.

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Scorrendo il capitolo della Relazione della Commissione parlamentare antimafia relativo ai rapporti tra criminalità organizzata e logge, del quale era proponente l’ex senatrice crotonese Margherita Corrado, ci si rende conto di quanto la rete massonica locale sia articolata nel Trapanese. Le indagini svolte dagli inquirenti hanno riguardato le condotte, ritenute illecite, di un ex parlamentare dell’Assemblea regionale siciliana, Giuseppe Lo Sciuto, che sarebbe stato al centro di un giro di corruzione, clientelismo, e influenze politiche derivanti dallo sfruttamento degli agganci massonici.

Conversando con il suo interlocutore, Lo Sciuto riferiva la propria opinione circa le reali ragioni che sottendevano all’interesse della Commissione parlamentare antimafia verso le vicende del Comune di Castelvetrano, collegandole alla lunga latitanza di Messina Denaro, che affermava di conoscere sin dall’adolescenza vantandosi di poter contare sul suo appoggio, almeno secondo la ricostruzione della Procura. Dichiarazioni non frutto di “millanteria”, sempre secondo le pm. In un’altra intercettazione, l’ex politico citava anche Lorenzo Cimarosa, cugino acquisito del latitante e testimone di giustizia in numerosi processi contro esponenti di Cosa Nostra castelvetranese, e non faceva mistero di non averne mai avuto una buona considerazione.

Da uno dei filoni d’inchiesta sarebbero, in particolare, emersi elementi circa l’esistenza di un meccanismo corruttivo che, se confermati dagli sviluppi processuali, rivestirebbe aspetti inquietanti: vi sarebbe cioè il coinvolgimento di almeno tre appartenenti alle forze dell’ordine operanti in uffici investigativi in prima linea nella lotta alla mafia, quali la Questura di Palermo, la Sezione operativa di Trapani della Dia e il Commissariato della polizia di Stato di Castelvetrano.

«Degna di nota», è detto nel dossier della Commissione antimafia, è la circostanza relativa ad uno degli agenti di polizia, cui sarebbe stata delegata in passato la redazione di informative sulla ricerca di Messina Denaro e che peraltro sarebbe stato, secondo l’ufficio del pm, in rapporti economici con uno stretto congiunto dell’ex latitante. Gli inquirenti avrebbero poi accertato una serie impressionante di fughe di notizie relative ai procedimenti e alle intercettazioni a carico del principale indagato.

Le pm audite hanno anche sottolineato che le ben sei logge attive a Castelvetrano sono appartenenti a differenti obbedienze massoniche. Secondo la Procura di Trapani, in sintesi, l’associazione riconducibile all’ex parlamentare dell’Ars si fonderebbe sulla partecipazione ad una loggia massonica (la loggia Hypsas), che si sarebbe avvalsa anche di un centro culturale – il Centro sociologico italiano (Csi) – dove, tra l’altro, avevano sede al tempo dell’indagine diverse logge massoniche. Gli approfondimenti investigativi sui soci del Csi avrebbero fatto emergere, ad esempio, che la maggioranza (82 su 96) risultavano iscritti a cinque diverse logge massoniche (di Castelvetrano e non), e che il Csi sarebbe capofila e contenitore di cinque associazioni aderenti.

Le pm, durante l’audizione, hanno evidenziato anche che Lo Sciuto è stato uno dei membri della Commissione antimafia siciliana: in quanto tale «era potenzialmente in grado di monitorare, ed eventualmente occultare o neutralizzare, tutte le notizie e gli esposti anonimi che giungevano a quella Commissione sui rapporti tra politica e massoneria». E siccome la relazione della Commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi su mafie e massoneria in Sicilia e Calabria aveva riacceso i riflettori sulla la politica locale di Castelvetrano, temeva in particolare che l’attività d’inchiesta avrebbe messo a nudo il sistema dei favoritismi alla base delle carriere dei referenti politici delle logge. Le inquirenti parlano di un «vero e proprio patto di reciproco vantaggio tra politica e massoneria».

Non a caso Lo Sciuto spiegava, secondo le pm, ai suoi interlocutori come fosse stato costretto a far cancellare dalle logge un proprio congiunto, a cui diversamente non avrebbe potuto far ottenere alcun incarico, sia un altro suo sodale, anch’egli iscritto alla massoneria regolare, a cui aveva già fatto ottenere l’incarico di revisore dei conti presso l’Asp di Trapani, ciò per evitare eventuali attacchi mediatici.

Campobello di Mazara, dove sono stati individuati i due covi del super boss, è a due passi da Castelvetrano. Quel latitante della porta accanto tanto somigliante al famigerato identikit che imperversava sui media da decenni chissà quanti l’avranno notato e, come ha detto lo stesso sindaco di Campobello di Mazara, Giuseppe Castiglione, chissà quanti hanno messo “la testa sotto la sabbia”. Senza dire delle chat con le pazienti con cui condivideva l’attesa nella clinica Maddalena, prima di sottoporsi a cure oncologiche, e del selfie con un chirurgo che rischia un procedimento disciplinare. Ma le connivenze potrebbero essere a un livello superiore.


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