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Illustrazione di Roberto Melis

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Le tante parole sulla convinzione che il Covid avrebbe annullato le differenze sociali si sono trasformate in banali illusioni. I mesi di lockdown hanno accresciuto le disuguaglianze. Ma se la pandemia ha colpito l’intera società in tutto il mondo, ha travolto categorie più di altre.

Le donne in particolare si sono trovate davanti a molteplici ostacoli, e su più fronti: famigliare, sanitario, economico. Con il risultato di assistere in termini di diritti ad un arretramento generale delle conquiste degli ultimi decenni. Fatto confermato da vari rapporti compreso quello realizzato dall’Onu sugli effetti del coronavirus.

È oramai ovvio a tutti che stiamo vivendo una guerra mondiale senza precedenti contro un mostro invisibile dalla provenienza ancora tutta da comprendere. In mezzo a questa guerra pandemica le donne subiscono perdite che rischiano di diventare irreparabili per almeno una generazione.

Purtroppo la differenza tra uomini e donne dal punto di vista economico, e di conseguenza di libertà ed anche di posizione sociale, esiste da sempre. In ogni continente. Tuttavia nel mondo occidentale il pianeta femminile ha salutato il terzo millennio con notevoli avanzamenti, anche se lontani dalla desiderata parità di genere. L’arrivo della pandemia ha segnato una grave battuta di arresto, indebolito la posizione delle donne, aumentato il divario tra i due sessi sul lavoro.

In particolare, guardando al nostro Paese si scopre che tra i nuovi poveri prevalgono le donne. Secondo un’indagine della Bva Doxa addetta alle ricerche di mercato e di opinione pubblica dal 1946, l’Italia è la nazione con meno occupazione femminile in Europa, subito dopo la Grecia. Ovvio che con la pandemia in corso il futuro non si presenta a favore delle donne.

Del resto già prima delle pandemia c’erano meno donne con un lavoro stabile . E la gran parte di quelle con un’attività, anche se a parità di livello con i colleghi uomini, in qualsiasi settore ottenevano e continuano avere uno stipendio inferiore. Con il lockdown e l’introduzione dello smart working la situazione è peggiorata. La chiusura delle scuole e dei centri diurni per le persone non autosufficienti ha aumentato il lavoro domestico e di cura svolto prima della pandemia da una manodopera retribuita: asili, scuole, babysitter.

Le donne si sono viste così moltiplicare i lavori domestici e l’assistenza non ricompensata di famigliari da sempre reputata non solo un obbligo, ma addirittura un dovere al femminile. Senza contare il crescente numero di donne rimaste senza lavoro pagato con lo stop di turismo, cultura, ristorazione, commercio e tanto altro. Basta scorrere i dati Istat sull’occupazione italiana dello scorso dicembre, mese ritenuto tra i migliori dell’anno in tempi normali, per avere la conferma della difficilissima situazione.

A dicembre 2020 il mondo del lavoro ha perso in Italia 101 mila occupati, numero già di per sé grave, ma reso ancora più inquietante perché rappresentato quasi tutto da donne . Il drammatico fenomeno in realtà interessa tutto il 2020, anno nel quale il 70 per cento delle persone che hanno perso il lavoro sono donne. Impossibile non immaginare un peggioramento della situazione quando sarà annullata l’obbligatorietà della cassa integrazione attualmente applicata in molte aziende fino a fine marzo.

Di fatto, l’emergenza sanitaria non sta facendo altro che amplificare disuguaglianze già radicate nella struttura sociale dell’Italia pre-pandemica. Le donne erano già meno presenti nei lavori stipendiati, con salari più bassi, contratti più precari, raramente in posizioni apicali nelle aziende.

Comprensibile che oggi siano le prime a subire gli effetti della crisi. Ed anche quando sembra esistere un quadro positivo, la realtà è spesso diversa. Infatti l’introduzione pressoché improvvisa e obbligatoria dello smart working ha aggravato la situazione di gran parte delle donne.

Costrette ad affrontare il carico della famiglia e della cura di genitori, figli, casa, con lo smart working sovrapposto agli impieghi domestici senza più la possibilità di una separazione spaziale degli stessi, la conseguenza per tutte è la quasi impossibilità di pensare ad altro che avere le forze per affrontare la sopravvivenza quotidiana. Eppure nonostante la pesante situazione l’Osservatorio del Politecnico di Milano ha definito lo smart working “una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare”.

L’idea che si va diffondendo in diverse aziende è mantenere anche in futuro, in varie situazioni, l’utilizzo dello smart working. La pandemia sta dunque rivoluzionando la situazione professionale di tutti, ma in modo particolare delle donne.

