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Luca Serianni

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La lingua è un organismo vivo quanto l’essere umano, in quotidiana mitosi, essendo la sommatoria del parlato degli individui intrecciata alla loro creatività. Perciò, non stupisce che, come c’è la natalità di un popolo, ci sia anche quella delle parole. Il Nuovo Devoto-Oli, ad ogni edizione, informa che non è uguale a sé stesso, rispetto all’anno precedente: nel 2020 ha registrato almeno 600 neologismi, selezionati e raccolti dai suoi due curatori (dal 2004), i filologi Luca Serianni e Maurizio Trifone, i quali hanno raccolto il testimone dai fondatori del vocabolario, Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, autori che lo crearono 53 anni orsono. La notizia di una tale iper-natalità linguistica fornisce il destro per riflettere su un qualcosa che assorbiamo quasi in automatico. La tempesta del COVID, ad esempio, ha fatto entrare nel nostro linguaggio parole nuove, inedite e inesplorate, o arricchito il significato di altre già esistenti: a cominciare dallo stesso nome del virus (quest’ultima parola, però, di secoli ne ha almeno 25, essendoci stata “contagiata” dagli antenati romani) battezzato Covid 19, o, en amitié “Coronavirus”, passando, con prestiti dall’onnipresente inglese, per lockdown, spillover, droplets, drive in e i più “caserecci” distanziamento sociale (che poi, se volessimo essere pignoli, dovrebbe essere individuale, mica siamo alle differenziazioni fra ceti!), autoquarantena, quarantenare, tamponare, biocontenimento. Un vocabolario che sta sul pezzo registra il parlato corrente, promuove persino il gergo giovanilista, è, talvolta, un sensore più veloce e immerso nella realtà di quanto lo sia l’incoronazione dell’Accademia della Crusca.

Regista e co-estensore del Nuovo Devoto Oli è Luca Serianni, docente emerito di Storia della Lingua italiana all’Università “La Sapienza” di Roma. Una carriera prestigiosa, ma che, di per sé non basta a illustrarne i talenti: è Accademico della Crusca e dei Lincei nonché uno dei vicepresidenti della Società “Dante Alighieri”, la fortezza per la diffusione della lingua italiana in Italia e all’estero. A lui chiediamo lumi e spiegazioni su questa continua nursery delle parole.

Professor Serianni, è difficile “costruire” un dizionario, diventando così i giudici delle parole da conservare o emarginare, perché ormai obsolete? O il decisore dei neologismi degni di essere inseriti?

«Occorre tenerne d’occhio la misura, innanzitutto. Non si possono fare dizionari ipertrofici. Bruno Migliorini, grande linguista, già novant’anni fa, osservava che, a voler essere accurati, si sarebbe potuto compilare un dizionario di 300mila lemmi solo per la chimica. Dunque, il nostro compito è quello di decidere il taglio del dizionario. Si può optare per farne uno “storico”, statico e museale, oppure uno in cui si registri l’uso corrente della lingua. Per avere un proprio ruolo, senza soccombere ad un web competitivo e accessibile gratuitamente, il dizionario cartaceo deve proporsi come compatto, innovativo, capace di dare risposte autorevoli».

Quali sono i motivi di questi aggiornamenti?

«In tanti contribuiscono ad arricchire la lingua, a cominciare dalla scienza, dalla politica, dall’economia e finanza e dai media, a cui vanno ad aggiungersi gerghi e modi di dire. Un fenomeno inarrestabile. Ci sono anche parole che, pur rimanendo immutate, negli anni assumono altri significati. Vi sono continui esempi. Prendiamo la parola “ambiente”, la cui diffusione risale a fine ‘800, ma con tutt’altro significato rispetto a quello che ha assunto dagli anni ’50 in poi, in concomitanza con l’emergere del movimento ambientalistico. Identica evoluzione ha riguardato un vocabolo corrente, “compagno” o “compagna”…È da pochi decenni che ha aggiunto alla sua accezione scolastica (compagno di scuola, o di banco) o politica un ulteriore significato, che lo rende sinonimo di convivente o di persona a cui si è sentimentalmente legati. In questo caso il dizionario si fa testimonianza di un vero e proprio cambiamento di mentalità».

