X
<
>

Albert Stubbins Illustrazione di Roberto Melis

Tempo di lettura 4 Minuti

Albert Stubbins, chi era costui? Un calciatore. E che ci faceva con i suoi capelli e la sua maglietta da gioco, entrambi rossi, tra George Bernard Shaw, uno dei più celebri commediografi, e Albert Einstein, il più geniale dei geni, sbirciando da sopra la spalla destra di Marlene Dietrich, l’Angelo Azzurro?

Aveva per compagni d’avventura, tra gli altri, Stanlio e Ollio, Marylin Monroe e Karl Marx, Lawrence d’Arabia e Shirely Temple, Tony Curtis e Johnny “Tarzan” Weissmuller, Edgar Allan Poe e Fred Astaire, Sonny Liston di cera e Oscar Wilde, Marlon Brando e Bob Dylan, Carl Gustav Jung e Tyrone Power, il padre di Romina. C’era anche Mae West, la prima sex symbol di Hollywood dalla allusiva e famosa battuta “hai una pistola in tasca o sei solo felice di vedermi?”, che in un primo tempo aveva detto di no, non volendo essere arruolata fra i “cuori solitari”; non c’era l’attore Leo Gorcey, che pure avrebbe voluto esserci, ma, unico fra i viventi o gli aventi causa, aveva chiesto un gettone di 500 sterline per la liberatoria. Non c’erano neppure Gesù, né Hitler né Gandhi la cui presenza era stata richiesta da uno dei committenti ma era stata ritenuta “ingombrante” e divisiva dai produttori: non era questione di liberatoria. E c’erano i committenti in due versioni: nelle statue di cera che già avevano al museo di Madame Tussauds, e in una “mascherata” da musicanti dell’età vittoriana.

I committenti erano i Beatles, lo scopo non era un selfie, che all’epoca non esisteva, ma un’opera d’arte: la copertina dell’ultimo vinile dei Fab Four, quella di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”. Un’opera d’arte era anche dentro la copertina: i brani dei ragazzi di Liverpool.

Già, Liverpool: la città loro e della squadra per cui aveva giocato Albert Stubbins, unico calciatore nel Pantheon dei Fab Four che pure in quel 1967 avrebbero potuto farsi trasportare dall’entusiasmo per Bobby Moore o Geoff Hurst, che avevano giocato nei mondiali appena vinti dall’Inghilterra in casa nel ’66, oppure da Pelè o Eusebio, due dei campioni di quella World Cup, o magari dal presunto odontotecnico nordcoreano Pak Do-ik, che rispedì al mittente la spocchiosa Italia dopo una proverbiale disfatta. E neppure quel genio di George Best che pure veniva chiamato “il quinto Beatle” per via della zazzera e dell’arte con cui conquistava le folle e che un giorno disse “ho guadagnato tanti soldi, ne ho spesi in donne, auto e alcol e il resto li ho sprecati”.

Albert Stubbins non era di quelli che oggi sarebbero definiti “top players”, pure se era, come lo hanno descritto i biografi (uno, Paul Jeannou) “alto e potente, correva contro i difensori e li spaventava a morte con le sue capacità, con un ritmo spaventoso e un colpo potente dai suoi piedi taglia 11”. Da uno dei quali, la taglia corrisponde al numero 46, scagliò una volta un rigore che ruppe il braccio al portiere del Leeds.

Ciò che probabilmente fece breccia nei cuori bambini dei Beatles (John e Ringo classe ’40, Paul classe ’42 e George classe ’43) fu la vittoria del primo scudetto del dopoguerra, quello della stagione 1946-47, un titolo che il Liverpool non vinceva da 24 anni ed al quale molto contribuirono i 24 gol segnati da Stubbins. Segnò anche in Coppa contro il Birmingham, e anche questa rete era di quelle da lasciare il segno e lanciare il sogno tifoso dei piccoli: “the goal on the snow”, il gol sulla neve.

Fu Billy Liddell a scagliare l’assist: forse non aveva né la velocità né la rotta giuste, disse poi Billy. Però vide Albert buttarsi all’appuntamento e quando capì che il pallone non arrivava nel posto atteso, si gettò quasi sulla neve ghiacciata, lo colpì a meno d’un palmo dal terreno e scivolò su quel Polo Nord andando avanti per metri e metri e rialzandosi giusto in tempo per vedere il pallone in fondo alla rete e le proprie ginocchia sanguinare.

C’era anche, a conquistare grandi e piccini, il racconto di come Albert s’era vestito da Liverpool. Giocava a Newcastle, dopo aver vissuto un’infanzia in America ed essere tornato con la famiglia per via della Grande Depressione. Era del ’19. Aveva firmato il suo primo impegno da calciatore adolescente con il Sunderland, ma con una clausola rescissoria particolare: “Se mi volesse il Newcastle, mi lascerete libero di andare”. Il Newcastle lo chiese e andò. Scoppiò la guerra e il calcio ufficiale fu sospeso. Si disputavano solo amichevoli, niente di ufficiale o statisticamente valido, per cui, ad esempio, le sue 23 triplette, quattro consecutive, appartengono alla cronaca ma non alla storia. Passò quegli anni a lavorare come disegnatore nei cantieri navali e giocare quando libero.

La vita riprese. Era fine estate del ’46 il giorno che Albert era in un cinema di Newcastle, il Newcastle News Theatre. D’improvviso comparve sullo schermo un avviso: “Albert Stubbins si presenti subito a St James Park”. Era il suo stadio. Uscì dal cinema e allo stadio trovò un dirigente del Newcastle che lo aveva messo in vendita e ricevuto 18 offerte, tutta la First Division, praticamente. “Ci sono qui quelli del Liverpool e quelli dell’Everton: chi vuoi vedere prima?”. Albert tirò fuori una monetina: testa Liverpool, croce Everton. Testa. Li incontrò e si accordarono subito: 12.500 sterline per il Newcastle, un bel contratto per lui. Quelli dell’Everton non li incontrò mai, se non i loro calciatori da avversari in campo.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

shares