La soluzione per frenare la disuguaglianza di genere può solo venire da provvedimenti governativi . Ma come immaginare iniziative a favore delle donne, quando la presenza femminile nei ruoli di comando del governo è quasi del tutto assente? L’emergenza Covid ha evidenziato in modo incontestabile e impressionante come in Italia a comandare siano solo gli uomini. Certo le responsabilità non stanno tutte da una sola parte.

Prima dell’arrivo della pandemia le donne esistenti nella politica italiana si sono interessate della situazione femminile più a parole che con fatti costruttivi. A sorprendere per lunghi anni sono stati inoltre gli sforzi delle donne tesi a conformarsi alla visione maschile anziché imporre una proiezione femminile del potere per arrivare ad assumere iniziative davvero utili alle donne. I ripetuti gridi di allarme sulla carenza di natalità non sono mai stati accompagnati da provvedimenti duraturi adatti ad aiutare le donne ad affrontare maternità e conseguente crescita di una figlia o di un figlio.

Tante parole, discussioni, dibattiti su famiglia e scuola dell’infanzia, ma zero asili nido e doposcuola, magari in forma pressoché gratuita, per alleggerire il peso dell’impegno famigliare dalle spalle delle donne. Qualsiasi donna per poter lavorare ha bisogno di sapere che i propri figli sono al sicuro. Altrimenti deve scegliere: o i figli o il lavoro. Può averli entrambi avendo denaro a sufficienza per pagare un aiuto, oppure la fortuna di essere accompagnata da una famiglia in grado di collaborare.

C’è da aggiungere, come è stato detto da più parti, che nella politica italiana le donne si lasciano troppo sovente usare e poi emarginare. Personalmente non credo all’introduzione delle quote rosa per conquistare posizioni apicali. E’ piuttosto una questione di volontà delle donne. Ottenere un posto o un ruolo in politica e non saperlo usare è come non averlo; rischia di diventare un posto utile a chi ha favorito quella posizione. Nulla viene regalato . Poiché i posti di potere sono per lo più maschili, più delle quote rose sono indispensabili donne decise a competere per conquistare la leadership. Inoltre, raggiunto il comando, serve non trascurare l’attenzione verso le altre donne perché essere solitarie non aiuta avanzare sulla strada della parità.

Purtroppo l’attenzione delle donne verso le donne è ancora un dono raro nel pianeta femminile.Essere “una pennellata di rosa” nei Palazzi del potere porta scarsi risultati. Gli effetti della pandemia, con una presenza femminile più consistente e determinata nei luoghi di comando della politica, forse sarebbero stati meno disastrosi sia in generale, sia in merito la situazione delle stesse donne. La presenza di qualche ministra in alcuni settori ha prodotto risultati spesso più criticati che accolti con soddisfazione. Nel nuovo governo a guida Mario Draghi i volti femminili sono diminuiti.

Tuttavia più della quantità, conta la qualità. Il nuovo Premier è abituato a frequentare vertici internazionali economici e politici affidati a donne. Dunque, se in Italia mancano donne in luoghi di potere rilevanti i motivi sono numerosi. La leadership, tanto maschile che femminile, non si costruisce con favoritismi e ali protettive dei capi corrente dei partiti. In Italia l’unica donna ad occupare il ruolo di segretario generale di un partito è Giorgia Meloni che si è aggiudicata la leadership con le proprie capacità. Viene da domandarsi perché molte donne dei principali partiti seguono indicazioni ed esprimono consensi positivi persino quando negli organismi i diritti di parità sono assenti o solo apparenti. Si può essere gregari preparandosi quotidianamente a diventare leader. Certo per agire occorre avere il denaro necessario e le donne hanno quasi sempre risorse finanziarie inferiori agli uomini.

Comprensibile che occorra impegnarsi a risolvere la questione economica. C’è infine da ricordare che sono poche le donne dedite alla politica. Non sempre per scarso interesse. Piuttosto per le numerose difficoltà citate che intralciano e frenano l’impegno iniziale o paralizzano il cammino. Pertanto è ingiusto sostenere che le donne preferiscono rimanere ai margini del potere. Possono non avere il coraggio e la convinzione necessari per vincere. Ma per entrare nella stanza del comando ci vuole anche il tempo per maturare sicurezza e forza. Dovendo disperdere risorse fisiche e pensieri in troppi impegni per difendere la sopravvivenza della famiglia, da quella di provenienza a quella che si è costruito , è difficile raggiungere le vette del comando. Dal governo Draghi è dunque giusto attendere gli esiti prima di trarre conclusioni.