Ma come distinguere i neologismi radicati da quelli usa e getta?

«Inevitabilmente, ciò avviene sulla base di un certo procedimento artigianale. I redattori sono molto attenti alla contemporaneità, hanno un’esperienza che consente loro di intercettare le parole su cui “scommettere”, prevedendo quelle che hanno maggiori possibilità di affermarsi e radicarsi nel parlato. Ciò non toglie che alcune di esse possano entrare e poi uscire in quanto inizialmente appaiono diffondibili e, invece, non hanno fortuna. Naturalmente, esiste poi un blocco di lemmi appartenenti al lessico stabilizzato, che conta diverse decine di migliaia di voci. Infine, ci sono quelle sulle quali eventi esterni, contingenti, influiscono tanto da aggiungervi un significato ulteriore. Prendiamo a esempio la parola “ventilatore”. Fino a meno un anno fa, salvo in ambienti strettamente medici, evocava la calura estiva e il sollievo generato da una piccola turbina domestica elettrica. Ora, invece, ha una seconda accezione e richiama alla mente scenari ben più tragici: un mezzo per salvarsi la vita».

Nelle edizioni che via via si susseguono, vengono cassati anche dei lemmi o si marginalizzano da soli, pur citati, per mancanza d’uso?

«Possiamo dire che le parole più obsolete, come le stelle morenti, subiscono un processo di allontanamento dal lessico stabilizzato e dunque finiscono per essere solo nominate o addirittura per rimanere fuori dal testo. Molti lemmi vengono riformulati, sintetizzati, sempre per evitare di avere tomi troppo mastodontici».

Che ne pensa del tanto magnificato “petaloso”? O di qualche suo similare, entrato in voga in questi mesi?

«Il termine è nato dalla creatività di un bambino, Matteo Trovò della scuola elementare di Capparo, in provincia di Ferrara, nel 2016, mentre fu la sua maestra, Margherita Aurora a sottoporlo all’Accademia della Crusca per ottenerne l’“omologazione”. È una parola che, però, non entrerà mai in un vocabolario come il Devoto-Oli o lo Zanichelli. Non è che su iniziativa di un singolo parlante un vocabolo può ambire a entrare nella lingua! Certo, ve ne sono altri, che, da un parlante “zero”, hanno la capacità di diffondersi come un contagio, perché vanno a occupare una “casella vuota” e corrispondono alle esigenze di un sempre crescente gruppo di persone. Altri, invece, come fuochi fatui, si spengono senza lasciare tracce memorabili. I bambini, che hanno l’attitudine a metabolizzare i meccanismi di derivazione dei vocaboli hanno menti fertili in tal senso. Vi fu, fra loro, chi scrisse di lietitudine, sulla falsariga di beato/beatitudine. Anche in quel caso, la parola non attecchì».

Il giornalismo può essere fonte di neologismi?

«Certamente sì e pure in questo caso, però, non si approda al vocabolario generalista, bensì ad appositi dizionari di neologismi, che cercano le parole effimere, provenienti dal mondo del giornalismo. A tal proposito, mi riferisco mi riferisco ai due volumi usciti in sequenza, di Giovanni Adamo e Valeria Della Valle “Neologismi quotidiani” (per la casa editrice Leo S. Olschki di Firenze) che riportano tali specificità, create dai giornalisti o da loro riportate. Un esempio per tutti: il termine gastrofilologo, utilizzato da Michele Serra a proposito di Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food».

Le manca l’insegnamento? La sua lectio magistralis prima della pensione fu seguita da una folla di estimatori.

«Mi manca poter fare dal vivo lezioni e conferenze. La DAD e le conferenze da remoto non sono la stessa cosa. Quanto alla lectio magistralis, rappresenta un gran bel ricordo».

Se non avesse seguito il suo amore per l’italico idioma, cosa le sarebbe piaciuto fare?

«Al momento della maturità, fui tentato pure da Giurisprudenza e Medicina. Un’attrazione che ho proiettato anche nello studio filologico: per la Medicina scrissi nel 2005 “Un treno di sintomi – I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente” (Garzanti), esplorando i termini medici; alcuni miei scritti sono stati dedicati anche ai vocaboli giuridici. Insomma, son rimasto fedele ad antichi amori mai sopiti».


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