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GIANFRANCO Goberti è stato il solo pittore ferrarese della sua generazione che non si sia compiaciuto della grandezza della sua città e della leggendaria tradizione artistica ferrarese. Se la teneva dentro; ma lui voleva parlare il linguaggio del suo tempo, sentirsi dentro la storia che gli era toccato vivere, senza gloriarsi d’altri. Era riservato e ferrarese d’indole, ma parlava con gli americani, con gli inglesi, con francesi contemporanei, visti nella impresa, senza precedenti, di palazzo dei Diamanti. Era refrattario al rifugio della provincia dove pure si era formato. E andava oltre, in perpetua fuga, con la mente libera e con gli occhi aperti sul mondo.

Perché Goberti sentiva il suo tempo come se il suo corpo non avesse radici ma solo pensieri, essendo al centro del mondo, in qualunque punto del mondo. La sua Ferrara non era un luogo fisico, ma uno stato d’ animo, come per De Chirico. E De Chirico e Gnoli sono stati i suoi punti di riferimento. Scriveva Lucio Scardino: «Gianfranco Goberti è l’unico vero postmodern prodotto dall’arte ferrarese: eclettico e versatile, in un sublime “elogio dell’incoerenza” egli, negli ultimi decenni, ha dipinto con concentrata leggerezza camicie e giacche, nodi e corde, poltrone e tarocchi, nuvole e atleti, autoritratti… Poi, è stato talora polimaterico: fotografie e “vere” corde, per giocare sulla realtà e la sua rappresentazione, accumulando visioni ed oggetti con aria contemporaneamente curiosa e disincantata, sempre nel dubbio che essi non esistessero realmente…

Poliedrico viaggiatore dentro i miti del mondo d’oggi ma con forti ricordi della “cultura” e della storia dell’arte (da Giottino al Cossa, dall’ironia del Dada al trompe-l’oeil in stile optical ), nel contempo iconico ed aniconico, panreligioso e dissacratore, neo-barocco e poverista, Goberti è approdato esoticamente in Mesopotamia , a Sanli Urfa, ossia l’antica Edessa. Questa era la patria di San Maurelio, il mitico vescovo di Voghenza del VII secolo: Goberti ne ha ripercorso le tracce, in un viaggio all’incontrario, ma non è stato decapitato (come lui) bensì folgorato dalle carpe sacre della sorgente di Rohas. Narra la leggenda che Abramo, ingiustamente accusato, qui stava per essere arso vivo ma miracolosamente le fiamme si trasformarono in acqua ed i tizzoni in pesci, mentre il primo dei patriarchi cadde dalla pira su un tappeto di rose. 


Ancora oggi, in piscine d’acqua dolce circondate da roseti, vivono centinaia di carpe fatte oggetto di venerazione e che sono divenute soggetto della pittura di Gianfranco. Anzitutto egli ha realizzato alcune grandi composizioni, concependole come moderne pale d’altare in cui i pesci guizzanti nuotano in attesa di ricevere il cibo da pellegrini e turisti: le opere possono ricordare altresì i polittici quattrocenteschi per la loro particolare struttura, completati come sono da cimase con le silhouettes di moschee e di minareti il quadro nel quadro è posto all’interno di una struttura sorretta da un cavalletto che viene inglobato a sua volta dalla composizione, la quale prosegue illusionisticamente al di là del dipinto, grazie a sapienti campiture blu-mare o gialle, come il sole accecante di Sanli Urfa. In questo angolo di Turchia sudorientale, non lontano dalla Siria, il nostro postmoderno ferrarese ha trovato un perfetto tema da sviluppare, non tradendo però le origini, ovvero i suoi più tipici stilemi: i pesci infatti, come già le righe delle sue stoffe, ‘vanno veloci’, hanno fretta, e nel contempo evocano le amatissime ‘funi’ sfilacciate (per lui chiara metafora della Fuga). Ed i quadri-acquario sono nel contempo ingegnose miniarchitetture, in cui la sapienza del pittore si somma a quella dell’illusionista, come in talune notevoli opere gobertiane degli anni Settanta (gli sgabelli ‘trasparenti’, per esempio, che una prospettiva impeccabilmente dipinta ed un punto di vista obbligato privavano ingannevolmente della seduta), in cui un’originale ‘metafisica del quotidiano’aggiornava mirabilmente la Pop Art”.

Egli è il solo della sua generazione che abbia inteso la sconfinata lezione ,in un secolo breve, di Magritte e Domenico Gnoli, maestri impareggiabili e solitari filosofi prima che pittori; e, a loro insaputa, ferraresi, come fu l’immemore De Chirico fino agli ultimi anni rimeditando ai suoi giorni a Ferrara tra 1915 e 1918. Nessun luogo, non la Grecia non Parigi era così dentro di lui. Altro luogo interiore non c’è’. E Goberti se lo è portato in Paradiso.


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