Con una certezza: l’economia italiana non potrà riprendersi del tutto senza un’autentica partecipazione delle donne. Inoltre, permettendo alle donne di migliorare, si consente alla famiglia, ai figli, alla società di crescere meglio. L’universo femminile ha spesso l’attitudine a offrire risposte più corrette per affrontare la crisi ed anche la capacità di mostrare uno sguardo positivo e di speranza. Gli esempi arrivano dai Paesi gestiti da donne in tempo di pandemia. Sette leader donne al comando di altrettanti nazioni (Germania, Norvegia, Finlandia, Danimarca, Islanda, Nuova Zelanda, Taiwan) risultano aver fatto meglio dei colleghi uomini nella lotta al virus. Molti osservatori hanno sostenuto che le sette premier  si sono valse del potere basandosi su quattro parole chiave: verità, risolutezza, tecnologia e amore. E soprattutto utilizzando modi “attraenti e alternativi”.

Angela Merkel, cancelliera tedesca saldamente al comando dal 2005, nella lotta contro la pandemia ha agito con rapidità. Parlando in televisione ha invitato la gente a “prendere la vicenda del virus in modo serio perché estremamente pericoloso”. Poche ore dopo con lo stesso tailleur “televisivo” è andata al supermercato a fare la spesa. Immagini che hanno trasmesso l’esigenza di non trascurare la normalità pur prestando enorme attenzione alla difesa della propria e altrui salute. Con il suo comportamento Angela Merkel ha evitato alla Germania di perdere tempo prezioso in inutili negazioni, rabbia e disillusioni come è accaduto nel Regno Unito. E mentre il premier Boris Johnson, dopo aver dato prove di assoluta incapacità di comprendere il problema e averlo addirittura negato, ha dovuto difendere la propria vita dall’aggressione del virus, è intervenuta l’ultranovantenne regina Elisabetta per rassicurare la popolazione.

In Islanda la premier Katrin Jakobsdottir ha offerto test gratuiti a tutti tenendo così sotto controllo la diffusione del virus ed evitando la chiusura delle scuole. Rapida nel decidere il lockdown la premier della Nuova Zelanda, Jacinda Arden, che senza alcuna discussione ha imposto l’autoisolamento a chiunque arrivava nel Paese quando i casi di virus erano appena sei in tutto il territorio: cinque milioni di abitanti per quasi 268.000 chilometri quadrati. Si penserà che è più facile governare un paese minuscolo. Allora che dire di regioni come la Lombardia, il Veneto, il Piemonte, l’Emilia Romagna che prese singolarmente non sono certo più grandi della Nuova Zelanda? Eppure, come è noto, la condizione è stata e continua essere drammatica.

Situazione sotto controllo pure in Norvegia dove la Premier Erna Solberg ha avuto l’idea assolutamente innovativa di coinvolgere i bambini dedicando loro una conferenza stampa e spiegando la gravità della pandemia con parole a loro comprensibili. In linea con la moda del tempo l’azione della giovane Sanna Marin, 35 anni, premier della Finlandia, che ha coinvolto gli influencer di ogni età per spiegare l’emergenza Covid. Tutti atteggiamenti diversi dalla Svezia. Il Paese guidato dal premier Stefan Lofven ha suggerito solo un comportamento: la distanza. Poi si è affidato alla responsabilità dei cittadini evitando lockdown e misure repressive. Fino ad oggi la Svezia con 11.000 morti su 10 milioni di abitanti è andata meglio dei grandi Paesi europei, ma molto peggio che nel resto della Scandinavia.

Dunque le donne governano meglio? Direi che non è questione di genere, piuttosto di preparazione, elasticità, larghezza di vedute per gestire situazioni complesse.
Il dramma della pandemia sta cambiando l’organizzazione del lavoro, del tempo, dell’economia, della vita sociale, del commercio. In questo quadro il boom mondiale di Amazon non ha uguali, ma senza che i dipendenti si vedano gli stipendi aumentare di pari passo. Eppure sul tema non c’è il minimo dibattito. Solo uno scontro continuo su regole, mascherine, chiusure e aperture di territori e regioni, con il dilagare di un’angoscia che penalizza anche l’ottimismo delle persone più fiduciose nelle proprie forze e nel futuro. Donne soprattutto.

A mio parere si dovrebbe pertanto studiare e capire i metodi delle Premier donne e magari ammettere che dare spazio alle  donne nei governi è utile. Ma donne che hanno conquistato la leadership con le proprie capacità ,e non con le quote rosa. Del resto raggiungere ruoli di leadership , come diceva Margaret Thatcher “non è mai fortuna, ma merito”.
(www.viavaiblog.it)


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